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Songrwiter, please, don’t take me down

Sembra questo un periodo dell’anno particolarmente favorevole al songwriting. Uso volontariamente l’espressione inglese perché quelli di cui sto per parlare scrivono, cantano ed escono per realtà anglosassoni o americane anche se uno di loro è anagraficamente italiano. Dicevo periodo propenso ai songwriter. Tre per la precisione stanno monopolizzando i miei ascolti e tutti meriterebbero delle recensioni singole ma la tentazione di accomunarli e metterli insieme, anche se in comune hanno poco o nulla, è comunque forte. Vediamo se mi riesce.

 


Il primo nella lista è Kurt Vile il rocker di Philadelphia giunto al suo quarto album, il secondo per la Matador. Smoking ring for my halo si presenta subito, fin dalla prima traccia, come un lavoro più intimista, giocato su tinte più scure e malinconiche dei suoi predecessori. Il fingerpicking delicato e di In my baby’s arms ci introduce perfettamente alle tematiche del disco. I riferimenti di Kurt Vile sono ben evidenti, il suo modo di cantare, le sue liriche e le melodie che costruisce sono inossidabilmente legate alla tradizione folk-rock americana, capitanata da Bruce Springsteen e Bob Dylan per arrivare al Lou Reed più intimista e agli american songrwriter classici come Tom Petty e Bob Seger. L’idea che viene fuori da questo disco è che Kurt sia un cantautore vagabondo e solitario, coi suoi lunghi capelli a nascondergli il volto innocente, impegnato, come da copione, in un perenne dialogo con se stesso, le sue paure e i suoi fantasmi riuscendo a essere al contempo sia duro (leggere anche: scafato), sia romantico. Un disco che si fa ascoltare dall’inizio alla fine ma che trova i suoi picchi in Peeping Tomboy, Jesus Fever, On Tour, Society is my friend, Runner Ups e nella bellissima e struggente traccia finale, Ghost Town. Se potete guardate questa performance live per Pitchofrk Tv.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F10840522 Kurt Vile – Jesus Fever by hip2besquare

Facciamo una puntatina in Italia adesso, anche se solo per la nazionalità dell’artista, visto che Alessio Natalizia, in arte Banjo or Freakout, abita a Londra da un bel po’ di anni. L’inizio di questo 2011, ossia due giorni fa,  ha visto uscire per i tipi di Memphis Industries (l’etichetta di  Nicolas Vernhes  – produttore di gente come Deerhunter o Dirty Projectors, nonché del disco in questione) l’omonimo disco Banjo or Freakout. Rispetto alle prime uscite (si pensi per esempio a Way Slow Volume One, Lefse 2010) le canzoni sembrano adagiarsi su una struttura pop più tradizionale, abbandonando quei suoni dreamy e rarefatti, alla Animal Collective per intenderci, che avevano caratterizzato fino a questo momento la produzione del cantautore abruzzese. Seppur con giustificazioni un po’ contraddittorie, come si evince da questa intervista, il cambio di passo verso un panorama più classico non toglie nulla alla capacità compositiva di Alessio. Banjo or Freeakout  ci regala un disco di canzoni pop (quasi brit-pop) di ottima fattura, con melodie sempre ben orchestrate che tendono a rimanere ben incastrate nella testa. 105 e Idiot Rain sono tra gli episodi più esemplificativi del disco, così come Dear Me con la sua lunga coda restituisce quell’atmosfera sognante delle origini. Ma è l’intero album che  merita un ascolto approfondito e ripetuto. Potete farlo qui, per esempio.

[vimeo http://www.vimeo.com/17717641 w=400&h=225]

Banjo Or Freakout – 105 from Ibrahim Serra-Mohammed on Vimeo.

L’ultimo ma non in ordine di importanza, anzi dovrebbe essere il primo per la sua storia personale, è J. Mascis, fondatore, cantante e chitarrista (tra i migliori della sua generazione e forse tra i migliori in assoluto) dei Dinosaur Jr. E Sheveral Shades of why, in uscita a giorni per Sub Pop, rappresenta in assoluto il debutto di J come solista. Le tracce uscite in anteprima, ossia Is it done e Not Enough ci avevano già fatto presagire l’ottima forma del nostro, due ballad classiche e nostalgiche con la prima corredata di assolone finale, degna firma per uno dei pezzi più riusciti. Ma l’album, che è proprio questo, un disco di ballad, presenta altre sorprese. In primis la guest list, davvero notevole: il sopracitato Kurt Vile,  Kevin Drew dei Broken Social Scene, Ben Bridwell (Band of hoses) e Pall Jenkins (Black Heart Procession) giusto per citarne alcuni. Ma sono le canzoni – e la sua voce rauca – a parlare per J (anche perché come si può vedere qui parlare non è che sia proprio il suo talento naturale – e lo confessa anche in una canzone del disco, Very nervous and love, dove dice, ma sicuramente si riferiva ad altro, i can’t speak my mind/i can’t even speak): tutti pezzi ispirati, dalla delicatissima title track Several Shades of why alla gioiosa Where are you, dal country di Make it right al proto-punk pizzicato di Too Deep. Dieci canzoni che scivolano via come una mattinata di fine inverno, una di quelle  con i primi, timidi raggi di sole che si affacciano oltre le nubi, una di quelle che ti fa sperare e credere che in fondo il peggio sia passato, che un’altra primavera è alle porte e che un’altra stagione della tua vita, l’ennesima, stia per iniziare. E il fatto che J sia lì con te, insieme a Kurt e Banjo, rende più dolce il passaggio.

Ascolta l’intero album su Soundcloud

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F10284047 J Mascis – Is It Done by subpop

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F7811413 J Mascis – Not Enough by subpop