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Istruzioni per l’uso: non contemplare!

Urban Quilombo © Sebastián Liste

“La fotografia è un’arte.” Probabilmente nessuno di noi avrebbe qualcosa da obiettare di fronte a una tale asserzione. La storia, in effetti, la conferma: già nella prima metà del XX secolo le fotografie hanno sostituito i dipinti sulle pareti di alcune gallerie d’arte, e i fotografi sono diventati artisti a tutti gli effetti quando le loro stampe da negativo sono state ammesse nel santuario dell’arte contemporanea, il MOMA.

Freedom Fighters © Johann Rousselot/ Signatures

Chi decide, però, quali fotografie sono arte e quale fotografo è un artista? Sul finire degli anni Settanta, negli USA, alcuni gruppi di fotografi e teorici della fotografia hanno contestato l’autorità, ai tempi pressoché assoluta in questo campo, del MOMA. Questi nuclei dissidenti sostenevano che la vera fotografia artistica non fosse quella formalista e apolitica glorificata dal museo newyorchese, ma quella postmoderna, caratterizzata da immagini con un chiaro contenuto sociale, sempre accompagnate da un testo che ne chiarisse ulteriormente il contesto storico. La fotografia documentaria, insomma, sarebbe dovuta diventare il modello di una nuova arte fotografica politicamente compromessa.

Il Visa pour l’Image di Perpignan è senza dubbio il festival di giornalismo fotografico più noto a livello europeo. Ogni anno, nel mese di settembre, diversi edifici storici della cittadina francese si trasformano in musei, e ospitano i lavori di numerosi fotografi più o meno noti a livello internazionale. La possibilità di visitare gratuitamente tutte le mostre crea lunghe code in cui si mescolano fotografi dilettanti, professionisti e semplici curiosi delle più diverse provenienze e fasce d’età.

Anche se il giornalismo fotografico e la fotografia documentaria sono due pratiche teoricamente distinte – la seconda, ad esempio, si serve spesso di immagini costruite che sono rigorosamente vietate nella prima -, a Perpignan, dove il contenuto sociale e la valenza politica dell’immagine sono gli indiscutibili protagonisti del festival, è difficile non pensare all’insegnamento del postmodernismo americano.

The Marsh Arabs of Iraq © Nik WheelerD’altra parte, nei ventisette reportage fotografici presenti quest’anno – che trattano sia i fatti più discussi dai media mondiali sia quegli eventi che tanta stampa internazionale ignora sistematicamente perché non fanno notizia – la fotografia non è mai concepita in senso formalista come mezzo autosufficiente: ogni esposizione è infatti introdotta da un testo che si propone di contestualizzare con precisione le immagini e chiarificare le dinamiche politico-economiche che sono all’origine degli avvenimenti rappresentati. Le didascalie al di sotto di ogni fotografia sono un ulteriore invito ad un rapporto più cognitivo che contemplativo con il contenuto visuale rinchiuso nei bordi della cornice.

Parafrasando un’esponente di spicco del postmodernismo fotografico statunitense, Martha Rosler, si tratta di poche immagini che, a differenza di molte altre, anziché esortare alla contemplazione del mondo-come-spettacolo obbligano a riflettere sulla responsabilità sociale ed esortano all’azione. Se dovessimo credere a quei gruppi di fotografi critici nordamericani che negli anni Settanta si opposero al formalismo dominante, a Perpignan avremmo a che fare, una volta tanto, con vera arte fotografica.

North Korea © Pedro Ugarte & Ed Jones

Post Scriptum. Poiché i ventisette documentari fotografici trattano ognuno un tema diverso, abbiamo deciso di non tentare di riassumerne qui in poche righe i contenuti – che sono reperibili nella sezione esposizioni della pagina web del festival -, con un’operazione che sarebbe l’esatta antitesi della necessità della contestualizzazione chiara degli eventi affermata sopra.

Perpignan

Fino al 16 settembre

Perpignagn, Francia

http://www.visapourlimage.com