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O tenerezza umana, dove sei? Forse solo nei libri?

Agosto, spiaggia italiana di azzurro mare vestita, insignita di bandiera blu e onorificenze varie, a ovest di malaria, miseria, guerra, carestie. A ovest di un altro mondo che non va in vacanza e vive di penuria. Parata di lettini, corpi sagomati dal benessere, tremolio di carne, vita immolata ai consumi. Cosa tocca vedere e sentire. Non per poi sentirsi in colpa, che son pur sempre sentimenti da oppressori egemonici, ma per accorgersi nel proprio metro cubo d’aria di ingiustizie su scala planetaria.

L’ambulante con cui il turista mercanteggia non può che essere il senegalese dalla pelle tanto scura da fare paura. Porta in spalla pesanti sacchi di plastica e vesti colorate appese a grucce che sono tutte sulle sue spalle. Si ferma a un lettino, come mago tira fuori dalle buste mille occasioni colorate di un altro mondo, la signora prova gli abiti; il consorte  dalla mastodontica pancia e l’accento settentrionale tira fuori il meglio della sua umanità. Al senegalese dice: “levati dal sole che poi diventi nero…” A questa simpatia colonialista, il senegalese calmo e aristocratico, come uno abituato alla pochezza, risponde, “no divento bianco”, che sarebbe un grosso guaio, e passa oltre.

Ha proprio ragione il professor Armando Gnisci, primo e quasi unico titolare di cattedra di letteratura comparata nell’Italia dei sapienti,all’università La Sapienza di Roma, da lui stesso fondata nel lontano 1983 e dal 2004 docente anche di “letterature africane postcoloniali”.  Nel suo ultimo lavoro  pubblicato da Sinnos editrice, L’educazione del  te, proprio “te” che leggi, Gnisci sostiene che la vera sfida educativa è decolonizzare la mente e creolizzare l’occidente. “Nessuno in Europa – sostiene Gnisci – ha veramente continuato la critica di Sartre al colono che sta nella mente e nel corpo di ogni europeo” e a demolire  l’apparato ideologico dell’eurocentrismo. Possiamo avere forse più miti pensieri e un repertorio di battute più vario e meno infelice del signore in spiaggia. Ma non siamo poi tanto diversi da lui.

Il nostro punto di vista è alterato da una cultura di cui siamo intrisi fino al midollo che ci porta a pensare all’altro sempre come un’extra, un sub-alterno, e a noi stessi come possessori di centro, verità, carta di credito, bancomat  e via-card ideologici ed economici. L’eurocentrismo, spiega Gnisci, non appartiene alla categoria antropologica dell’etnocentrismo, ma “sembra manifestarsi nella storia del mondo come una mentalità che diventa volontà di potenza e poi, per la prima volta nella evoluzione della nostra specie, un dominio reale, squilibrato e ingiusto, sul mondo intero”. Volontà di potenza, svelata per la prima volta da Nietzsche, che si respira anche in spiaggia. E se poi, ad esempio, cronaca spaventosa di questi giorni, un italiano ammazza con un pugno un’infermiera rumena a seguito di una lite per futili motivi come la mettiamo? Chi siamo noi? Chi crediamo d’essere?

Ogni parola è sacra nel testo di Gnisci, non basta una sola lettura, bisogna far bene attenzione a ogni passo e alla poetica fattuale che contiene, farsi coscienti, e non è venerazione fuori luogo questa, ma consapevolezza del fatto che siamo epidermicamente colonialisti e abbiamo bisogno di un’autorità morale che ci racconti veramente di che pasta siamo fatti. A che serve una disciplina accademica? E la letteratura? E la letteratura italiana? E la critica letteraria ripiegata su sé stessa? All’esercizio della bella scrittura o al culto degli idoli o dei defunti? Gnisci nel suo saggio-viaggio, naviga in lungo e in largo gli oceani, il tempo, lo spazio, la storia umana per mostrarci l’origine di una falla mentale-ingiustizia planetaria.

L’articolo continua, se vuoi leggerlo scarica qui la recensione completa a L’educazione del  te

Titolo: L’educazione del te
Autore: Armando Gnisci
Editore: Sinnos (collana Segni)
Dati: 2009, 142 pp., 14,00 €

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Il titolo di questo articolo è un verso di Izet Sarajlic