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Uno storpio, un matto e un vero fantasy italiano

Ne L’acchiapparatti (Baldini Castoldi Dalai, 2010) Francesco Barbi parte da uno spunto classico – l’oggetto di grande potere che finisce nelle mani di un improbabile protagonista – e ci costruisce intorno un romanzo immediato e scorrevole, portando una ventata di novità in un genere, il fantasy made in Italy, malato di ripetitività e scarsa qualità.

L’autore pisano sceglie di puntare su un’ambientazione più rurale che epica, un Alto Medioevo low-fantasy dove, al posto di eroi e oscuri tiranni, maestose città e imponenti eserciti ci sono contadini e briganti, piccoli villaggi e fiere paesane. In queste contrade si muove un campionario di personaggi variegato, nel quale spiccano i due protagonisti, un becchino gobbo e truffatore e il suo unico amico, lo scemo del villaggio, nonché acchiapparatti. Il primo diventa, suo malgrado, motore di una vicenda che porterà entrambi a confrontarsi con l’eredità di un antico e ambizioso stregone e con la disumana creatura che da più di quattrocento anni vive rinchiusa in una prigione sotterranea.

Fin dal principio la trama si dimostra immediata e scorrevole. I toni, nonostante la descrizione a tinte fosche delle Terre di Confine, risultano inizialmente alleggeriti dai battibecchi fra lo scorbutico Ghescik e lo stralunato Zaccaria e sembrano più adatti ad un romanzo per ragazzi, il che potrebbe frenare qualche lettore. Man mano che si procede, però, l’atmosfera si incupisce e si fa più adulta, mentre l’ironia lascia sempre più spazio al dramma, soprattutto quando entra in scena lo spietato e sanguinario demone di Giloc, portando con sé sprazzi di tensione e violenza. Si assiste così ad un crescendo che culmina nel classico finale catartico, con tanto di epilogo aperto.

La scrittura di Barbi è lineare e pulita, non brilla per inventiva e ogni tanto scivola sulle onomatopee, ma neanche pecca di presunzione. Le sue descrizioni sono semplici, senza troppi fronzoli, senza troppi aggettivi pomposi e mai ripetitive. È però soprattutto la rappresentazione dei personaggi a risultare efficace: benché caratterizzati con pochi tratti, non si rischia mai di confonderli e anche quelli più stereotipati riescono a non essere banali. I risvolti fantastici e sovrannaturali della trama sono facilmente prevedibili ma ciò non toglie che, nel complesso, l’incastro narrativo sia ben costruito e proceda spedito fino alla conclusione, senza incappare in forzature o cali di ritmo. Pur non essendo sempre a suo agio con gli intermezzi comici, Barbi riesce a sfruttarli per bilanciare gli aspetti più drammatici della vicenda, creando un mix che, unito alla simpatica e cialtronesca furbizia del gobbo Ghescik (forse il vero protagonista) e all’ambientazione rurale, dà un tocco di “italianità” al romanzo.

Il libro era già stato pubblicato nel 2007 dall’editore Campanila con il titolo L’acchiapparatti di Tilos; Barbi ha approfittato di questa seconda edizione per limare e correggere, eliminando certe ingenuità (non tutte) e dando più spazio alla prostituta Isotta, la cui uscita di scena nella precedente versione risultava parecchio affrettata.

In definitiva, L’acchiapparatti è una storia solida e piacevole, da leggere se vi siete stufati della paccottiglia scopiazzata da Tolkien e distorta in chiave teen che gli editori italiani spacciano per “fantasy nostrano”.

Titolo: L’acchiapparatti
Autore: Francesco Barbi
Editore: Baldini Castoldi Dalai
Dati: 2010, 466 pp., 18.50 €

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