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Altre vite bruciano Dove finisce Roma

I giocattoli dei grandi fanno più male. Prendete i droni, gli aerei senza pilota guidati a distanza, usati in modo crescente dall’aviazione degli Stati Uniti; ora tornate indietro alla seconda guerra mondiale: i B-17 americani e i Lancaster inglesi, per liberarle dal giogo del Terzo Reich, scaricavano tonnellate di bombe sulle città europee. Roma fu bombardata dagli Alleati cinquantuno volte prima del 4 giugno 1944, data della sua liberazione. Nella manciata di giorni che precedono il 4 giugno è ambientato Dove finisce Roma, l’esordio narrativo di Paola Soriga. Ida, la protagonista, «i capelli neri dritti e la pelle di un’oliva», aveva quattordici anni – poco più che una bambina – quando nel 1940 Mussolini, contando di barattare poche migliaia di morti con una facile vittoria, fece entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler. Alla fine del conflitto le vittime italiane furono 443 mila e Ida, dal canto suo, era ormai diventata un’adulta. La guerra era stata la sua adolescenza, come sempre accade quando il tempo della Storia – la distruzione dell’Europa – invade con tale violenza il tempo del singolo.

«Ai genitori di Ida e Agnese, in Sardegna, quand’era scoppiata la guerra, era sembrata una fortuna che quelle due figlie stessero a Roma, a Roma, dicevano, mica ci buttano le bombe, a Roma che c’è il papa e il Colosseo». Non erano stati buoni profeti, ma si sforzavano di lenire il dolore per la partenza di quelle due figlie, in una casa piena di donne. Agnese, che «mai prima di allora aveva avuto un fidanzato», aveva seguito in continente suo marito Francesco, che lavorava al Ministero e credeva nel Duce; insieme erano andati ad abitare a Centocelle, in via dei Pioppi. Ida l’aveva raggiunta dopo l’estate del ’38 perché in casa c’erano troppe bocche da sfamare, ma anche perché Ida era diversa (ha i grilli per la testa, sostiene Francesco; tu sei come un’ostrica, Ida, hai una perla dentro, le dirà Don Pietro, il prete del quartiere) e nella capitale potrà continuare la scuola, e avrà modo di coltivare la sua unicità di persona, al di là dello schema biologico-sociale femmina moglie madre. A Roma sceglierà e sarà scelta da due vere amiche: Rita, “che nella sua famiglia sono comunisti”, e Micol, l’aggraziata ragazza ebrea che un giorno sarebbe andata via. A Roma sarà poi ribattezzata dalla guerra Ida Maria, staffetta partigiana, dal momento che entrare nella Resistenza, agire in prima persona, «le era sempre sembrata l’unica cosa da fare».

Dove finisce Roma è un libro che parla di sospensione e distanza, la distanza che sempre si forma rispetto all’Io che più non siamo, ma sul quale si fonda la nostra identità presente. La Sardegna per Ida rinasce in città quando l’odore del caminetto trasporta ricordi di intimità domestica, o quando le sensazioni visive si sovrappongono nella danza delle stagioni. «Era bello il cielo di Roma a novembre, con i colori che cambiavano e brillavano come uno scialle dei giorni di festa, che le ricadeva lieve sulle spalle a darle quiete», «Ida certe sere tornando a casa, spesso in bicicletta, i monti di Tivoli in fondo allo sguardo, sentiva una malinconia che le schiacciava il petto, come tante volte nell’orto, in paese, al tramonto davanti al fico grande».

La sospensione agisce nel libro su più livelli. In primo luogo c’è la sospensione dell’azione nel tempo effettivo del racconto: Ida, la mattina del 30 maggio 1944, temendo che i fascisti l’avessero scoperta aveva preso a correre, si era rifugiata in una delle cave sotto il pratone al Quadraro, «dove lei e Rita andavano a nascondersi da ragazzine, in quella stanza fra le pareti umide che era diventata il loro palazzo». Ora quella grotta diventa asilo e prigione, il posto dove passerà i giorni e le notti a seguire, rievocando a ondate, lungo il flusso del sogno e del ricordo, le impressioni della sua giovane vita, dall’infanzia in Sardegna alla lotta partigiana. «Nelle ore immobili si annidano i ricordi, le facce di quelli a cui si vuol bene». E il pensiero ritorna spesso ad Antonio, nascosto nelle campagne di Tivoli, che le ha mostrato l’amore che scorre in un bacio sghembo, ma non le ha mai detto che era lei la sua fidanzata. Arriveranno gli americani? L’azione è sospesa come la quiete dopo un rastrellamento, come gli orologi fermi nelle case bombardate. E Agnese non sapeva dare figli a Francesco. E Annina, la sorella di Rita, aveva smesso di parlare dopo aver visto la madre di un’amica fra le macerie. «Non chiederci la parola», scriveva Montale, «codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Dopo Montale, sarebbe certo una forzatura leggere sotto traccia Leopardi, A Silvia, «quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi», dietro un passaggio come il seguente: «quando lo guarda negli occhi, negli occhi suoi azzurri e grandi, che sembrano inondati di infinito», dove si riporta quel che prova Ida nei confronti di Antonio. Non è questo il punto, ciò che vorremmo evidenziare è la matrice poetica nella prosa di Paola Soriga. Poesia vuol dire innanzitutto ellissi e sintesi, sfrondare l’enunciato dalle norme grammaticali che ne limiterebbero la forza espressiva; vuol dire musicalità e ritmo nei legami e nelle dislocazioni tra le parole: [Qui per la prima volta in casa di Micol] «Tornando in salotto Ida si era sentita all’improvviso un po’ incomoda, ora saluto e me ne vado, aveva pensato mentre Micol si versava il tè rimasto, entravano gli occhi grandi di sua madre, con un rumor di tacchi». La virgola incorpora gli altri segni di interpunzione, declinando nella costruzione paratattica gli incisi del pensiero e le linee di dialogo dei personaggi, che spesso ricorrono al sardo campidanese o al romanesco. «Quando avevano aperto la scuola a Centocelle, il suo nuovo quartiere, Renata [la madre di Rita] era stata la prima ad andare a insegnarci, assieme a Erminia, che aveva il doppio dei suoi anni e un carattere odioso, come faranno i bambini a sopportarla, e come trattava Raffaele Spada, che era meridionale, immigrati, ecco cosa sono, una scuola di immigrati e nessuno sa parlare l’italiano».

Roma finisce a Sud nei quartieri periferici di Centocelle e del Quadraro, popolati negli anni trenta dagli immigrati provenienti da tutta Italia. Allora vigeva «quella legge fascista che non dà la residenza a chi non ha un lavoro», ai giorni nostri le fa eco la Bossi-Fini del 2002, che nega il permesso di soggiorno a chi non ha un lavoro per mantenersi – oggi che le periferie sono affollate dagli extracomunitari. Un libro ambientato nel passato offre sempre un quadro del tempo in cui è stato scritto, sovente la contemporaneità si rivela infatti una lente deformante. «Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato»: le parole di Calvino, da Le città invisibili, sembrano pensate apposta per il romanzo di Paola Soriga, che per certi versi è costruito sui nomi propri, sia materiali che immaginari, ma in ogni caso reali. Ciascuna azione o movimento dei personaggi ha una precisa collocazione spaziale: i nomi delle vie, delle piazze e delle botteghe disegnano l’ambiente narrativo e orientano il lettore nella Roma di allora, che attraverso quei toponimi si rispecchia nella Roma attuale. I nomi immaginari sono quelli dei personaggi (Ida, Agnese, Micol, Don Pietro) che si rifanno ai protagonisti di opere ambientate nella stessa epoca, da La storia di Elsa Morante a L’Agnese va a morire della Viganò, da Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani a Roma città aperta di Rossellini. Scrive ancora Calvino che «i libri nascono sempre da altri libri», e non potrebbe essere altrimenti: i libri sono i capitoli di una narrazione universale, così come le singole vite si sciolgono nella storia dell’uomo. Poi spetta alla coscienza individuale scegliere i propri modelli di riferimento.

I giocattoli dei grandi fanno più male. Di certo lascerebbe stupiti vedere uomini adulti che giocano per strada a guardie e ladri o a fare i cowboy, però è tutt’oggi largamente accettato che uomini uccidano uomini per esportare la democrazia o restaurare la pace, servendosi, per farlo, degli ultimi ritrovati che la tecnica mette a disposizione. Dove finisce Roma adotta in prevalenza il punto di vista adolescente di Ida così come Calvino aveva scelto lo sguardo bambino di Pin ne Il sentiero dei nidi di ragno. Un occhio pre-adulto è una lastra fotografica ipersensibile rispetto alla realtà bellica, che viene così spogliata degli ideali che ammantano la sua mancanza di senso; inoltre, una prospettiva dal basso si rivela più agevole per il lettore che si accosta al racconto. Il fatto poi che la protagonista, Ida, sia una giovane donna impegnata nella Resistenza, permette all’autrice di dare risalto al ruolo femminile attivo che era stato messo in moto dalla guerra, visto il massiccio impiego di uomini al fronte. Paola Soriga è nata nel 1979, ha conosciuto una società post-ideologica, è cresciuta nell’Italia del berlusconismo; per raccontare una storia di donne ha preferito guardarsi indietro, quasi a voler cercare le radici profonde di un futuro diverso.

Oggi Ida avrebbe ottantasei anni, ed è probabile che sarebbe indignata da tanta indignazione “controllata”, che brucia per autocombustione senza infiammare davvero il corpo sociale. O forse sarebbe solo stanca, lei che una guerra l’ha già combattuta, e si soffermerebbe a guardare il cielo, azzurro, come succede a volte in Sardegna. 

Titolo: Dove finisce Roma
Autore: Paola Soriga
Editore: Einaudi
Dati: 2012, 140 pp., 15,50 €

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