Crea sito

Essere trentenni ieri – Tirar Mattina di Umberto Simonetta e L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich

Il romanzo generazionale sembra appartenere a tempi piuttosto recenti. Parente stretto del romanzo di formazione, con cui condivide la relativa giovane età dei personaggi, si differenzia da esso in quanto l’intenzione è quella di fotografare un determinato periodo storico: c’è quasi sempre il passaggio dall’età adolescente a quella adulta, ma è arricchito da tutto il contesto sociale e linguistico di riferimento, dallo slang al vestire, alle bevande in voga, fino all’immancabile – e fondamentale – palcoscenico cittadino dove si muovono i personaggi. Inoltre solitamente il protagonista del romanzo di formazione è un tipo solitario, che si sente straniero rispetto al consorzio sociale e che quindi, come tale, si districa a fatica nella società, compiendo scelte che vanno in senso contrario al sentire comune. Questo descrivere per contrasto è proprio il segno distintivo: portare in primo piano l’individuo per fotografare una generazione intera.

Eppure, come si diceva all’inizio, quella del romanzo generazionale non sembra una tradizione radicata: azzardo col dire che capostipite, o forse precursore,  sia stato il Giovane Holden di Salinger che, pur con tutte le sue particolarità (per esempio: l’età molto giovane del protagonista), ne riassume tutte le caratteristiche.
In particolare, il genere di cui sopra, sembra aver goduto di improvvisa fortuna oggi, o semplicemente così pare, perché abbiamo meglio sott’occhio il punto della situazione contemporanea. E in effetti, a scavare bene nel passato, viene fuori che non sono solo gli scrittori a noi contemporanei quelli che vogliono catturare un certo sentire comune, un certo afflato  e spirito, carpire le emozioni e le frustrazioni di una generazione, la nostra, che da sempre pare portata a un destino di indecisione e inadeguatezza, no: andando indietro nel tempo – non molto in realtà, basta risalire dal dopoguerra in poi – scrittori che ricercano le stesse cose ce ne sono, eccome. E meraviglia delle meraviglie, quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi fuori luogo, quella difficoltà a diventare grandi, be’, sono le medesime. Certo si potrebbe obiettare che le condizioni socioeconomiche siano decisamente diverse, che noi, oggi, non possiamo decidere o essere padroni del nostro futuro, di quello che vogliamo fare, ma il risultato, alla fine, non è molto differente, e conoscere le divergenze con i nostri predecessori non è neppure un male, anche per evitare (o forse no) di diventare come loro. Ma andiamo ai testi.
I libri di cui vi volevo parlare sono stati pubblicati nel ’63 e nel ’73, oggi sono entrambi fuori stampa, e portano come titolo, rispettivamente: Tirar Mattina e L’Ultima Estate In Città. Gli autori? Umberto Simonetta per il primo e Gianfranco Calligarich per il secondo.

Il protagonista del romanzo di Simonetta è Aldino, trentatrenne scapestrato che ha deciso di mettere la testa a posto nella Milano degli anni’60. È arrivato il momento, finalmente, di andare a lavorare, per lui che per anni, dall’immediato dopoguerra a oggi, si è arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, riuscendo a scampare la vita da operaio che gli sembrava ineluttabile. Un posto in un garage, è questo che ha trovato (lui voleva fare il commesso, ma è così difficile al giorno d’oggi) e per congedarsi dalla vita bohemienne che si è sempre riservato, decide di farsi un ultimo bicchiere e poi a nanna. Ma quei bicchieri diventeranno tanti e lui, che è un habitué della notte, non riuscirà a sottrarsi agli incontri che Milano, splendida e metropolitana come non mai in questo romanzo, gli metterà davanti, finendo immancabilmente per tirar mattina.
È Aldino che ci parla di  questa ultima notte e lo fa con uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada [ la citazione di Stendhal è un chiaro manifesto poetico: Le dialect milanais est plein de sentiment (on sent bien que je ne parle pas du sentiment d’amour), l’intonation de ses paroles exprime la bonne foi et une raison douce…] fondendo tutto in un flusso di coscienza capace di mischiare passato e presente con grande e controllata abilità. Ed è attraverso la lingua e il raccontare del nostro protagonista che riusciamo, piano piano e grazie ai ricordi che improvvisi gli si affacciano alla mente, a conoscere realmente Aldino, un personaggio all’apparenza cinico e senza cuore (le donne, come tratta lui le donne, nessuno) ma che poi , proprio come dice Stendhal a proposito del dialetto, si rivela essere un animo romantico: e lo dimostra per come racconta la storia di Giannetta ad esempio, forse l’unica ragazza che abbia mai amato, o la prematura fine della giovinezza degli amici di un tempo, o ancora la furia di vivere che la guerra aveva messo addosso a tutti loro. Un esempio?
[dopo il primo incontro con Giannetta]

Torno a mettermi lì, inginocchiato vicino a lei: – Cosa c’è?
Sai perché l’ho fatto? – chiede, guardandomi bene in faccia.
Non starei lì a ripensarci troppo, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere di farlo.
Sì d’accordo, chi dice niente, certo che mi faceva piacere … ma anche per un altro motivo.
Accetto che me lo spieghi: ho un po’ di premura a dir la verità, vorrei tornare dal Pinun per via di quelli là che si lamenteranno. E poi è umido adesso a star qui così, eppoi è finita.
L’ho fatto perché non voglio perdere niente, – dice chiarissima, continuando a guardarmi tutta seria.
Si capisce, fai bene: non bisogna mai perdere niente! – condivido frettoloso e allegro. Insiste:
No, no, mio padre lo diceva l’altra sera: non bisogna più perdere un minuto. Perché non è mica finita cosìChi l’ha mai capita quella!
Come sarebbe non è finita così?
La guerra, – va avanti, convinta, – dice mio padre che questo non è che il principio: tutti quanti s’illudono che sia la fine: non è mica vero. Per questo non bisogna perdere niente finché siamo in tempo…
Erano i suoi soliti discorsi da ciula

Aldino si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui adesso che racconta, perennemente in bilico tra giovinezza ed età adulta, ultimo testimone consapevole e in forze di una Milano che fu e che inesorabilmente non tornerà, con l’imperialismo delle grandi aziende arrivato a snaturare un luogo fino a poco prima provinciale, con i suoi bar e i suoi anfratti, dove era possibile trovare un rifugio a tutte le ore del giorno e della notte, più viva della metropoli che è diventata oggi, nonostante le luci e i negozi di catena. E in tutto questo, a dispetto dei quasi cinquant’anni di differenza che dovremmo avere con lui, non possiamo fare altro che sentirlo uno di noi.

E della banda potrebbe far parte anche Leo Gazzara, nullafacente pseudo giornalista sulla soglia dei trenta, che in una Roma inospitale degli anni ’70 vive la sua avventura, raccontata, come già accennato, ne L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich. Anche questo libro, ripubblicato nel 2010 (l’edizione originale era del ’73) da Aragno Editore, è in questo momento fuori stampa (anche se voci di corridoio sembrano confermare una prossima riedizione).  Andato via da una fredda e austera Milano, allontanatosi dal nido familiare con un’unica passione in testa – quella per la letteratura – Leo si ritrova a Roma in cerca di una non meglio specificata fortuna, scroccando cene e baccagliando salotti, cercando di fuggire da un vizio che già una volta lo aveva portato vicino al baratro: il bere. Saranno l’incontro con la tormentata Arianna, ricca e viziata rampolla di una ricca famiglia di Venezia, e il conseguente amore per lei a movimentargli la sua ultima estate in città. Scritto con una lingua più canonizzata rispetto a Tirar Mattina, che vede però un utilizzo maggiore dello slang (i lettori impareranno ad amare le espressioni ricorrenti come: “alzare le vele” per “andare via”, “filarsela”; “sfinocchiato” per “sfigato”; “essere al limite” per “essere allo stremo”), il romanzo presenta anche qui un carattere, quello di Leo Gazzara, inquieto ed estraneo rispetto alla società e agli ambienti che frequenta (in questo caso quello della Roma bene e intellettuale di quegli anni), quasi un solitario insomma, che però ben estrinseca quel sentire comune di cui si parlava in precedenza. È però Giordano, il suo migliore amico, regista alcolizzato e fallito, a teorizzare questa confusione rispetto allo stare al mondo:

“Ho messo a punto una teoria. Grandi invenzioni, le teorie, molto meglio delle pratiche. Guardati intorno,” disse mentre scendevamo per via del Corso tra la gente che usciva dagli uffici, “c’è qualcosa di cui tu ti senta partecipe? No, che non c’è. E sai perché non c’è? Perché noi apparteniamo ad una specie estinta. Siamo solo dei sopravvissuti. Proprio così,” disse fermandosi per accendere un sigaro. Perché, se non lo sapevo, noi eravamo nati mentre la vecchia e bella Europa metteva a punto il suo più lucido, accurato e definitivo tentativo di suicidio. Chi erano i nostri padri? Gente che si massacrava a vicenda sui fronti di patrie che non esistevano più, ecco chi erano. Noi eravamo nati tra una licenza e l’altra e le mani che avevano accarezzato i lombi delle nostre madri grondavano sangue, mica male come immagine, oppure eravamo figli di vecchi, di malati, di rimbambiti. In ogni caso di distrutti o di distruttori. Avevamo i padri più sfinocchiati della storia.

A dieci anni di distanza dal romanzo di Simonetta, Leo non dimostra dunque un cambiamento radicale, così come forse non lo dimostra neppure confrontato con noi. È vero, le situazioni sono molto diverse, i nostri padri non hanno fatto la guerra, non almeno quella fisica, ma è indubbio che in un certo qual modo ci possiamo sentire vicini alle parole di Graziano e pensare che anche noi – e chi non lo ha fatto almeno una volta? -abbiamo avuto i genitori  più sfinocchiati della storia senza tenere conto che i nostri genitori sono gli Aldino e Leo di ieri.
In fin dei conti il risultato è sempre quello, essere figli e crescere passa per forza attraverso un conflitto con i propri genitori. Ma quando poi ci si rende conto che i genitori hanno passato e scritto e vissuto le stesse cose capitate anche noi quando avevano la nostra età, allora un po’ di confusione inizia a ronzarci in testa. E la soluzione non può essere diversa da quella di leggerli questi racconti, e non solo per un valore strettamente letterario, che pure c’è ed è molto alto e rimane forse il motivo più valido, ma anche per divenire consapevoli che passato e presente non sono sempre così distanti  e che ciò che oggi svalutiamo o non apprezziamo, ieri era esattamente, sorprendentemente come noi.

Titolo: Tirar mattina
Autore: Umberto Simonetta
Editore: Einaudi
Dati: 1973, 214 pp.,  fuori stampa

Scheda su Webster.it

.

Titolo: L’ultima estate in città
Autore: Gianfranco Calligarich
Editore: Aragno
Dati: 2010 (1973), 15.00 €

Acquistalo su Webster.it