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Impressioni dalle Terre di Confine

D: Dopo quasi tre anni dalla loro prima pubblicazione con l’editore Campanila, le imprese di Ghescik e Zaccaria sono tornate in libreria con Baldini Castoldi Dalai, grazie soprattutto al gradimento degli appassionati e al tam tam su internet. Qual è stato, secondo te, il segreto di questo successo?
 

R:
Probabilmente L’acchiapparatti è stato apprezzato dai suoi lettori perché è un romanzo atipico. Intanto perché, pur essendo considerabile un low-fantasy, presenta contaminazioni da altri generi, spunti horror, psicologici e noir, e più toni narrativi: si passa dalla suspence a siparietti quasi comici. Il libro è poi atipico per la costruzione della trama, in cui il caso e l’inaspettato hanno il loro peso, e per i personaggi, assai lontani dai soliti eroi. In effetti, credo che siano questi ultimi, nella loro diversità e umanità, il punto di forza del libro.

D:
Molti autori fantasy creano mondi immaginifici e li colmano di dettagli, cercando a tutti i costi di generare sense of wonder (e spesso esagerando). Tu invece hai scelto di puntare su un’ambientazione meno estrosa e più verosimile. Come mai? Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione in questo senso?
 

R:
Non si è trattato di una scelta. Ognuno di noi ha dentro di sé un mondo interno, costituito da personaggi, vissuti personali, emozioni e memorie, digerite e consapevoli o meno. Nel costruire una storia, imbrigliando il proprio immaginario con la logica e la verosimiglianza, e soggiogandolo a necessità di causa-effetto, non si fa altro che trasporre o metaforizzare parte del proprio mondo interno nel mondo rappresentato. L’acchiapparatti è un fantasy perché poter inventare un’ambientazione impone meno regole e vincoli. Il contesto in cui dovevo pormi per ascoltare ed entrare in contatto con la mia verità interiore ne aveva bisogno. Le terre di confine rievocano però l’Alto Medioevo, probabilmente perché sono stato da sempre affascinato dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell’epoca… Non ho sentito il bisogno di calarmi in una realtà rappresentata completamente altra (se non in alcuni dettagli) e diversa da un qualcosa che già “conoscevo” perché ciò che parla più forte nel mio mondo interno non sono luoghi e mondi, ma personaggi. In quelli ho concentrato il mio bisogno di raccontarmi.

D:
I tuoi personaggi non sono i classici eroi tolkieniani ma neanche antieroi tragici come l’Elric di Moorcock; sono invece verosimili e al tempo stesso grotteschi, costretti a vivere di espedienti, simpaticamente disonesti. Cos’ha ispirato questa scelta? Sbaglio o c’è un che di carnevalesco e “italico” in tutto ciò?
 

R:
Anche qui, posso dire di non aver scelto i miei personaggi. Sono venuti fuori così. Come stanno venendo fuori le risposte a quest’intervista. Effettivamente, a posteriori, io stesso mi sono chiesto per quale motivo tutti i miei personaggi dovessero essere caratterizzati dall’avere una qualche macchia, fisica o psichica. A livello più superficiale, perché a me piace avere a che fare con personaggi bizzarri, scoprire che pensano, come agiscono e come vivono questa loro diversità, anche in relazione agli altri. A livello più profondo, i miei personaggi presentano tutti quanti una macchia, un’ombra, perché nello scrivere il libro ho sentito il bisogno di accettare la mia “ombra”, riassorbirla, reintegrarla. Non a caso, questo si è trovato ad essere il tema di fondo del romanzo. Ne è l’antefatto, il motore e una finalità.  Infine sì, credo proprio che ci sia un che di carnevalesco e italico in tutto ciò. Quel qualcosa di tipicamente italico che viene fortemente trasmesso in opere emblematiche come, giusto per menzionarne qualcuna, il film L’armata Brancaleone, i libri La chimera di Vassalli, Il visconte dimezzato di Calvino, Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, il racconto La roba di Verga…

D:
Pensi possa esistere una via italiana al fantasy? Dopotutto questo genere ha sempre pescato a piene mani dalla mitologia e l’Italia ha una ricca tradizione in fatto di miti e leggende popolari. Ciò nonostante la maggior parte degli autori nostrani ignora questa ricchezza preferendo imitare – spesso male – altri modelli. Come mai?
 

R:
Io credo fermamente che qualunque autore che scriva in modo onesto, spontaneo, e in contatto con il proprio mondo interno, non possa evitare di lasciar trapelare il contesto socio-culturale nel quale è immerso e vissuto. Tra l’altro, mia madre era un’insegnante di lettere, con la passione per la storia (che mi ha trasmesso); da piccolo mi portava in giro a vedere paesi medioevali, musei, quadri e statue, chiese e castelli. Mi raccontava storie, aneddoti, miti e leggende, mi leggeva le avventure di Millemosche e Carestia, raccontate in Storie dell’anno mille… E poi ho visto i film, respirato l’umorismo e la mentalità del substrato culturale e storico dell’Italia… Insomma, L’acchiapparatti non è un fantasy esplicitamente italiano, ma io sono un italiano vissuto in Italia. Il fatto che molti autori nostrani si rifacciano al fantasy estero, per lo più anglosassone, è probabilmente dovuto alla relativa giovinezza e scarsa maturazione del genere in Italia (nonché alla peculiare storia politico-culturale del nostro paese) e forse alla scarsa fiducia e ascolto dei proprimezzi e del proprio mondo interno che vincola molti di loro.


D:
La scienza viene spesso vista come l’espressione di una razionalità fredda e rigorosa e, di conseguenza, in netto contrasto con fantasia e immaginazione. Tu, oltre ad essere lettore e scrittore di fantasy, sei anche laureato in fisica e insegnante di materie scientifiche; che rapporto credi ci sia fra scienza e creatività?

R:
Non credo che la scienza in sé sia espressione di una razionalità fredda e rigorosa, e anzi penso che gli scienziati migliori, coloro che hanno fatto progredire le conoscenze scientifiche siano stati tutti uomini molto creativi. Fare scienza è un conto però, studiarla un altro. E oggi sta diventando sempre più difficile poter fare scienza. D’altra parte, ammetto che forse lo studio di certe cose possa acuire il bisogno di evadere dal mondo perfetto e immutabile tracciato dalla scienza, così fatto proprio per rispondere a certe esigenze umane, ma che soffoca libertà, originalità e creatività. Soffoca il mito, la narrazione, il bisogno di raccontare storie. La scienza e l’invenzione narrativa rispondono al medesimo bisogno di risposte. La prima spiega, chiude, la seconda apre porte, rimane insatura.   Credo però che un approccio scientifico possa aiutare nell’imbrigliare e incanalare la creatività. E renderla generativa.

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