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La danza delle marionette

Child with Puppet - RousseauGià solo ritrovare la cartina, disegnata a matita e con quei nomi che rievocano gite in campagna, fa piacere. Nulla è cambiato da quando, quattro anni prima, le Terre di Confine erano state scosse dalla fuga del sanguinario demone di Giloc. Tutto pare tranquillo ma si sa che questo genere di quiete, nei romanzi, non è destinato a durare a lungo. Il secondo libro è il vero banco di prova di un autore emergente; non c’è più l’effetto novità e l’indulgenza verso le ingenuità dell’esordio è minore. Conscio di ciò, Barbi si è preso il suo tempo (la prima edizione de L’acchiapparatti è del 2007, con l’editore Campanila) e ha confezionato il romanzo adatto ad affrontare questa prova del fuoco.

Tanto per cominciare, lo stile. Semplice e senza fronzoli già nel precedente libro, qui si fa anche più uniforme, nel corso delle cinquecento e passa pagine, e rifinito. Barbi ha lavorato di lima, e si vede. Spariti i troppi punti esclamativi e le onomatopee il tono si fa più adulto senza rinunciare a quella spiritosaggine un po’ caricaturale che all’autore pisano piace tanto e che si riflette soprattutto nel modo di parlare dei personaggi. A tratti, però, questa comicità caricaturale prevale sulle altre tinte della narrazione – drammatiche, splatter e occasionalmente erotiche – finendo così per smorzarle. A farne le spese è soprattutto l’antagonista, lo spietato capo del manipolo di Guardiani dell’Equilibrio, un personaggio già di suo privo di interessanti sfaccettature, che Barbi cerca di caratterizzare affibbiandogli una parlata sibilante, giustificata a livello di trama ma che non riesce a conferirgli quell’aura di grottesca cattiveria che l’avrebbe reso più singolare.

Per quanto riguarda gli altri personaggi, la maggior parte di essi era già comparsa nel precedente libro ma con ruoli decisamente di contorno rispetto alla coppia Zaccaria-Gheshick. Ne Il burattinaio, invece, il ruolo del folle acchiapparatti rimane centrale ma la sua presenza è molto diluita, a vantaggio degli altri personaggi che, antagonisti compresi, diventano di volta in volta i punti di vista tramite i quali l’autore ci racconta la storia. Benché nessuno emerga rispetto agli altri, ciò che funziona è il ritratto corale che ne esce, teso e verosimile, tranne quando l’attenzione si focalizza su Orgo, il gigante ritardato, narrato allo stesso modo degli altri nonostante l’evidente semplicità del suo pensiero. Che a Barbi piaccia Martin è evidente, non solo per la gestione dei punti di vista, ma anche per come costruisce l’intreccio, separando i personaggi e facendoli faticosamente riavvicinare per poi allontanarli di nuovo, talvolta uccidendoli. A catturare è soprattutto la presenza costante e sfuggente del vero protagonista della storia, un astuto manipolatore che a sua volta si ritrova però succube di certi eventi, una figura intrigante, con un che di meta-narrativo, un escamotage che non solo rappresenta la scintilla iniziale che dà inizio alla storia, ma che costituisce anche l’elemento di tensione che la rende avvincente. Grazie a tutti questi elementi Barbi tesse una trama complessa ma sempre scorrevole – finale compreso – curata e ben scritta, dimostrando così di aver fatto progressi dal suo primo viaggio nelle Terre di Confine.
Chapeau.

Titolo: Il burattinaio
Autore: Francesco Barbi
Editore: B. C. Dalai editore
Dati: 2010, pp.525, euro 20

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