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Venezia, per amanti dell’arte

Llyn_FoulkesDella Biennale di Venezia ne hanno già parlato praticamente tutti, com’è giusto che sia. Tra il giugno e il luglio scorsi c’è stato un bombardamento di notizie, articoli, recensioni, opinioni, tutti incentrati sull’appuntamento artistico per eccellenza, giunto quest’anno alla sua 54esima edizione. Siamo arrivati tardi, verrebbe da concludere. L’argomento non è più così caldo perché, in fin dei conti, manca poco più di un mese alla chiusura dei battenti.

Eppure, proprio negli ultimi giorni, la Biennale è tornata all’onore delle cronache a causa dell’infausta decisione, presa dal ministro per i Beni culturali Giancarlo Galan, di sostituire Giulio Malgara, fondatore e presidente dell’auditel, all’amatissimo Paolo Baratta, nel ruolo di Presidente dell’evento lagunare. Il quotidiano La Nuova Venezia, nel giro di pochi giorni, ha già raccolto più di mille firme a favore della rielezione di Baratta e visitando i Giardini e l’Arsenale, i cui sono diffusi i vari padiglioni nazionali, la reazione degli “indignados” della cultura non stupisce affatto.

La Biennale funziona: è bella, affascinante, allo stesso tempo disorientante e sorprendente. È colorata di stili immensamente diversi tra di loro. Si passa, nel giro di poche decine di metri, dal freddo gelido e noioso del padiglione scandinavo, al caldo infuocato dei pavimenti di legno intagliati a raffigurare i volti delle miserie politiche italiane – Berlusconi, Andreotti, Santanchè, Claderoli – di quello danese, uno dei migliori dell’intera manifestazione e sicuramente il più pregno di critica alla classe dirigente; dalle centinaia di piccioni inquietanti di Maurizio Cattelan, che sovrastano minacciosi l’intero padiglione centrale curato dalla svizzera Bice Krueger, quasi a voler significare che anche quest’arte nuova, o quantomeno recente, è già vecchia quanto i monumenti delle nostre piazze e pronta a ricevere le deiezioni dei pennuti, alle magnifiche opere del Tintoretto, presenti nello stesso padiglione della Krueger, che fanno respirare una fresca boccata di forme e colori, dopo tutti i minimalismi e i postmodernismi precedenti.

In Francia, Christian Boltanski ha allestito una labirintica fabbrica delle nascite, in cui scorrono velocissimi i volti di centinaia di neonati, mentre in due sale aumentano a velocità diverse le cifre che segnano il numero delle nascite e quello delle morti che avvengono nel mondo, con il primo sempre superiore al secondo. Il padiglione degli Stati Uniti è stato messo interamente nelle mani del duo Allora & Calzadilla, capaci di sorprendere sia con un carro armato rovesciato, i cui cingoli vengono mossi da un tapis roulant sui cui corre un atleta e con il geniale organo a canne che, al posto dei tasti, ha un bancomat funzionate e suona ogni volta che qualche coraggioso supera la folla per ritirare dei soldi.

Della famigerata accozzaglia del Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi si è ormai già detto tutto e per un’analisi approfonditissima che mi trova pienamente d’accordo, vi rimando all’articolo Adieu, Venise scritto da Massimo Rizzante. Purtroppo, proprio per la caotica immensità del progetto – più di 200 opere affastellate l’una sull’altra – è difficile distinguere i sommersi dai salvati. Eppure, il passaggio dai padiglioni minimalisti, come quello inglese o quello belga, in cui viene presentato un solo artista, a questo magazzino dell’arte italiana, trova il suo fascino proprio nella sregolatezza effimera del secondo, privo di contenuti, o comunque abilissimo nel nasconderli. L’importante e non passare troppo tempo tra l’ammasso di dipinti e sculture voluto da Sgarbi, perché ci sono opere che valgono ben di più di queste, come l’incredibile The Clock, dell’artista Christian Marclay, giustamente premiata con il Leone d’oro. Immaginate un film che duri 24 ore e che, attraverso delle inquadrature di orologi estrapolate da una quantità pressoché infinita di film più o meno famosi, scandisca esattamente il tempo reale. Quando sullo schermo appare una scena di Via col vento, in cui un pendolo segna le 15.31, voi guardate il vostro orologio e scoprite divertiti che anche per voi, come per Rossella O’Hara, sono le 15.31 e così via, per un’intera giornata scandita temporalmente dalla finzione cinematografica.

Forse, a dicembre, qualcuno comincerà a tirare le somme di questa Biennale, ma noi, nel nostro piccolo, suggeriamo di non farlo, perché l’esperienza è troppo complessa ed eterogenea per essere racchiusa in un singolo giudizio. La speranza è che con il passaggio dalla guida di Baratta a quella del Signor Auditel, la manifestazione non si trasformi nella Biennale degli ascolti, piuttosto che in quella dell’arte contemporanea in tutte le sue forme, dalle più deprecabili a quelle più geniali.

 

54. Biennale di Venezia

fino al 27 novembre 2011

Christian Marclay, The Clock

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