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La vera storia di Lionel e Bertie

Puoi depormi dalle mie glorie e dal mio stato, ma non dai miei dolori: di quelli io sono ancora il re
(Riccardo III, William Shakespeare)

Tom Hooper, autore de Il discorso del re, ha dimostrato un certo coraggio perché non è affatto facile raccontare la storia di un re (e non di un re qualsiasi, ma del re più re che si possa immaginare ovvero il re d’Inghilterra) e fare in modo che il pubblico solidarizzi con lui. Si potrebbe pensare, infatti, che chi ha la fortuna di essere re dovrebbe essere più che contento della sua condizione e non affliggere gli spettatori con le sue beghe personali, certo ininfluenti se paragonate alla sua eccezionale sorte.

Ma basta che io dica una sola parola per mettere in crisi questo ragionamento: Shakespeare. Mister Shakespeare, infatti, dei re aveva una conoscenza piuttosto approfondita (specie di quelli del suo paese) e alle loro storie – romanzate, s’intende – ha dedicato una parte consistente della sua drammaturgia regalandoci figure straordinariamente vivide e coinvolgenti. Sublimi, avidi, coraggiosi, meschini, crudeli, eroici: i re di Shakespeare sono pieni di umanità e, a dire il vero, spesso non sembrano così invidiabili.

Il protagonista di questo film, il principe Albert Duca di York, potrebbe tranquillamente comparire in un ipotetico dramma di Shakespeare dal momento che, anche lui, è un personaggio tormentato, conteso tra il desiderio e il timore di diventare re; tra la vocazione ad essere una guida politica e il paralizzante senso di inadeguatezza. Siamo negli anni 30 del secolo appena trascorso, in ogni casa troneggia un apparecchio radiofonico che trasmette musica o notizie, e sulla Grande Inghilterra regna Giorgio V (nonno dell’attuale regina Elisabetta).

Re Giorgio sembra avere un carattere piuttosto assertivo, per non dire dispotico. In questo ricorda abbastanza da vicino lo shakespeariano re di Danimarca, il padre dello sfortunatissimo principe Amleto. Esattamente come il re danese, Giorgio V ha avuto dei figli molto diversi da lui. Il primogenito ed erede, Edward, è un uomo originale e avventuroso che non sembra tagliato per gli obblighi del protocollo. Il secondo, Albert (interpretato da un convincentissimo Colin Firth) è, al contrario, un uomo serio e posato, affettuoso con la moglie, tenero con le due figliolette e dotato di una buona inclinazione alla politica ma, purtroppo, anche spaventosamente insicuro di sè (come il principe Amleto, ovviamente). Albert, infatti, non ha né l’autorevolezza di suo padre né il fascino naturale di suo fratello. Come se ciò non bastasse a relegarlo in un ruolo di secondo piano interviene un imbarazzante problema che lo affligge dall’infanzia: la balbuzie.

Lo so, non sembra una questione così tragica, qualcosa su cui il Bardo avrebbe potuto soffermarsi. Ma provate voi a mettervi nei panni di Albert, soprattutto quando Giorgio V muore e Edward abdica al trono per poter sposare una donna che la casa reale non approverebbe mai. Non dimentichiamo che siamo negli anni della diffusione di massa della radio e dei cinegiornali: mentre Hitler e Stalin trascinano folle oceaniche grazie alla sapiente regia di esperti della manipolazione, l’Inghilterra si ritrova all’improvviso nelle mani di un re balbuziente.
Già da quando è “solo” Duca di York, Albert prova ogni sorta di rimedio al suo problema ma senza successo, finché non si imbatte in Lionel, un bizzarro pseudo dottore  che promette risultati miracolosi.

Lionel (Geoffrey Rush) non appartiene agli ambienti aristocratici e i suoi modi piuttosto gioviali costituiscono una scandalosa novità per Albert che, innanzitutto, deve accettare di sentirsi chiamare “Bertie”. Lionel, inoltre, ha una grande passione (ma uno scarso talento) per il teatro e cerca, inutilmente, di superare audizioni nelle filodrammatiche di periferia. E, indovinate un po’, recita Shakespeare! Probabilmente non è un caso che Tom Hooper metta sulla bocca di Lionel le parole di due personaggi che, proprio come Bertie, pur avendo animo da re, sono afflitti e limitati da un corpo che li rende inadeguati: Riccardo III e Caliban.
Lionel scava a fondo nei problemi di Albert e trova la chiave per aiutarlo, somministrandogli un mix di strategie logopediche e psicoanalisi.

Il discorso del re è un film gradevolissimo, coinvolgente ed equilibrato. Molto bravi gli attori, non solo Firth ma anche Geoffrey Rush e persino Helena Bonham Carter che, dopo molto tempo, sembra aver ricordato che è in grado di recitare anche al di fuori dello stereotipo che Tim Burton le ha cucito addosso. Solida e pulita la sceneggiatura, che non risparmia qualche momento di commozione agli animi più sensibili. Una bella storia che parla, soprattutto, di solitudine, umiliazione, coraggio, devozione, amicizia. Quasi come uno Shakespeare, insomma.

Il discorso del re (The king’s speech), Gran Bretagna/Australia 2010
di Tom Hooper
con: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter
Eagle Pictures, 111 minuti
nella sale dal 28 Gennaio 2011

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