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Storia di Astarte, il migliore amico di una leggenda

Astarte, l’ultima storia scritta, disegnata e nemmeno terminata da Andrea Pazienza, inizia come fosse un sogno di Penthotal. Ma le apparenze – accade spesso – ingannano.

Il protagonista di una delle più celebri storie dell’autore – nonché suo vero e proprio alter ego, perché si muoveva sullo sfondo del Settantasette bolognese – iniziava la sua avventura risvegliandosi da un incubo animato da un delirante giullare armato di pistola e da un gangster pacioso dalle apparenze tutt’altro che innocue, e poi si andava ad infilare in una sarabanda di peripezie surreali a metà strada tra il sogno e la realtà.

Il cane parlante che appare in sogno a Pazienza in apertura di questo volume è invece l’unica concessione all’improbabile contenuta nelle dieci tavole dedicate alla storia di Annibale, che l’autore decide di raccontare attraverso le parole di Astarte, l’immaginario (?) cane molosso nero che lo seguiva fedelmente in ogni battaglia.

Cos’è successo al Pazienza che conoscevamo? Come ha potuto rinunciare ai nonsense che sembravano la cifra stilistica delle sue storie?

Quello che incontriamo tra queste pagine è un Pazienza diverso. Marina Comandini, sua compagna fino alla fine e plenipotenziaria della sua eredità artistica, ci spiega nella postfazione al volume che, poco prima di morire, Andrea aveva deciso di raccontare per immagini la sua ultima “infatuazione” intellettuale: la vita di Annibale, conosciuta attraverso la lettura di una biografia scritta da Gianni Granzotto. Pazienza viveva, allora, a Montepulciano, lontano dalla Bologna del DAMS e dei suoi vent’anni, lontano dall’eroina che in quegli anni era entrata nella sua vita e da cui, apparentemente, si era liberato. I deliri di Penthotal, i disturbi antisociali di Zanardi e i tormenti di Pompeo sembravano, per un momento, dimenticati. La fantasia dell’autore (davvero senza confini: era lui stesso a dire “La pazienza ha un limite, Pazienza no!”) poteva così abbandonare la squallida realtà che lo ossessionava da sempre e involarsi tra le pieghe di una storia che sembrava rivivere sulle rive del lago Trasimeno e in tutti i luoghi che l’autore visitava inseguendo un eroe di duemila anni fa.

Se lo sguardo di Pazienza ci appare diverso, lo stesso non si può dire del suo tratto. Nelle poche tavole portate a termine, Pazienza passa in rassegna una grande quantità di stili. La stessa varietà che, in passato, lo aveva portato ad affermare ancora: “Io sono il più bravo disegnatore vivente”. Tutto questo, come sempre, senza mai rinunciare  alla propria unicità e riconoscibilità. Le tavole fatte di primi piani caricaturali, di espressioni deformate dalla più vasta gamma di emozioni, si alternano ad altre di un iperrealismo quasi doloroso. Le forme sono a volte appena accennate da una linea che, in obbedienza agli insegnamenti della ligne claire francese, ci dice tutto su ciò che rappresenta; altre volte, sono rifinite fin nei minimi particolari. A pagina 49 fa capolino un Annibale che, crediamo, molto deve alla fisionomia di un altro celebre personaggio di Pazienza, il già citato giovane (sociopatico) Zanardi.

Quando nel 1988 morì, Pazienza aveva disegnato solo dieci pagine di Astarte. Questo volume ne conta cento e passa (compreso un approfondimento sulle fonti storiche che parlano di Annibale). Viene dunque spontaneo chiedersi cosa ci sia dietro a un simile aumento. Ci sono, probabilmente, tre risposte possibili.

Una buona: come dice ancora la Comandini, l’intenzione era quella di dare il giusto risalto a ciascuna vignetta, dedicandole uno spazio più ampio – un’intera pagina – di quello pensato in originale dall’autore.

Una cattiva: all’aumento delle pagine (non sempre le vignette giustificano o permettono  questa “espansione”) corrisponde un aumento di prezzo.

Una affascinante: questo formato sembra richiamare un altro fumetto che ci ha raccontato l’eroismo con toni e argomenti diametralmente opposti. Non sembra impossibile trovare, già nell’introduzione di Roberto Saviano, un riferimento a 300, la storia che Frank Miller ha dedicato a Leonida e agli spartani morti alle Termopili. Qui  però non c’è spazio per i toni trionfalistici di Miller, né per la sua (spesso) vuota retorica.

Morendo giovane come molti miti, Pazienza non ha fatto in tempo a inciampare nell’inevitabile perdita di ispirazione che ha colpito altri grandi autori. Sfogliando le pagine di Astarte, e immaginando cosa ci siamo persi, questa sembra l’unica consolazione possibile. Ma non è davvero granché.

Titolo: Astarte
Autore: Andrea Pazienza
Editore: Fandango Libri
Dati: 2010, pp. 106
prezzo:  € 20,00

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