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Di Benedetto: un terapeuta in ascolto della musica originale di ogni paziente

Fondamentalmente “l’inconscio è muto e quindi per renderlo loquace bisogna in qualche modo parlare o suonare in sua vece”. La sofferenza psichica, la malattia e la guarigione sono innanzitutto suoni fino alla loro cessazione, alla morte; note e linguaggi prelogici originari e profondi. Ed ecco perché l’analista deve ascoltare la psiche come ascolterebbe la musica con intuizioni creative così da collegarsi al proprio inconscio per poi tentare di far risuonare la “cassa armonica interiore del paziente”, oltre le parole. Per Antonio Di Benedetto, psichiatra e psicoanalista, membro e didatta della Società psicoanalista italiana, l’ascolto dell’opera d’arte e del paziente sono parte di uno stesso problema e tutta la sua attività clinica e di ricerca è stata orientata in tal senso. Di Benedetto, prematuramente scomparso quest’anno è stato ricordato proprio presso la sede della Società psicoanalitica di Roma, da colleghi e amici in un incontro commemorativo (coordinato da Vincenzo Bonaminio, Giorgio Campoli e Marcello Turno) non solo e non tanto sentimentale quanto scientifico perché teso a mettere in risalto il contributo che ha dato a una scienza che è anche arte della cura psichica, sempre in divenire e da inventare. È stato ricordato infatti come Di Benedetto abbia condotto una riflessione metodica sull’arte, soprattutto inoltrandosi nel territorio della musica, delle arti figurative e della letteratura (da Il Flauto magico di Mozart ai Personaggi in cerca d’autore e all’Enrico IV di Pirandello), avendo come tema privilegiato la comunicazione non verbale. Tutta la sua ricerca inerente la modalità dell’ascolto e del sentire è stata compiutamente condensata nel saggio Prima della parola – L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte (Franco Angeli editore), riferimento indispensabile non solo per gli specialisti ma per chi è interessato ai modi in cui la psicoanalisi si rapporta all’arte e alla dimensione estetica.

L’arte va interrogata e ascoltata  e dall’arte bisogna farsi interrogare per le sue capacità di svelare l’umano, accogliere e comunicare gli elementi preverbali, confusi e caotici dell’esperienza, ovvero l’indicibile. Lo stesso indicibile da cogliere  tanto ascoltando una sinfonia che nello spartito musicale del paziente. “Nel corso della nostra vita – si legge nella prefazione al libro scritta dallo stesso De Benedetto – cerchiamo in tutti i modi di farci ascoltare. E lo facciamo subito con un grido. Cessiamo di farlo quando infine la nostra voce si spegne in un soffio. Sicché tutto il tempo dell’esistenza risulta iscritto tra un suono e il suo venir meno. Di fatto per offrire una speranza di vita, oltre che alla propria persona, alle parti più nascoste e inascoltate di sé, occorre metterle in condizione di esprimersi, prestando loro prima un suono, poi una lingua. (…) Nella stanza di analisi l’ascolto è diretto verso qualcosa che tenta di parlare o di essere parlato”. Di Benedetto ricorda che l’esperienza estetica da sempre ha avuto un carattere anticipatorio per la sua forza di disvelamento del caos sensoriale e pulsionale in forme immaginative: attingendo a questo patrimonio con pura sensibilità estetica, l’analista deve accogliere nel suo campo d’ascolto l’inaudito del paziente per non mortificarsi alla “ripetitività e alla povertà di orizzonti dei sintomi psichici”. Da qui la sua proposta di rivalutare e ripensare le radici poetiche della psicoanalisi “che ha bisogno di inventare continuamente nuovi mezzi, non solo verbali, per addentrarsi tra le pieghe meno note dell’animo umano”. Ispirato da queste sonorità fondamentali, De Benedetto ha auspicato il passaggio “da una psicoanalisi dell’arte a una psicoanalisi dall’arte”, ovvero “da una scienza applicata all’arte a una scienza ispirata all’arte” come d’altra parte era agli albori della giovane scienza a cominciare dagli studi di Freud (ll Mosè di Michelangelo, 1913, per dirne uno) sull’arte, l’artista, il processo psichico nell’attività creativa.  Non dunque una psicoanalisi che considera le opere d’arte come sintomi ma che è essa stessa creativa sulla scia dei poeti “i primi psicoanalisti dell’umanità”, unici capaci di colmare lo iato tra pathos e logos. Come tenta di fare l’analista nel setting attivando l’ascolto.

La psicoanalista Nicoletta Bonanome ha evidenziato che nel percorso cognitivo-scientifico di Di Benedetto “l’analista è come un medium sensoriale capace di ascoltare al di là delle parole”, di attivare un ascolto non influenzato dal logos, dal pensiero razionale, di permettere che il ricordare diventi riaccordare, implicato in un ascolto “di ciò che non si lascia circoscrivere come non si lascia circoscrivere l’esperienza artistica, fino a una lingua segreta che l’analista costruisce in se stesso per dare forma a ciò che il paziente non dice”. Insomma l’analista sa espandere “il non luogo del corpo silenzioso dal quale l’esperienza inizia ad articolarsi”, di cui parla Fausto Petrella nell’introduzione al libro. Infine Bonanome ha ricordato che la teoria dell’ascolto di Di Benedetto “si distingue per originalità e rigore fino a  configurarsi come una vera e propria semeiotica di riferimento specie nelle tante variazioni del setting che oggi si devono affrontare”. Giuseppe Martini ha inoltre ricordato che ambito comune di arte e psicoanalisi individuato da Di Benedetto è “il non detto, il non visto, il non udito al confine del pensiero nascente” e che i simboli tanto in arte quanto in analisi sono sia simboli metafora che si interpretano in maniera anche tradizionale (uno tra tutti, il sogno) sia simboli immaginativi riconducibili a reverie acustica, voce interna che non svela ma allarga il campo in quanto parte della totalità sonora in cui siamo immersi fin dall’inizio. Freud si dichiarò musicalmente inetto: “Le opere d’ arte esercitano una forte influenza su di me, specialmente la letteratura e le arti plastiche. Sono stato percio’ indotto a indugiare a lungo di fronte a esse con l’ intento di rendermi conto per qual via producano i loro effetti. Nel caso in cui cio’ non mi riesce, come per esempio per la musica, sono quasi incapace di godimento. Una disposizione razionale o forse analitica si oppone in me a ch’ io mi lasci commuovere senza sapere perché e da che cosa”, scrisse nella prefazione al Mosé. Viceversa Thomas Mann insegna che la musica è una “faccenda teologica” perché veicola messaggi inconsci al limite dell’umano.  Il terapeuta allora è medium o sciamano che, oltre le convenzionali tassonomie mediche, fa suonare l’anima del paziente alla ricerca di antichi accordi stravolti dall’impatto con la vita, il pensiero, le parole svilite. Restano i suoni autentici da rintracciare in sé, calpestati forse, sepolti o rimossi ma presenti.  D’altra parte Kierkegaard l’aveva scritto: “quando la lingua finisce comincia la musica”.