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Il mondo a rovescio di Aurélia

Una cassettiera e un telefono che squilla senza risposta. 
Così inizia L’Oratorio di Aurélia, lo spettacolo che Victoria Chaplin ha scritto per la sua figlia minore.
Non c’è trama, solo un corteggiatore insistente – o forse un ex amante abbandonato  – che insegue Aurélia per tutto il tempo, ma la ragazza non ha alcuna voglia di farsi trovare, e insegue invece, a sua volta, un misterioso richiamo, come di treno che parte o di nave che salpa.
Pochi colori (nero, bianco, rosso), pochi elementi magistralmente sfruttati per creare suggestioni, far sorridere, coinvolgere il pubblico in un’allucinazione caleidoscopica tenera e bizzarra.

Aurélia discende da una dinastia di artisti del circo e del palcoscenico, il cui membro più illustre è, naturalmente, il nonno Charlie Chaplin; ma, soprattutto, Aurélia è figlia di Victoria e di suo marito Jean Baptiste Thierrée. Insieme i due straordinari autori, attori e fantasisti hanno infuso nuova vita ed energie alla tradizione circense con i loro spettacoli carichi di magia commovente: Le Cirque bonjour, Le Cirque imaginaire.

Chi non avesse avuto la fortuna di applaudire dal vivo questi due artisti (ancora in tournée in Europa, nonostante l’età non più verdissima) può carpire una scintilla dei loro incantesimi nel film-documentario di Fellini I clowns, che ai coniugi Thierrée-Chaplin dedica un’indimenticabile sequenza.
L’Oratorio di Aurélia appartiene a quella scuola del Nouveau cirque che i genitori della ragazza hanno contribuito a fondare e che lei porta avanti con entusiasmo (al pari del fratello James) aggiungendo il proprio tocco personale e, forse, persino una certa languida sensualità, ma senza mai prendersi troppo sul serio.

Aurélia e i suoi compagni abbattono le barriere dello spazio scenico e lo espandono con le azioni e con l’immaginazione. Il dietro le quinte diventa parte dello stralunato racconto, rifiutandosi di collaborare e risputando indietro gli oggetti che gli attori vorrebbero far sparire di scena; i drappeggi del sipario diventano scale, culle, armadi e infine persino personaggi che si incontrano, si accarezzano e generano scarlatta prole trotterellante.

L’Oratorio di Aurélia rispolvera e veste di nuovo alcuni classici del repertorio circense  familiare, ma presenta al pubblico anche splendide invenzioni. Su tutte, la più strabiliante è probabilmente quella in cui Aurélia, vestita di bianco come una creatura di sogno, è circondata da ampie cortine di pizzo, anch’esse bianche, che, mentre creano nel pubblico l’effetto di una nevicata magica, al contempo sfumano i contorni, ingannano la luce, permettendo ad Aurélia di incontrare impalpabili entità che, come disegni bidimensionali, si muovono in questo mondo soffuso.

Nell’universo fantastico di Aurélia in cui il suo innamorato respinto la insegue tenacemente, tutto è rovesciato e sul palco prendono vita irresistibili paradossi che sembrano nati dai giochi dei bambini: aquiloni che fanno volare le persone, ombre che camminano mentre i corpi strisciano sui muri, topi che mangiano i gatti, burattini che applaudono esseri umani.

Se siete stanchi degli spettacoli che mascherano con la parola «sperimentale» il loro sterile cerebralismo, L’Oratorio di Aurélia e tutti gli spettacoli della famiglia Thierrée fanno per voi. Questa eccezionale stirpe di artisti ha dedicato la propria intera esistenza, nomade e fiabesca, a riportare in scena uno degli aspetti fondamentali del teatro: la magia, il gioco, l’illusione.

L’Oratorio di Aurélia
con: Aurélia Thierrée e Jaime D. Martinez
ideazione e regia: Victoria Thierrée Chaplin
Festival Internazionale di Villa Adriana