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Nel trattato di architettura la galleria di orrori nostrani

“Il gusto è il buon senso del genio”, sosteneva lo scrittore francese René de Chateaubriand circoscrivendo la questione al senso del limite di classica ascendenza. A un’altra latitudine morale, il filosofo Emil Cioran ha praticato una riflessione radicale fino a scorgere assenza di gusto oltre che nella politica e nella società, nella vita stessa in quanto tale: “Prima che un errore fondamentale, la vita è una mancanza di gusto cui né la morte né la poesia stessa riescono a porre rimedio”. In tempi disgustosi all’ennesima potenza in ogni ambito della vita pubblica e privata, parrebbe difficile se non sconveniente definire il gusto. C’è chi si è cimentato nell’impresa e ha tratteggiato un autentico ritratto di famiglia. Nell’album delle figurine che racchiude kitch, snob, edonismo, neogrottesco, ci siamo noi italiani. Tra cambi di guardia istituzionale, passaggi improvvisi dal carnevale alla quaresima, scambi di pubbliche ‘cortesie’ a pesci in faccia, torna utile ora più che mai il libro Il gusto come convenzione storica in arte, architettura e design dello storico dell’architettura Renato De Fusco, pubblicato dalla casa editrice fiorentina Alinea. Cosa c’entra l’architettura con noi umani d’alture variabili? È pur sempre un’occasione per interrogarsi su cosa sottintende la faccenda del gusto e perché ogni ambito d’esperienza attuale è riconducibile a una abissale crisi del gusto.

Professore emerito di storia dell’architettura presso l’università Federico II di Napoli, all’attivo 50 e più pubblicazioni, comprendenti studi sulla storia dell’arte, dell’architettura e del design De Fusco, da autentico semiologo, mentre fotografa ambiti specialistici, coglie germi di  dissolutezza che sono nell’aria e riguardano la psiche sociale, lo spirito collettivo. È vero che lo studio attiene questioni che sfiorano noi profani al limite, solo da consumatori passivi: acquirenti di oggetti di produzione industriale. A ben guardare però mentre parla di architettura, design, piacere nelle arti, progettazione degli edifici e opere high-tech, di archistar e altri fenomeni in corso, chissà perché si scorge anche un preciso ritratto sociologico di questa Italia.  E pensare che c’è stato un tempo della storia umana in cui poco ci manca che non si vedeva giorno pur di definire cosa fosse di gusto e cosa no. E in cosa consistesse il buon gusto. Uomini di pensiero affaccendati nel cogliere la percezione del bello, dissertare se fosse più una questione di sentimento o di ragione, soggettiva oppure oggettiva, estetica o etica, o tutte e due le cose assieme. Certamente era un fatto che riguardava un manipolo di uomini, non la maggior parte intenta forse, soprattutto a sopravvivere. Insomma tanto Montesquieu nella voce dell’Enciclopedia che Hume si attardarono per sancire delle regole del gusto,  distinguerlo dalla teoria ma anche salvarlo da un’accezione solo soggettiva. Con Hume, l’idea di gusto assume un valore prettamente estetico e una declinazione oggettiva: il bello è in chi guarda e in come guarda. Però al gusto si deve essere educati: va abbinato al buon senso fino a  delineare un ideale umano oggi non contemplato. Di tante dissertazioni pare non resti che l’ adagio  a uso furbesco de gustibus non est disputandum. Per De Fusco, che è storico  e critico dell’architettura del design e dell’arte, invece de gustibus disputandum est ora più che mai e con piglio “militante”. Il suo studio decodifica i già ricordati disgustosi tempi attuali, non già caratterizzati da buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria, ma da paccottiglie usa e getto di abominevole non gusto. Il saggio prende le mosse dalla definizione del gusto in senso linguistico prima, quindi estetico-filosofico, con tanto di aforismi e discettazioni di pensiero multipli. Per Benedetto Croce “l’attività estetica, nel suo aspetto di controllo e freno di se medesimo, si suol chiamare il gusto”.  Per lo storico dell’arte Lionello Venturi il gusto è un elemento costruttivo dell’opera d’arte; per Gillo Dorfles “una curiosa costante, anzi incostante psicologico-estetica”. In effetti il gusto risente del clima dell’epoca, del mutare e complicarsi delle strutture sociali e ora più che mai della “perdita dell’aura” già annunciata da Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

De Fusco prende atto della natura polisemica  del gusto: tutto sta nella chiave interpretativa applicata (estetica, etica, linguistica, pedagogica, naturalistica, artistica). Di qui le difficoltà nello stabilire regole del gusto. Si possono però segnalare modalità imperanti di assenza di gusto. De Fusco si inoltra nei territori dell’architettura (come abitare), dell’arte  (cosa è oggi pittura e  scultura), del design (gli oggetti d’uso comune). Certamente la parte che coinvolge di più i non specialisti è quella conclusiva che attiene la sfera dei comportamenti diffusi, omologati, ritualizzati. Troveremo un campionario delle nostre specialità, una galleria dei nuovi mostri: il kitch di cui ci adorniamo o lo snob che ci attanaglia; il dilagare del cattivo gusto tra graffiti, piercing e tatuaggi, e persino nella convenzione sociale che ci impone di fare regali. Tra paccottiglia di oggetti falso-antichi, prodotti tecnologici che (Apple a parte) quando sono off cospargono le nostre case di bruttezza seriale aggiuntiva, piercing e tatuaggi che erano scomparsi alla vista “dai tempi della marineria storica e delle galere”, a sancire “un conformismo mascherato da anticonformismo”, in un’idea di bellezza fisica a dir poco barocca o grottesca, il mostruoso invade ogni lato della nostra vita, ambiente, professione e competenza: interni delle case, giocattoli dei bambini (gli uomini del domani). Poi apparecchi televisivi che si affacciano su arredamenti e scenografie televisive all’insegna del kitsch sovrano dove tutto è improntato “nel migliore dei casi allo stile di Las Vegas” ed è “superdecorato, super colorato, super arabescato”, mentre gli studi dei tg sembrano capsule spaziali. E meno male che Sigmund Freud aveva auspicato una “equilibrata gestione del principio del piacere fino allo sviluppo armonico dell’individuo”.

Il sentimento del gusto oggi è fatto e condizionato dalla cultura di massa a sua volta determinata dalla moderna tecnologia quale “causa necessaria e sufficiente”, dalla logica delle merci; siamo soggiogati e vinti dal senso comune. Mai dal senso del limite o della decenza. Distante è la misura invocata da Croce. Resta la raggelante analisi sulla materia di cui è fatta la vita quotidiana delle persone: “dal lavoro senza gratificazione all’insistente azione pubblicitaria, dal deludente spettacolo televisivo a quello monotono offerto dai supermercati, dalle difficoltà nei trasporti all’inquinamento, ivi compresi i tentativi delle amministrazioni che impongono solo divieti, ogni sorta di gusto si atrofizza fino all’indifferenza verso tutto quanto non si limita alla mera sopravvivenza”. Se l’habitat e gli interni proiettano l’ombra, non cinese, ecco servite le previsioni per il futuro: case “simili alla stanza degli orrori immancabile in ogni luna park”. Il mostruoso, categoria metastorica, grazie alla tecnologia è solo “più iterato, invadente, addirittura clonato”. Quasi quasi in questo luna park la classe politica e il suo campione appena disarcionato non sono che l’ultima ruota del carro del cattivo gusto. Ci lasceranno per dirla con Ennio Flaiano “un vuoto colmabile”.

 

Titolo: Il gusto. Come convenzione storica in arte, architettura e design
Autore: Renato De Fusco
Editore: Alinea
Dati: 2010, 216 pp., 20,00 €

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