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I magazzini dell’umanità. L’altalena del respiro di Herta Müller

“Di notte, da sessant’anni, cerco di ricordarmi gli oggetti del Lager. Sono il contenuto della mia valigia notturna. Dal mio ritorno a casa la notte insonne è una valigia di pelle nera. E questa valigia è nella mia fronte.”

Gennaio 1945. La guerra non è ancora finita, ma i russi pensano al dazio da far pagare ai tedeschi e deportano nei campi di lavoro dell’Ucraina la minoranza rumeno-tedesca.
Tra i tanti destinati al lavoro forzato, di fatto alla prigionia (in un triste loop storico che ingabbiò le percezioni e le menti, destrutturando, moralmente, l’impresa di liberazione dai Lager appena compiuta), c’è un ragazzo quindicenne, di nome Leo, Leopold Auberg, che nella custodia di un grammofono ha messo i suoi pochi bagagli e con questa misera e originale valigia affronta il viaggio verso la prigionia con atteggiamento per nulla pavido, quasi con un filo d’entusiasmo. Si tratta comunque di allontanarsi dalla vita di provincia. Quel ragazzo era un poeta rumeno-tedesco, Oskar Pastior, che, a quattro mani con Herta Mueller (nata anch’essa in un villaggio del Banato rumeno di lingua tedesca), avrebbe dovuto scrivere questo libro che Feltrinelli pubblica col titolo de L’altalena del respiro.

Dopo la morte di Pastior, avvenuta nel 2006, il progetto rischiò di interrompersi. La Mueller, però, decide di continuare a scriverne la storia e ne ripercorre tutte le tappe a partire proprio da quello sventurato viaggio: “Viaggiare era sempre una felicità. In primo luogo: Finché viaggi non sei ancora arrivato. Finché non sei arrivato, ancora non devi lavorare. Viaggiare è una tregua”.

Pastior muore, ma i suoi ricordi restano e la Mueller li imprime a fuoco nella nostra memoria. Perché assieme a Leo viviamo ogni giorno di quella prigionia, la ricerca quotidiana del cibo, dello spazio, del calore. La paura quotidiana di essere violati e consumati dal sopruso e dagli stenti. Vediamo ogni giorno la morte e vi assistiamo inermi, la prendiamo come naturale, parte delle cose, forzata come tutto il resto.

E tutto resta come nascosto in qualche anfratto, ma resta. Un po’ come la parola “Lager”.
Vi riflettevo. All’epoca dell’Università, noi studenti rimanemmo sconvolti dal significato che (nel giusto contesto) le diede il nostro lettore di lingua tedesca: magazzino. Magazzino? Il Lager? Sconvolgente ma vero; la parola certo non poteva essere cancellata dalla lingua, nonostante il significato ad essa legato sia ormai corrotto: continua a esistervi, ma acquattata, nell’ombra. Proprio come dichiarato durante il Festival della letteratura a Mantova dalla Mueller stessa: “Oggi [Lager] è anche il luogo dove si tengono le provviste nei diversi magazzini dell’industria e del commercio ed è una parola della tecnologia. […] C’è lo Endlager, il deposito per le scorie radioattive, per farle scomparire per sempre, in quella che cinicamente si potrebbe definire una nuova forma di soluzione finale. E nelle controversie politiche si parla anche di lagerdenken, che equivale a ragionare per stereotipi. Poi c’è l’espressione postlagernder Brief che corrisponde a fermo posta, ecc. Nelle accezioni innocenti della parola Lager in tedesco sento sempre il terrore, il turbamento psichico. Le cose designate con la parola Lager hanno una specie di nascondiglio”.

Il terrore del Lager resta nella parola, i corpi piagati dal freddo e dalla fame restano nelle parole puntuali, precise, forti e dure, poetiche e scarne al contempo, metaforiche, reali, surreali della Mueller. Restano nella descrizione pittorica, nella resa acustica di dettagli che diventano sempre più contesto, contribuendo a fare di questo testo una potente opera letteraria.

Titolo: L’altalena del respiro
Autore: Herta Müller
Editore: Feltrinelli (collana I narratori)
Dati: 2010 mag., 251 pp., 18,00 €

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I dipinti messi a corredo della recensione sono di Mykola Get’man, pittore ucraino che, internato nei Gulag, riuscì a sopravvivere grazie al suo essere un artista. Le sue opere sono tra le poche testimonianze dirette che registrano la vita dei detenuti nei campi di lavoro.