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Un demone chiamato Vincent, dalla conchiglia malata è nata la perla

Non arrivo a inventare completamente il mio quadro, al contrario lo trovo già nella natura, si tratta solo di riuscire a coglierlo in essa
Vincent Van Gogh

Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, […] può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.
Karl Jaspers

“Dentro di me ci deve essere stata qualche emozione troppo grande che mi ha fregato in questo modo. (…) C’è effettivamente un non so che di rotto nel mio cervello”. Vincent Van Gogh scrive di continuo all’amato fratello Theo per aggiornarlo sui suoi guasti esistenziali. Nel 1888, la malattia fa le prove generali ma Vincent rassicura Theo e cerca al tempo stesso di rassicurarsi: “Spero di non aver avuto altro che una semplice crisi d’artista, e poi molta febbre in seguito alla perdita molto forte di sangue”. “Per il momento non sono ancora pazzo, sono ancora pieno di speranze”, annota. Finché cerca di farsene una ragione: “è una malattia come un’altra”, registra dal manicomio di St. Remy dove si trova a suo agio nel 1889. Quindi cerca la via dell’accettazione: “non bisogna dimenticare che un vaso rotto rimane un vaso rotto”. Infine arriva la resa: “è il mio destino, devo accettarlo, non cambierà. Il futuro si oscura, non vedo un avvenire felice”, scrive nel 1890. Qualche tempo dopo, Vincent si spara un colpo all’inguine; morirà dissanguato dopo due giorni. In questa parabola si compie il suo genio artistico.
Karl Jaspers, filosofo e psichiatra tedesco, segue da vicino Vincent, registra passo passo i suoi moti, ne subisce il fascino, lo studia con empatia e rispetto. A tutt’oggi Genio e follia, testo pubblicato nel 1922 e recentemente ristampato da Cortina editore, rimane un caso unico. Il libro è l’antesignano di un metodo perché per la prima volta c’è una prova di psichiatria applicata, uno studio in cui si cerca di chiarire la malattia e l’opera di Van Gogh in termini non abusati, come evidenzia la postfazione scritta da Maurice Blanchot, e senza la pretesa di aver visto chiaro nell’origine del male, come precisa la prefazione di Umberto Galimberti. Senza voler fare come Kant diceva che la psichiatria ha il vizio di fare: “C’è un genere di medici, i medici della mente, che ogni volta che trovano un nome, pensano di aver conosciuto una malattia”.
Il libro è la ricostruzione di una eccezione ed è la storia di un rapporto a distanza eppure molto ravvicinato, quello tra Van Gogh e Jaspers stesso. Una lettura preziosa anche per chi voglia proprio in questi giorni scoprire i cromatismi di Van Gogh in mostra al Vittoriano di Roma. Jaspers cerca di spingersi oltre l’etichetta “schizofrenia” appiccicata a Van Gogh che spiega tutto e non spiega niente, e studia il nesso tra genio e follia, quasi un luogo comune sull’artista dall’inizio dei tempi, a partire dall’idea fondamentale dell’unità inscindibile della vita in tutte le sue manifestazioni e dall’evidenza che i fatti, specie quelli della dimensione psichica e spirituale, sono e restano incomprensibili. Il libro è una rassegna o patografia di “malati eccellenti” oltre Vincent: Strindberg, Swedenborg, Holderlin. Ma è evidente che per Jaspers ci sono spiriti più eccellenti di altri, talentuosi proprio nel mettere la malattia a servizio dell’arte a costo della rinuncia alla propria biografia: Holderlin e Van Gogh. Nei confronti di Vincent, in particolare, Jaspers, da che lo scopre a una mostra a Colonia nel 1912, ha un approccio ispirato alla meraviglia, allo stupore di chi assiste a un fenomeno più grande della nostra capacità di comprensione e del nostro repertorio lessicale. Scorge nei suoi quadri la manifestazione di un’entità simile a quella che pervade i suoi reali pazienti schizofrenici, ma al tempo stesso una potenza demoniaca di gran lunga superiore che ci conduce a una profondità metafisica, a un oltre. “È come se una fonte ultima dell’esistenza si aprisse per un istante, come se i recessi più profondi della vita venissero alla luce. È un’esperienza per noi sconvolgente, non possiamo tollerarla a lungo e la fuggiamo. Per un attimo la vediamo nelle grandi opere di Van Gogh , ma ciò non ce la rende sopportabile”. Non reggiamo a lungo lo sguardo. Jaspers detesta il medico con velleità da prestigiatore e con la pretesa onnipotenza di chi proclama di svelare il trucco o l’enigma di ogni cosa. Anzi, dice, la conoscenza altro non serve che a “giungere nel punto da cui è possibile percepire i veri enigmi e prenderne coscienza”. La follia di per sé non è genio; la malattia di suo non ha niente di accattivante né di creativo. Non tutti i folli sono Van Gogh; anzi i malati, gli schizofrenici, visti nella loro dimensione, a volte riservano poche sorprese e restano fuori dai processi di creazione, stante l’intensità della sofferenza. Invece Van Gogh è fatto di un’altra pasta, la malattia attecchisce sul talento, la dotazione di spirito, la capacità di culminare nella disciplina della tecnica appresa in dieci anni di duro lavoro.
Jaspers ricostruisce le fasi della malattia, i primi cenni, che sembrano malattia fisica e si spiegano anche con la vita trascurata a Parigi. Poi il vortice si fa più fitto: “soffro ancora di emozioni non giustificate e involontarie e in certi giorni di ebetismo”, scrive Vincent. Jaspers coglie la svolta apicale quando nella pittura del periodo 1888-89, esplodono i colori, ardono, sgorgano i gialli; lo sforzo di aderire alla realtà produce effetti fantastici finché “questo mondo circostante gli diventa mito, accentuandolo lo trascende”. Le pennellate conquistano un andamento diverso, segni curvi, “non solo linee e semicerchi, ma anche figure tortuose, spirali, forme che ricordano il 3 o il 6, angoli”, stanno a manifestare rovelli interiori, l’angoscia, ma sono anche i segni di un uomo scisso veramente che appartiene a un altro mondo, che libera l’anima oltre il recinto. La malattia è attecchita, ha liberato forze segrete, inibite, sconosciute e represse nell’uomo comune. Stessa modalità riscontra Jaspers nell’Holderlin dei poemi che affranca il ritmo interiore del sentimento dalle forme metriche chiuse. Nell’uno come nell’altro caso, rarità assoluta, a differenza di Strindberg e Swedemborg, Jaspers coglie un mutamento nell’intensità creativa: una esaltazione estatica che resta tuttavia controllata. “In queste personalità, la schizofrenia è la condizione, la causa possibile perché si aprano queste profondità”. E così la follia sostiene le forze già esistenti, ma alimenta anche forze nuove “che creano la loro forma concreta, forze spirituali che non sono né sane né malate ma prosperano sul terreno della malattia”. Un vaso rotto rimane un vaso rotto, dice Vincent. Uno psico-labile allo sguardo comune. Scissione della mente e potenza creativa, il sacrificio della vita individuale e della ragione d’ordinanza, fanno di Vincent una meteora catapultata a raccontare l’autentico umano senza rete alcuna.  Un frammento scisso tra la terra e il cielo che coglie nella realtà una metafisica segreta.

Titolo: Genio e follia. Strindberg e Van Gogh
Autore: Jaspers Karl
Editore:  Cortina Raffaello