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Deep in the Woods

I Woods sanno come iniziare un album. Da Song Of Shame (Woodsist, 2009), passando per At Echo Lake (Woodsist 2010) e Sun And Shade (Woodsist, 2011), fino all’ultimo, fresco di stampa, Bend Beyond (Woodsist, 2012), la band di Brooklyn è sempre riuscita, col primo pezzo, a farmi saltare giù dalla sedia. Ma se nei primi album si trattava di ballate lo-fi psichedeliche dal sapore allegro, questa Bend Beyond, oltre al fatto di essere elettrica, si distingue per una tinta cupa, malinconica. Le suggestioni west coast sono le stesse di sempre, come anche l’approccio psichedelico – la lunga escursione chitarristica rispetto alla parte cantata ne è la dimostrazione – ma qualcosa è cambiato nell’atteggiamento e nei testi.  Intanto il pezzo assomiglia più a un miraggio desertico, a un colpo di sole, alla descrizione di un’allucinazione piuttosto che alle ballad spensierate a cui eravamo abituati  (Blood Dries Darker o To Clean fino ad arrivare alla solare Pushing Onlys). E c’è anche il testo ad accompagnare questa sensazione: l’attacco è affidato a una negazione – I won’t take a part of it –  e il cantato in falsetto di Jeremy Earl è meno leggero del solito. Per non parlare poi dei suoni, chiari, nitidi, distinti come non mai con i Woods: c’è una produzione, e anche importante, c’è uno studio sull’arrangiamento più meditato. Insomma c’è un cambio di rotta, leggero se lo si guarda dalla superficie, ma inequivocabile, e si propaga per tutto il disco.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F61213076 Woods – Bend Beyond by ciaciod

La forma canzone è tenuta in maggior conto, e lo si vede dalla durata dei pezzi: solo Bend Beyond supera i quattro minuti, i restanti brani si tengono intorno ai due minuti, e gli squarci psichedelici sono affidati ad intermezzi come Cascade o a canzoni ristrette come Find Them Empty o la californiana Size Meets The Sound. Il resto sono ballad agrodolci le cui liriche oscure sembrano venire da qualcosa di sofferto e doloroso. In  Is It Honest, per esempio, le parole fanno da contraltare alla melodia, insolitamente radiosa: you’d dream we’d move closer to sunset  / but it’s so fucking hard; in Lily – splendido puzzle che di secondo in secondo si arricchisce di un  nuovo strumento in un crescendo che termina però brusco e improvviso, come fosse michelangiolescamente incompleto – c’è il racconto della nostalgia: what a wonderful waste /oh those were the days; stessi temi in Back To The Stone – ideale seguito della dolce e bellissima It Ain’t Easy, solo a bpm aumentati (la pioggia cantata nel pezzo la puoi quasi sentire addosso): walking down streets back to the stone /covering eyes /wandering off to see how we used to; ma è con Impossible Skys che il disincanto raggiunge la sua forma più completa e concreta: it’s not our time, it’s horrible I’m awake / it’s not our turn, looking up i can see the most impossible skies awake / it’s not our time, it’s horrible I’m awake.
Una menzione la meritano anche Cali In A Cup, malinconica canzone invernale, da tazza fumante e primo singolo dell’album, e la cupa Something Surreal i cui accordi chiudono un disco che è più di un piccolo gioiello. I puristi e i fan della prima ora storceranno un po’ il naso, diranno che la band si è normalizzata, passando a strutture e forme più canoniche e meditate. Però, per come la vedo io, questa è la svolta che stavo aspettando dai Woods: una maggiore  attenzione alla canzone in sé, spogliata di tutti i fronzoli da jam, insomma un dedizione al songwriting in generale perché se c’è un talento cristallino nei Woods è proprio questo, quello di scrivere delle bellissime canzoni.