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Come un uomo sulla terra. Una favola al contrario

Quando le prime immagini del film compaiono sullo schermo, con la voce narrante che dà inizio alla storia, si ha quasi l’impressione di una favola al contrario. Favola perché i corpi, i visi che si affacciano dall’inquadratura della telecamera, prima di tutto svelano il loro fine ultimo: quello di scappare alla ricerca di un mondo migliore, con pochi mezzi a disposizione e tanta speranza. Ma è al contrario, però. Poiché per raggiungere la terra promessa non si hanno poteri magici, amici speciali in grado di “sconfiggere i cattivi”; si è inermi di fronte a una pistola, sotto il pugno di cinque, sei, sette uomini. Esattamente come può esserlo un uomo sulla terra.
Cosa succede, cosa ci si deve aspettare dopo essere stati infilati in 45 in una Land Rover, e aver attraversato il deserto sudanese che divide l’Etiopia dalla Libia? Tutto è una sorpresa. E a spiegarlo ci pensano i rifugiati; uomini e donne che per raggiungere l’Italia hanno prima dovuto subire il potere che il danaro e le armi conferiscono alle persone.

La prima metamorfosi è il passaggio da uomo a merce di scambio. Si arriva in Libia, chi con la speranza di raggiungere l’Europa, chi semplicemente alla ricerca di un lavoro, anche a Tripoli. Ma appena il viaggio è iniziato, ci si rende conto che la propria volontà non ha più voci in capitolo, che i centri decisionali sono gestiti da altri. E quindi un trafficante può decidere che l’importo che hai pagato non è più abbastanza; può legarti a un palo e lasciarti lì a marcire con le braccia serrate da corde strette, fin quando la tua mente non avrà elaborato un modo per trovare i soldi che lui ti chiede; lividi violacei come serpenti attorcigliati addosso saranno lì a ricordartelo per sempre. Come non si potranno dimenticare gli abusi sessuali sistematici, le violazioni corporali che tutte le donne subiscono nella traversata verso il miraggio del benessere.

Dai trafficanti si è poi ceduti alla polizia, e, dopo un periodo indefinito di prigionia nelle carceri costruite con le tasse degli italiani, si viene venduti ad altri trafficanti. Quindi ancora soprusi, vessazioni. Nella speranza che prima o poi, raggiungendo il mare e da lì l’Italia, le fiamme dell’inferno libico scompaiano dalla vista.
Le storie, i racconti che i rifugiati donano alla cinepresa, sono di gente che dopo tutto ce l’ ha fatta. Rimane il bruciore; un taglio aperto dentro, sanabile a metà con l’altra sempre pronta a gocciolare sangue; un finire che cessa di smettere a singhiozzi e poi ritorna sotto forma di fantasmi, di incubi. E la domanda che ci si pone è: chi non ce l’ ha fatta? Chi non è riuscito a raggiungere l’Italia? Di alcuni, del loro destino, si sa già qualcosa. Qualcuno è morto durante il viaggio, cadendo dalla macchina stracolma. Altri durante la prigionia, per fame, violenza, sete. Come un uomo sulla terra è un promemoria da mettere sotto il cuscino: sopra c’è scritto “i campi di concentramento esistono ancora”, così come il traffico di uomini, e l’Italia ne è complice. La storia si ripete; se poco la si impara poco si capisce; per questo a orribili errori è data la possibilità di ripetersi.

Corriere immigrazione

Come un uomo sulla terra
di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene
Durata 60’
Prodotto da Asinitas Onlus e ZaLab