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La grande bellezza e la piccola morte

3-La-grande-bellezza «Se la condizione contemporanea è schifosa, senza speranza, insulsa, materialista, deficitaria sul piano emotivo, stupida e sadomasochista, allora io (o qualsiasi scrittore) posso cavarmela mescolando storie di personaggi schifosi, senza speranza, insulsi, materialisti, deficitari sul piano emotivo, stupidi e sadomasochisti, anzi, è facile: questo genere di personaggi non richiede infatti alcuno sviluppo». O almeno, così la pensava David Foster Wallace, in un intervista del 1993, riferendosi ad American Psycho di Bret Easton Ellis. Per quel che mi riguarda, trovo riduttivo liquidare così American Psycho, ma le parole di Wallace mi sono tornate subito in mente poche sere fa, fuori dal cinema, dopo aver visto La grande bellezza di Paolo Sorrentino, presentato in concorso al Festival di Cannes. Sorrentino, come Ellis, è un maestro di stile (visionario/eccessivo): mette insieme storie del demi-monde salottiero romano, di cafoni ripuliti e radical chic annoiati, di scrittori in crisi e soubrette incomprese, ma le riveste dello splendore formale più patinato, fotografa l’orrido secondo i canoni dei migliori servizi di moda, accompagna con fluidi movimenti di macchina la rovina di una fauna umana – già morta – che finge ancora di non saperlo. In un quadro corale apocalittico (Bosch al tempo dei reality), il nostro Virgilio è Jep Gambardella, scrittore di un solo libro e maschera stanca di Toni Servillo:  «Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire».

2. La grande bellezza

Le feste sono il cerimoniale salottiero dove la tribù cafonal-romana esorcizza se stessa, il contraltare ai riti del basso clero (come il funerale, nella seconda parte) ormai espunti da ogni residuo di spiritualità. Sono anche, vista la parallela presenza in sala, l’alternativa de noantri alle grandi feste del Gatsby di Luhrmann – a parte il fatto che sono costate molto meno e sono girate molto meglio: la m.d.p. entra in scena come personaggio aggiunto, il montaggio si fonde con il ritmo della musica (Bob Sinclair), e diventa parte attiva della performance. Dopo il party che apre il film, la padrona di casa (nana e grottesca come in un film di Lynch), si chiede dove siano finiti tutti gli ospiti, ormai sostituiti dai tanti cocktail abbandonati sul bancone. Dopo irrompe l’alba, ma le scene di giorno sono solo un raccordo in un film quasi sempre notturno, dove il buio maschera la scollatura definitiva fra i personaggi e la realtà. Non sono personaggi realistici (la mancanza di sfumature annulla mimesi e pietas), non sono i mostri della commedia all’italiana (il parossismo non denuncia l’assurdità del reale): sono i mostri della cultura para-televisiva che cercano di farsi personaggi di un film, un sempiterno cast del Costanzo Show che La grande bellezza trasborda fino a Cannes. È Sorrentino il vero traghettatore meta-filmico, molto più di quanto non lo sia Jep Gambardella/Toni Servillo all’interno della pellicola. Di fatti, più che un viaggio al termine della notte, si tratta di un loop dello stesso identico stallo, reiterato con alcune varianti sulla figura di Jep. Lo scrittore ha già visto tutto, la sua grazia è morta in un amore giovanile sfumato (i flashback al mare): mestieranti dello spettacolo, intellettuali di sinistra, cardinali gourmet e performer concettuali nulla possono, per scalfire il muro che lo separa dalla percezione emotiva del mondo.

1. La grande bellezza

La grande bellezza riprende La dolce vita nella destrutturazione della storia, nell’incedere rapsodico guidato dall’alterego del regista (Mastroianni/Fellini), nel tentativo di non recedere di fronte ai temi ultimi (la morte, su tutti), nel contrapporre l’architettura di Roma eterna alla vacuità morale dei suoi ultimi abitanti. La dolce vita preconizzava, nel culmine del boom economico, la crisi degli anni a venire. Se dal film di Paolo Sorrentino sarà possibile trarre oracoli, la cosa migliore che possiamo augurarci, per i nostri nipoti, è un rapido sviluppo della ricerca aerospaziale, in modo che si possa raggiungere un pianeta, ce ne sarà pur qualcuno, dove ripetere gli stessi sbagli.

la-grande-bellezza-paolo-sorrentino-posterLa grande bellezza 
Italia – Francia, 2013
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli
150 minuti

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