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Come funziona la nostra mente? Chiedetelo a Munch!

“La mia arte è un’auto confessione. Per suo tramite io tento di far luce sul mio rapporto col mondo. Si potrebbe anche considerarlo egoismo. Comunque sia, ho sempre pensato e sentito che la mia arte potrebbe aiutare gli altri a fare luce nella loro ricerca di verità”. Parole rivelatrici quelle di Edvard Munch, “pittore dell’angoscia” secondo la strada del pensiero più battuta, altrimenti svelatore senza filtri della psiche moderna. Che sia stato un “ritrattista” dell’anima capace di fare emergere modalità emozionali e travagliati stati che affollano la psiche, ne è certo Marco Alessandrini, psichiatra e psicoterapeuta che gli ha dedicato uno studio, La mente spiegata da Edvard Munch. (Magi edizioni). Il libro è stato presentato nella sede della società psicoanalitica di Roma con il supporto dello psicoanalista Leonardo Albrigo e il coordinamento di Fabio Castriota (presidente del centro Spi di Roma). Quanto è apprezzabile e suadente la psicoanalisi che si fa esercizio di sorellanza, che non va all’arrembaggio, forte di una tesi precostituita, per conquistare un nuovo trofeo alla propria causa, ma si mette in ascolto e cerca di comprendere l’umano. In questo modo lascia espandere la voce di un’anima perché manifesti le declinazioni dell’affanno, della sofferenza, della riluttanza a ogni ordinaria economia domestica: modi che rivelano qualcosa di ciascuno oltre la coltre del quieto vivere. Tale psicoanalisi non riduzionista né preordinata interroga l’arte perché renda meno oscure le movenze dilanianti che segnano a fuoco vivo il cammino di certe vite.

Munch, come d’altra parte Kafka in letteratura, non smette mai neanche per un attimo della sua vita di sentirsi a un tempo colpevole e perseguitato,  sempre minacciato da forze oscure nella propria mente e fuori, esseri umani in forma di spettri. I quadri (prima ancora i copiosi diari) diventano un’incessante scrittura e riscrittura della propria vita interiore, una successione di istantanee dell’anima che permette di contenere il tarlo d’origine, il magma interno. Intanto però nel ritratto dell’angoscia lo spettatore  ci sbatte contro, resta intirizzito ma scopre che quel tormento è anche il suo.  La psicoanalisi “ancella” dei moti esistenziali non fa che prenderne atto e tradurre in apice di senso ciò che è incoscienza pura. Ci sono artisti “tormentati” come Munch, ma guai ad approfittarne a proprio vantaggio. È vero: la biografia sembra fatta apposta per soddisfare certe equazioni: quando ha 5 anni gli muore la madre di tubercolosi; la sorella prediletta, Sophie, muore anche lei all’età di 15 anni (lui ne ha 14) di tubercolosi (La bambina malata è il racconto reiterato del trauma); il padre, medico dell’esercito vive da recluso per il precipitare di un disturbo maniaco-depressivo con ossessioni religiose. “Ma sarebbe sbagliato accogliere l’opera di Munch come conseguenza della sua vita travagliata. Bisogna scandagliare l’inconscio dell’opera. Lo psicoanalista deve fare attenzione a non usare l’arte per far tornare un proprio discorso maneggiando senza cautela patologia, vita, opera dell’artista”, avverte Albrigo che nota come valga lo stesso principio di cautela anche nel rapporto con i pazienti. Difatti Alessandrini si guarda bene dallo scivolare in facili corrispondenze tra biografia e interpretazione ma punta l’attenzione sui quadri secondo il monito di Jung: “l’opera d’arte ha la propria psicologia che si differenzia talvolta notevolmente dalla psicologia personale dell’artista. Se così non fosse, all’opera d’arte non spetterebbe il pregio dell’autonomia”.  L’arte si sostanzia di un “doppio assente”: dipingere diventa in Munch modalità di tramutare la melanconica da castigo, punizione eterna a forza dinamica e creatrice, via per trovare conforto e lenimento alle proprie sofferenze, alleggerire la tensione psichica ma senza poter incidere sulla quotidianità e sulle relazioni mancate; permette di usare la malinconia non come difesa del proprio magma interno ma come scandaglio che fa affiorare le nostre stesse passioni. Però non è fonte di cura né di guarigione perché manca la consapevolezza, manca un tramite per rielaborare i traumi come può essere un terapeuta; anzi annota Alessandrini a sua volta l’opera diventa essa stessa sintomo reiterato all’infinito.  La creatività degli artisti in generale è animata da genialità e intuito, non da consapevolezza né tanto meno da una intenzione di “guarire”, anzi reitera una modalità “disturbata” di stare al mondo che però permette di non cadere nel baratro, consente un curioso “equilibrio omeostatico”.

Del resto Magritte nel 1956 dipinge La fata ignorante precisando che l’arte è magica ma ignorante perché non conosce il perché dei propri incantesimi.  L’opera di Munch, spinosa e irrisolta, “è l’esperienza interna di un inconcludibile e divorante lutto riconducibile ad abbandoni e distacchi in fasi precoci”, scrive nel libro Alessandrini. Come le emozioni, i sogni, rivela e allo stesso tempo cela, occulta. La sua peculiarità stilistica, il colore più importante della forma a rendere le emozioni trafittive, l’eccitamento sensoriale, il flusso motorio, la pulsione aggressiva e sessuale, le linee sinuose, vibranti sfocate, sono tutti topoi, sue originali reti contenitive, freudianamente ‘coazioni a ripetere’ che stanno lì a mostrare “secondo gli occhi dell’emotività e dell’inconscio come soffriamo realmente le cose al di là di come ci sforziamo di elaborarle”. Il lavoro di Munch, non può che essere “ricorsivo”, senza inizio né fino, espressione variata dello stesso nodo patologico d’origine, protezione e argine contenitivo rispetto alla paura di impazzire. Paura che accompagnò l’intera vita del pittore norvegese: i sintomi non lo abbandonano mai. L’urlo, considerato a ragione icona dell’arte moderna, raccontato in più fasi e in modi diversi, è la trascrittura del sentire in maniera psicotica, è il disturbo che diviene evento reale, vortice. Racconterà poi l’origine: passeggiava con amici che si allontanarono un po’ da lui, restò un po’ indietro, vide tingersi di rosso sangue l’ambiente e sentì l’urlo: l’al di là e l’origine della vita si fondono.

Così l’autoritratto dal titolo ‘L’insonne’ è il trauma allo stato puro. “Malattia, pazzia e morte sono gli angeli neri che hanno attorniato la mia culla”, scrive Munch che muore a 81 anni nel 1944 dopo una vita da “perseguitato”. “L’arte dunque non ha valore curativo – sottolinea Alessandrini – Munch è riuscito a modificare il proprio guscio rendendolo meno rigido, più poroso e accessibile al rapporto, ma non ha mai avuto ciò che noi cerchiamo di dare ai nostri pazienti, una risposta empatica”. Non c’è stato chi lo liberasse dagli angeli neri: la pittura poteva rivelarli, mai cacciarli: “Gli angeli del terrore – dolore e morte – mi sono rimasti accanto dal giorno della nascita. Mi hanno seguito mentre giocavo – mi hanno seguito ovunque. Mi hanno seguito nel sole di primavera e nello splendore dell’estate”.

 

 

 

Titolo: La mente spiegata da Edvard Munch. Psicoanalisi in dialogo con un artista
Autore: Marco Alessandrini
Editore: Ma. Gi.
Dati: 200, 152 pp., 20,00 €

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