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Anarchy in Europe

I am an antichrist/I am an anarchist
Don’t know what I want/But I know how to get it
I wanna destroy the passer by/’Cause I wanna be Anarchy

La nascita della cultura (o subcultura) punk viene fatta risalire alla prima apparizione televisiva dei Sex Pistols, nel 1976, per il programma So it goes.
In realtà, oltreoceano,  già da qualche anno, la parola “punk” – termine dall’etimologia incerta che, in senso lato, vuol dire “teppista”, “imbroglione” – era diventata famosa, grazie a personaggi del calibro di Patty Smith e  Lou Reed. Ma pure alla nascita della rivista Punk, nel 1975.
Tuttavia, è proprio con i Sex Pistols, in Gran Bretagna, che viene istituzionalizzata. E identificata, sempre e comunque, come negazione stessa della cultura.
I punk non sono. Non hanno interesse per nulla, non hanno rispetto per le istituzioni, per la musica, nemmeno per loro stessi. E chi meglio dei Pistols poteva incarnare questo spirito nichilista?
Creati a tavolino dal vulcanico Malcom Mclaren, che aveva respirato l’aria di cambiamento negli Stati Uniti, i Sex Pistols non sanno suonare. Non sono artisti. Sono un vuoto da riempire. E Mclaren, manager da strapazzo ma genio incosueto e inconsapevole dell’immagine (e del marketing),  sa come riempirlo. I suoi abiti (e della moglie, la stilista Vivienne Westwood) sono ormai noti: magliette strappate o cucite male, frasi irriverenti e prive di significato, spille da balia. Jamie Reid intanto pensa a diffonderne il marchio: sua la famosa immagine della Regina Elisabetta con occhi e bocca coperti dal titolo della canzone “God save the queen”, ma anche moltissime altre illustrazioni: copertine di dischi, fanzine, flyer, manifesti per concerti.
Perché il punk, oltre ad essere uno stile di vita (vero o artificiale che sia) e un genere musicale, è soprattutto arte visiva. La vita dei punk è una vetrina, sempre sotto osservazione, è impossibile non farci caso. L’anonimato è la morte stessa del punk, esibizionista per definizione: per imbrogliare, ci vuole l’imbroglione e l’imbrogliato. E tutti devono conoscere il proprio ruolo.
Per questo motivo la diffusione delle immagini e dell’iconografia del punk, divengono il fulcro del movimento. La mostra a Villa Medici espone 550 oggetti, provenienti da collezioni private e pubbliche: abiti, fanzine, poster, volantini, disegni e collages, cover, filmati. L’intento è creare un percorso visivo che, in Europa, va dalla supposta nascita del punk fino al suo declino, agli albori degli anni ’80, con i Joy Division.
La prima sala è dunque interamente dedicata ai Sex Pistols e alle suggestioni create da Malcom Mclaren e Jamie Reid.

La seconda sala invece ci porta in Francia, con il collettivo Bazooka, “attivisti grafici” che hanno stravolto, alla fine degli anni ’70, la narrazione per immagini.
Dopo la collaborazione con Libération, interrottasi a causa degli scandali provocati dai loro disegni, fondano una rivista di culto, ormai introvabile, Un regarde moderne. Le illustrazioni, spesso sotto forma di strisce, sono agghiaccianti e provocatorie. Una presa in giro del Sistema, un pugno in pieno stomaco. Molte famose copertine di dischi sono state disegnate dai Bazooka. Che purtroppo scompaiono, o quasi, nel giro di pochi anni, a causa dei loro problemi con le istituzioni e con la droga.

Il movimento punk inizia così ad assumere connotazioni politiche, prima assolutamente rigettate. Con i Clash, cui è dedicato lo spazio successivo, il punk raggiunge una certa maturità, a livello di pensiero politico (appunto) ma anche di musica: i Clash sono infatti ottimi musicisti.

Ci sono poi incursioni nel resto d’Europa: l’Italia, l’Olanda, la Germania. In ogni paese il punk è un fenomeno a sé, ma ripropone gli stessi schemi.

Se è vero che il fenomeno è durato poco meno di 5 anni, tuttavia l’influenza del punk  continua a rivivere, sotto forme diverse, a volte più estreme, a volte edulcorate. In fondo, la velocità con cui si è esaurito il movimento fa quadrato con le vite bruciate da uno stile di vita insostenibile e con il ritmo inclazante delle canzoni, che spesso non arrivano a 2 minuti! E nonostante questo, molte icone del punk sono sopravvisute e si sono reinventate (nemmeno troppo): Patty Smith, Iggy Pop, lo stesso Johnny Rotten. E molti sono venuti ad imitarli (con risultati più o meno discutibili): i primi Green Day, i Bad Religion, gli Offspring.

La mostra è ospitata nella meravigliosa location dell’Accademia di Francia a Roma, sopra Trinità de’ Monti: una cornice di pura bellezza architettonica, che sembra quasi una presa in giro al punk. In realtà è un riconoscimento importante (su cui magari i Sex Pistols avrebbero sputato): una nuova dignità al genere. Purtroppo, la mostra è un po’ carente. Dimentica o tratta in maniera superficiale alcuni grandi artisti, dedicando invece due sale intere ai Pistols e ai Bazooka, soprattutto non riesce a dare una chiave di lettura né a creare una mappa mentale. Si tratta di una fredda esposizione di oggetti e illustrazioni, senza alcuna didascalia e senza contestualizzazione. Inoltre molte delle scritte sono in inglese, francese o olandese: insomma se non conosci le lingue e non sai nulla del punk, la mostra non fa per te. Peccato!

EUROPUNK La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980
a cura di Éric de Chassey, con la collaborazione di Fabrice Stroun

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
Ingresso 6 euro

Dal 21 gennaio al 20 marzo 2011