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Genesi del homo berlusconianus – intervista a Carlo D’amicis

Qualche tempo fa per i tipi di Minimum fax è uscito La battuta perfetta, il terzo libro di Carlo D’amicis per la casa editrice romana.  Attraverso la storia di un padre e un figlio (che a sua volta sarà padre) D’amicis ci racconta la rivoluzione televisiva italiana e il cambiamento nella società che essa ha causato. Dalla missione pedagogica della Rai degli anni  Cinquanta e Sessanta fino alla tv commerciale di Berlusconi di cui Canio diventa addirittura fidato (sfigato?) consigliere. Un romanzo che ci racconta l’Italia in divenire attraverso le parole di un figlio degenere, vittima casuale e per scelta della filosofia di piacere sempre e ad ogni costo.

Il libro, attuale, divertente e scritto con ispirazione è stato fonte di molti spunti di riflessione che abbiamo deciso di affrontare con l’autore stesso. Ecco ciò che ne è venuto fuori.

Ciao Carlo, perché hai deciso di raccontare proprio la storia di due padri?

Perché, nel gioco di ruolo della nostra società, quella del padre è una figura in crisi. Anche chi ha già procreato oggi non rinuncia a coltivare dentro di sé una mentalità da figlio. In un modo o nell’altro ci sentiamo tutti orfani. Come ha detto David Foster Wallace in un’intervista ripresa da Giuseppe Genna nel suo Assalto a un tempo devastato e vile, questi anni sono stati come una festa organizzata quando i genitori partono. Alle tre di notte, quando la casa è sottosopra, e la maggior parte degli invitati ha vomitato nel portaombrelli, sopraggiunge la malinconia: “Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio. Voglio dire, cosa siamo? Delle mezze seghe? C’è qualcosa che non va in noi? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori”.

La famiglia in crisi dunque. In ogni caso, anche all’interno del romanzo, la famiglia sembra rimanere in qualche modo l’ultima istituzione italiana a funzionare.

Alla base del concetto italiano di famiglia c’è un dispositivo violento e ipocrita: nel suo nome spesso ci si sente in diritto di riscrivere le regole e sovvertire la morale. Non a caso in Italia si esalta la famiglia e prospera la mafia. Sì, in questo senso funziona anche troppo bene! Ma, anche nel mio romanzo, il valore non è mai nella famiglia come istituzione, ma nelle relazioni affettive capaci di costruire un luogo dell’anima degno di essere chiamato casa.

Parliamo un po’ dei due personaggi principali, Filo e Canio. Nonostante tutto e a modo loro sono entrambi dei precursori del proprio tempo?

Sì, ma non è tanto l’anticipo cronologico a renderli inattuali e disomogenei rispetto al quadro che rappresentano, quanto la loro intima innocenza. Padre e figlio (rispettivamente prototipi del modello verticale, pedagogico, paternalista, che ha caratterizzato l’Italia tra gli anni Cinquanta e Ottanta, e di quello orizzontale, dionisiaco, qualunquista che sta dominando il trentennio successivo) sono accomunati da un naturale disinteresse per il potere, che redime le rispettive miserie. È questo, alla fine, che scava il solco decisivo tra Canio Spinato e il suo idolo, Silvio Berlusconi: a differenza di quanto accade col suo alter-ego, il bisogno di piacere, di sentirsi amato, che ossessiona Canio non lo arricchisce, ma lo mantiene inchiodato a una croce.

Nel credo di Canio la battuta arriva a essere un anestetizzante sociale, non si ferma neanche davanti all’orrore. È questo l’approdo finale del berlusconismo?

A ricordare alcune delle barzellette raccontate da Berlusconi in questi anni, come quella del medico che consiglia al malato di Aids di fare delle sabbiatura (“Sono utili?”, “No, ma almeno così si abitua a stare sottoterra!”), sembrerebbe di sì. Ma il motto di spirito, come ci ha insegnato Freud, è un fenomeno molto complesso. Dal punto di vista delle relazioni, e quindi anche della politica, è reazionario e progressista al tempo stesso.

Mi è sembrato molto interessante il provare a storicizzare il nostro tempo; pensiamo, per esempio, alle rissa di Piazza Navona tra neofascisti e centri sociali di qualche tempo fa. Quanto è importante riportare il presente a una dimensione storica secondo te.

La letteratura che mi interessa è quella capace di intrecciare pubblico e privato. Ovviamente questo non significa che i romanzieri debbano essere storiografi del presente.  Ma essere uno scrittore, secondo me, vuole comunque dire allargare le prospettive, contestualizzare la propria identità, mettersi in relazione con lo spirito dei tempi, tentare di cogliere il plurale attraverso l’esperienza del singolo.

Raccontare il presente è possibile solo recuperando e metabolizzando il passato?

Sul rapporto tra ieri e oggi, vale quello che dicevo prima su pubblico e privato. Così come anche il soggetto più isolato e inattuale resta un animale sociale, non esistono storie, per quanto moderne, prive di un legame col passato. L’individuo e la massa, la contemporaneità e la storia, sono i quattri punti cardinali all’interno dei quali ogni scrittore dovrebbe tracciare la sua mappa.

Torniamo al libro, perché due lettere? Cosa ti ha fatto propendere verso questo stile narrativo? Pensi che la confessione sia il meccanismo della redenzione portato in auge da un certo modo di fare televisione in italia?

Più che uno stile epistolare, il tu  con il quale Canio si rivolge prima al padre e poi al figlio vorrebbe evocare un dialogo. Un dialogo che, rivelandosi per quello che è, ovvero un soliloquio, evidenzia ancora di più la sua angoscia di ritrovarsi solo, di non avere più nessuno a cui piacere. In questo senso, il racconto di Canio assomiglia alla nevrotica schermaglia col pubblico che si rinnova ogni giorno sul teleschermo, dove c’è sempre qualcuno affacciato sul bordo vertiginoso di questa presenza/assenza a domandare nel vuoto: “Ma vi piaccio?”…

A questo punto mi viene spontaneo chiederti della libertà di stampa, che oggi, nel 2010, sembra ancora in pericolo nel nostro paese. Pensi che avresti avuto problemi a pubblicare il tuo libro per il gruppo Mondadori?

Non penso. Anche perché il mio romanzo non è affatto aggressivo nei confronti del nostro premier. Nel tentativo di cogliere la fragilità dell’homo berlusconianus, e perfino nel rappresentare il corpo del capo, come direbbe Belpoliti, per quello che realmente e naturalmente è, ovvero il corpo di un vecchio malato d’amore, penso di avere solo perseguito un intento di umanizzazione. Penso che il mio Berlusconi sia molto più umano (e secondo me anche più simpatico) del super-eroe che descrive ogni giorno Emilio Fede nei suoi telegiornali.

Pensi che lo scrittore, in quanto intellettuale, debba farsi avanti a difendere un diritto che ormai dovrebbe essere acquisito da decenni, almeno nella nostra modernissima e occidentalissima democrazia?

Se stai parlando della libertà di espressione, ovviamente rispondo di sì. Ma io oggi sono molto più preoccupato dell’autonomia del pensiero, che di quella di stampa. Arrivo a dire che a una società in cui è concessa la libertà di espressione, ma in cui tutti sono schiavi di un pensiero unico, preferisco un mondo dagli spazi comunicativi più ristretti, ma nel quale ciascuno continua a ragionare con la propria testa.

Titolo: La battuta perfetta

Autore: Carlo D’amicis

Editore: Minimum Fax

Dati: 2010, 363 pp., 15,00 €