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Artisti Sommersi. Enrico Mazzone

Capita ancora spesso di avere un’idea romantica e romanzata della figura dell’Artista, come se egli fosse perennemente un membro dello Sturm und Drang, della Bohème o della Scapigliatura, mentre attorno a lui il mondo si muove freneticamente senza che manifesti alcuna traccia residua di romanticismi e idealismi vari. La realtà dei fatti è ben diversa: anche l’Artista si è adeguato ai dettami del XXI secolo. Se è già affermato, il suo lavoro e la sua immagine vengono promosse da un ufficio stampa, come capita per qualsiasi altro personaggio di un certo calibro; se è alle prime armi, non rimane certo chiuso in una soffitta di Montmartre, ma, anzi, studia strategie – che a volte forzano malamente la naturale ispirazione – per emergere dal foltissimo gruppo, o, semplicemente, per sopravvivere: si butta sulla comunicazione, sulla pubblicità, il design, la grafica.

Com’è ovvio, ci sono le eccezioni che apparentemente stridono con l’epoca attuale, ma sono in realtà un sano e affascinante controcanto che conferma quell’idea tanto amata del temperamento artistico.

Enrico Mazzone (Torino, 1982) è uno di questi formidabili girovaghi romantici; una sensibilità baudelairiana fuori del tempo, dotata di un affascinante immaginario gotico reso su carta da una manualità superba, alla costante ricerca d’ispirazione in nuovi luoghi.

Da quando ho iniziato a muovermi, circa due anni fa, penso di aver ristretto il mio immaginario alla stregua dell’esperienza. Spostandosi, si è sempre investiti da un ondata di feedback, che non si riescono definitivamente a imprimere. Per questo motivo lo stile cambia adeguandosi alla circostanza. È un concetto situazionista che, per semplificare, si risolve nel detto “paese che vai usanze che trovi”. Ogni posto ha la sua luce, il suo flusso, e di conseguenza può influire sulla sfera percettiva/emotiva. All’inizio sono sempre un po’ spaventato. Credo sia normale dopo aver vissuto per ventisette anni all’ombra di una famiglia serena, ma turbolenta. Ora che le acque si sono rotte per la seconda volta, non posso che avere i ricordi di prime esperienze precedenti da riutilizzare come frantumi.

Nell’Ottocento, l’orizzonte era Parigi. Negli anni Ottanta, è stata la volta di New York. Ora tocca a Berlino richiamare a sé i giovani artisti.

 

Berlino proprio non mi piace. Magari Norimberga farebbe al caso mio, come Canterbury invece di Londra. Ora sono leggermente bloccato perché una città come Berlino è parecchio inflazionata. Una sorta di “barcellonizzazione” la sta invadendo di uno strato superficiale; c’è di buono che le correnti sotterranee la sanno sempre rinnovare, ma di una nuova schiuma destinata presto e comunque a evaporare.

Non pensi, quindi, che per un artista sia più facile emergere a Berlino che, ad esempio, a Torino?

Bè, penso che un artista possa essere reso libero di emergere innanzitutto dal suo ego, dalle sue ansie, paure e tensioni, questo è (introspettivamente) già tanto e non sono in molti ad avere la fortuna di coglierlo. Ancora una volta non è importante il luogo, ma il modo in cui ci si pone nei confronti delle persone. A me manca davvero tanto la mia città, le persone amiche e nemiche. Posso solo dire, cinicamente, che il Nord Europa permette a un artista di ottenere maggiore credibilità e organizzazione, ma questo non ha davvero nulla a che fare con l’impegno che si mette nella propria arte.

Nell’inverno scorso hai collaborato con la band OvO, creando delle tavole pittoriche durante la loro esibizione. Hai poi realizzato delle copertine per una band del panorama black metal scandinavo…

Finalmente lavorare a stretta vicinanza con un gruppo (i giovani Svikt) mi ha saputo dare le giuste suggestioni per condividere  il medesimo clima dissonante nel quale ricreare magmaticamente un concetto. Ancora musica e immagine che giocano a un girotondo caleidoscopico. La musica aiuta a distendere il segno quanto il pigmento su una tela. La musica riesce ancora a  cambiare il quotidiano sentimento di tristezza o felicità. Credo che tutti siamo d’accordo sul valore aggiuntivo che sa enfatizzare.

Ultimamente stai sperimentando molto con i toni rossi e gialli, che si sono venuti ad aggiungere alle tue figure cromaticamente neutre…

Ecco, appunto, Berlino è fatta di quei rossi e gialli… Questo è ciò che vedo, respiro e sento tutti i giorni. Di contro alle polluzioni naturali norvegesi, giocati sui blu amarantini e oltremare che si scagliano aggredendo i rosa più tenui dell’orizzonte.

Sperimentare va bene ma fino ad un certo punto. In caso contrario si costruisce un edificio eclettico senza che mai avere il riparo di un tetto.