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Il difficile mestiere dell’umanità tecno liquida

“La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore”, pensava e andò scrivendo il filosofo Emil Cioran. C’è ancora possibilità di esistere  nutrendo tale ricchezza interiore? C’è spazio per timidi e riflessivi?  E il pudore che fine fa oggi: chi si vergogna, dovrà vergognarsi del proprio sentimento ‘inopportuno’? Sembra che nel mondo tecno-liquido  questa gamma di potenzialità umane sia bandita. O sia lasciata ai vinti, agli emarginati. Gli animi meno esuberanti o impositivi saranno costretti a nascondersi dietro un avatar e a fare di un mouse l’estensione della propria personalità, per non  scomparire del tutto socialmente? La società tecno-liquida, nata dal connubio tra la tecnologia e il divenire convulso, peculiare della post-modernità che fa terra bruciata di tutto (liquidità teorizzata dal sociologo Zygmunt Bauman), ha altri imperativi. Li ha esposti lo psichiatra Tonino Cantelmi nel corso del convegno ‘La psicologia e le sfide della modernità’ che si è  svolto all’Ateneo pontificio Regina Apostolorum di Roma dove il medico ha la cattedra di Psicopatologia. Cantelmi, presidente dell’associazione psichiatri cattolici, è un esperto in materia poiché, dal 1999, è stato il primo in Italia a occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana. Le tecnologie ‘calde’ sono la caverna postmoderna degli istinti; antro delle meraviglie e del consumo rapido di bisogni e desideri che non ha eguali né precedenti comparabili. Il luogo dove raggiungere picchi emotivi alla svelta e altrettanto alla svelta sgattaiolare fuori per dare avvio a una nuova caccia emozionale, senza mai lasciarsi coinvolgere intimamente. Ricerca delle emozioni secondo una modalità compulsiva ed esterna a sé, velocità, accelerazione, sono caratteristiche di questa specie umana, ha sottolineato Cantelmi che non a caso ha scelto di mostrare tra i contributi presentati, un brano del film ‘Il discorso del re’ in cui  si racconta la timidezza di un potente, tanto invisa a questa società. “La tecnologia consente di cercare emozioni senza fine e si salda alla velocità che non è più un lusso ma una modalità d’essere, altra categoria antropologica fondamentale per l’uomo tecno liquido. E la velocità trasforma tutto in consumo. Nessuno rinuncia alla velocità, tutto è veloce: la vita, l’amore, le amicizie”. Prerogativa dell’uomo tecno liquido è anche il narcisismo esaltato dalle tecnologie che catapultano l’individuo in una dimensione promozionale perenne. “Il narcisismo del terzo millennio- ha spiegato Cantelmi – si declina in un modo un po’ diverso da quello descritto dai libri. Facebook è la tua vetrina, hai la tua ‘fotina’, il tuo cartellone, lontano da ciò che sei tu. Rappresenta noi stessi in modo diverso da ciò che siamo”. Non è un caso che gli psichiatri americani in fase di elaborazione del DSM 5, (il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, la ‘Bibbia’ della salute mentale), stiano pensando di derubricare il narcisismo: “non è forse la migliore forma di adattamento alla società tecno liquida?”, ha commentato ironicamente Cantelmi.

Alla ricerca delle emozioni, alla velocità e al narcisismo l’uomo digitale aggiunge come ultimo requisito l’ambiguità. Anche questa può essere intesa una forma di adattamento ‘evolutivo’: l’avatar può essere molto diverso da ciò che si è, ma è il modo di rappresentarsi in un mondo dove nulla è stabile, nulla è definitivo, tutto può assumere le forme che di volta in volta si declinano. Un po’ come nella pubblicità di un bitter, mostrata al convegno, dove lei si scopre essere un lui e lui una lei. Lungi dal rinunciare alla bellezza della tecnologia, lo psichiatria ha puntato l’attenzione su indizi precisi che inchiodano a una riflessione globale: ci stiamo giocando la relazione interpersonale. Tocca a noi scegliere. “Che relazione avremo mai? Ci parleremo attraverso le bacheche o riusciremo a salvare il grande tema dell’empatia?”, è la domanda delle domande posta. Se non c’è l’essere, se non c’è un esserci, non può esserci un essere con, proprio della relazione, né un essere per, non solo delle professioni di aiuto ma dell’assistenza e della donazione di sé.

I mezzi di comunicazione e tecnologici condizionano pesantemente la vita affettiva di ciascuno, ma più vulnerabili di tutti sono bambini e adolescenti. La psicologa e psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, ha posto l’attenzione su ‘l’insostenibile peso del corpo: l’anoressia al tempo di Internet”. Un’altra delle nefaste equazioni della tecno liquidità, infatti, è che magrezza equivalga a potere, successo. Magari anche l’anoressia a breve sarà depennata dalle patologie visto e considerato che sempre più ragazze la promuovono come stile di vita; e quale migliore vetrina per farlo se non Internet? Il fenomeno, avverte la psicoterapeuta, è ‘vecchio’, conosciuto da almeno di 15 anni, da noi un po’ meno: proliferano siti e blog dove “si sponsorizza l’anoressia come uno stile di vita o come una religione con una sua divinità e un suo credo”. La divinità è la dea Ana che richiede una serie di rituali in nome di rivelazioni che fa alle adepte, nonché comandamenti da seguire: essere magri è più importante che essere sani, se non sei magra non sei attraente, se mangi ti devi punire, non mangiare è simbolo di autocontrollo. “Fino ad arrivare a dove? Quando ti puoi fermare? Alla morte. Il nichilismo è un’altra caratteristica della tecno liquidità”. I siti che inneggiano all’anoressia, a riprova di come web, psicologia e psicopatologie siano correlati, non fanno che “peggiorare i sintomi delle ragazze anoressiche e bulimiche che iniziano a navigare” perché esasperano il confronto incessante, la competizione e la ricerca della perfezione che le conduce all’autodistruzione. La psicoterapeuta ha citato l’esempio della Francia dove siti del genere sono stati chiusi. Ma questo richiederebbe di poter trasformare in legge una proposta legislativa del 2009 che non ha avuto seguito da noi. Al momento tramite polizia postale in Italia si possono chiudere i siti pedopornografici (la pedofilia è un reato), ma non quelli inneggianti all’anoressia (è una malattia, non un reato). Ricerche scientifiche hanno dimostrato che il solo fatto di navigare in rete o utilizzare i social network può comportare un maggior rischio di sviluppare disturbi alimentari. La buona notizia è però che fioriscono altrettanti siti  pro vita o pro recovery: luoghi virtuali in cui le ragazze che si stanno curando dall’anoressia invitano le altre a farlo. Il corpo ingombrante dell’obesità rivela un disturbo di base analogo: “nessuna cura è adeguata – ha dichiarato lo psichiatra Antonio Sarnicola – se non cambia alla radice la modalità affettiva di chi ha questa patologia”.

Nell’era digitale, le dipendenze assumono i modi e le forme più vari. La dipendenza affettiva femminile si tramuta in ‘ipersessualizzazione’, avallata da una comunicazione pubblicitaria che riduce la donna a corpo, il corpo a oggetto che esiste per appagare i desideri maschili, rinunciando a sé. In questa logica perversa, il corpo diventa “un grande biglietto da visita – ha spiegato la psicoterapeuta Michela Pensavalli – che deve essere sempre curato, sempre apposto, come l’altro vuole. C’è una dissociazione tra la coscienza e il corpo”. Il messaggio che è trasmesso dall’uso continuo del corpo è che non si è donna se non si è seducenti e seduttive. “Le ragazze strumentalizzano se stesse, il corpo, la sessualità” per corrispondere a questo imperativo, si disconnettono dai loro bisogni profondi per essere all’altezza di un compito che le fa subalterne. L’ipersessualizzaione dei media è fenomeno noto agli esperti, analizzato con ampio supporto di dati dallo psicologo dello sviluppo Daniele Mugnaini. Mtv, musica, riviste di ogni genere, Mp3, videogames e giochi elettronici, telefonini, tv, Internet, pubblicità: quantità dei mezzi a disposizione, iperaccessibilità a ognuno, sono le caratteristiche che distinguono i ‘nativi digitali’, bambini e adolescenti nati e cresciuti in questo mondo tecnologico, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Se i dati americani fanno spavento perché raccontano di esseri umani in crescita sottoposti a un bombardamento mediatico senza filtri (complici o indifferenti gli adulti),  quelli di casa nostra non sono da meno: “i bambini italiani stanno quasi due ore al giorno davanti alla TV. Quasi la metà ha il televisore in camera da letto, dice di non poterci rinunciare e vede tranquillamente film col bollino rosso; la maggioranza gioca ai giochi elettronici e ha Internet in casa. Il 60% di questi ha Internet in camera da letto, lo usa quasi tutti i giorni e ha un profilo sul socialnetwork”.

Se la globalizzazione sta per americanizzazione dello stile di vita, la meta è raggiunta. Già dal 2007, l’associazione psicologica americana ha lanciato l’allarme sulla ipersessualizzazione dei bambini provocata dai media. Il messaggio dei media è che “la qualità della persona sta nell’essere oggetto sessuale, della donna nel dare piacere all’uomo, i bambini sono da trattare come maturi sessualmente e sono perciò bombardati da inviti sessuali che favoriscono un’idea di sessualità ricreativa e irresponsabile, c’è una sessualità spettacolare anche nelle pubblicità e nei video musicali, sempre più connotata da violenza e istintualità, sganciata dalla relazione affettiva”. Contenuti pericolosi sono facilmente accessibili ai minori che non hanno strumenti per distinguere tra fantasia e realtà. In questo quadro drammatico si inserisce l’iperfocalizzazione sul corpo della bambina perché la bambina è considerata uguale alla donna,  e la sua oggettificazione: bambole esplicitamente allusive, come l’abbigliamento, giochi elettronici in cui sono esaltati violenza e sessualità, rimandi al sesso fino a contenuti sessuali espliciti e alla pornografia. Questo bombardamento mediatico destoricizza gli individui, strappandoli alla vita e trasportandoli in una dimensione irreale, immette in una sensazionalità incessante “che annulla la fatica, il dolore dell’attesa e della nostalgia, plasma una spontaneità falsata che leva interesse per la vita interiore propria o altrui, per qualsiasi richiamo della coscienza, per l’empatia. Se si insinua il tarlo che l’esperienza fondante è la sessualità così intesa, se i bambini sono precocemente introdotti in questi linguaggi sessuali, non c’è da meravigliarsi che lo sviluppo psicosessuale del bambino possa essere compromesso.

Non è che accesso ai media significhi in automatico psicopatologia – chiarisce Mugnaini – ma compaiono effetti psicopatologici nella sintomatologia”. Quali? Esperienze dissociative, de realizzazione, dipendenze, ansia, antisocialità, disturbi alimentari e della sfera sessuale. Infine, German Sanchez, direttore operativo dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, ha ricordato che se vengono meno i requisiti di una società solida, il tempo per realizzare e lo spazio come palcoscenico della vita in cui si concretizzano i progetti, l’uomo vive in una dimensione virtuale, in uno spazio-tempo tecno-mediatico dove imperversa la fantasia, ma una fantasia sterile di un’umanità manipolatoria che è manipolata dal suo agire. Un Prometeo incatenato dal suo stesso agire.  Viene in mente lo scrittore Ennio Flaiano: “la stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.