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Andy Warhol e l’essenza dell’apparenza

È proprio vero che gli anni ’60 non passano mai di moda. A riprova di ciò si potrebbero citare un’infinità di esempi estratti da qualsivoglia settore culturale possibile e immaginabile. Giusto una manciata di giorni fa, per dire, Paul McCartney registrava il tutto esaurito sia a Milano che a Bologna. Questo vale anche per l’arte, ovviamente. Basti pensare che, dall’ottobre scorso, l’intera penisola è infestata di mostre dedicate all’Arte povera (e noi non ce le siamo lasciate scappare). Ma se c’è un artistica che, più di tutti gli altri, è sinonimo di quel decennio straordinario, questo è senza alcun dubbio Andy Warhol.

La mostra Dall’apparenza alla trascendenza – fino all’11 marzo 2012 al Centro Saint Benin di Aosta –  ripropone il percorso creativo del padre della Pop art attraverso una collezione di oltre settanta lavori, tra cui spiccano le celeberrime “icone” che, assieme alla serie di opere dedicata alle zuppe Campbell, sono l’essenza stessa dell’arte warholiana. I variopinti ritratti di Mao Tse-Tung, Marylin Monroe e Liza Minnelli – tutti presenti in mostra – sono quasi più riconoscibili dei volti reali degli stessi personaggi e certamente hanno avuto un ruolo fondamentale nello spingerli oltre la semplice fama, ergendoli al rango di icone immortali.

L’allestimento curato da Francesco Nuvolari, però, trova il suo vero punto di forza nel tentativo, riuscito, di andare oltre la mera proposta di opere arcinote a tutti – per quanto geniali e quindi sempre godibili –, inserendo l’artista originario di Pittsburgh all’interno di un contesto più ampio, quello della società dell’immagine, di cui egli stesso fu uno dei più celebri portabandiera. La serie degli Space Fruits, i già citati ritratti delle zuppe Campbell – riprese addirittura su di un sacchetto della spesa di carta, del 1966, e sulla tomaia di un paio di scarpe distribuite al Club 54 di New York, nel 1978 – e, soprattutto, la sorprendente collezione di copertine di dischi – da Sticky Fingers dei Rolling Stones, autografato da Mick Jagger e dallo stesso Warhol, fino alla celeberrima banana dei Velvet Undeground – testimoniano perfettamente di una creatività vulcanica sempre connessa a uno spiccato spirito imprenditoriale e opportunistico.

Perché, se Warhol è Warhol, cioè il nome più famoso dell’arte del secondo dopoguerra, è proprio grazie alla sua geniale trovata di “abbassare” l’arte al livello dei prodotti commerciali, rendendola, in un certo senso, più democratica, perché più facilmente reperibile, acquistabile, e quindi inserendola nel meccanismo della macchina consumistica. Lui che aveva predetto i 15 minuti di fama per ogni essere umano, aveva perfettamente capito come guadagnarsi la gloria immortale.

Andy Warhol - Judy GarlandAndy Warhol - Liz TaylorAndy Warhol - ManRay 1974Andy Warhol - InterviewMagazine Madonna 1985Andy Warhol - Liza Minnelli white ground 1978

 

Andy Warhol. Dall’apparenza alla trascendenza

Fino all’11 marzo 2012

Centro Saint Benin, Aosta