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La Sirenetta: storia simbolica di una piena evoluzione interiore

Le fiabe non sono mai state zuccherosi incantamenti per favorire il sonno dei bambini (degli adulti, peggio che mai). Le fiabe non sono mai state fiabe pure e semplici. Tantomeno invenzioni rassicuranti. Eppure, noi che amiamo tanto sostare in zona io, noi tutti dediti all’esercizio del controllo, noi che ci deliziamo a sentirci adulti e tanto smaliziati, padroni in casa nostra, perduto lo stupore dell’infanzia, continuiamo a leggerle o invocarle, sia pure tramutate in linguaggi cinematografici o pubblicitari, con un’ingenuità grossolana, persino irritante. Da fruitori passivi, finto tonti, sordi alle voci di dentro. Come se non sapessimo che se le leggiamo è perché ci raccontano qualcosa di molto familiare, sono il ponte con il nostro mondo interiore, riecheggiano zone d’ombra lasciate crescere incolte, da quel dì. A ciascuno la sua fiaba: racconterà, il proprio mito personale o nucleo nevrotico, che dir si voglia. Benedetta sia la psicoanalisi che si affianca alla fiabe, non per soffocarle ma per spiegare l’arcano del loro esistere: se attraversano il buio fitto dove il dolore è più intricato è per indicare la cura e assumere una valenza terapeutica. Proprio così. In ciò sta la loro magia alchemica o potere di trasformazione. Motivi che svela l’analista junghiana Mariagrazia Crema ne  Il riscatto della sirenetta – Da metafora a simbolo. Il sacrificio al servizio del processo di crescita (Magi edizioni), lettura corroborante del significato della fiaba di Hans Christian Andersen, La sirenetta,  di solito letta o con accettazione fatalistica della sua fine tragica (muore lei, non noi), oppure travisata, mitigata ed edulcorata nelle versioni micro più volte proposte ai bambini.

Mariagrazia Crema, ha preso spunto dal caso di una paziente che ha letteralmente portato sul lettino la sirenetta come “alter ego” perché non riusciva a dar voce alla sua problematica esistenziale, e, dalla rilettura della fiaba (il testo integrale è inserito nel saggio) si è inoltrata nel mondo di sirene e sirenette per fare affiorare  significati profondi, transitabili a fatica alla soglia della vita diurna. La Sirenetta ha avuto talmente presa sull’immaginario collettivo che è diventata statua simbolo di Copenhagen, posta come è all’entrata del porto della città. Evidentemente è proiezione di problematiche non solo interiori, intrapsichiche, ma trans personali. Perché? Cosa racconta davvero? Cosa ci sta a dire? Nello studio articolato, si danno innanzitutto indicazioni sull’importanza della fiaba in psicologia analitica e la differenza rispetto all’impostazione freudiana. Si danno riferimenti che riguardano l’inconscio collettivo: la Sirenetta è creatura che appartiene alla “famiglia” dei mostri chimerici, la sua esistenza dalle sirene di Ulisse alle creature acquatiche, incantatorie e tentatrici che hanno attraversato tutte le civiltà, è costante nella storia umana perché immagine archetipica, creatura dalla doppia natura, femminilità fatale e seduttiva, insieme indistinto di opposti: metà pesce, metà donna, coscienza- inconscio; dentro-fuori; Eros e aggressività; spirito e materia. Nella tradizione, nota l’autrice,  la sirena o ondina, non riesce mai a uscire dalla dimensione ristretta della metafora, per approdare a quella del simbolo. In tutte le civiltà è e resta metafora, sintomo di una impossibilità di uscire dall’ambivalenza che “promette amore e conoscenza ma poi fa inabissare i naviganti”.  Per la prima volta, invece, il personaggio creato da Andersen, accede al simbolo unificatore: contempla il sacrificio, secondo la suggestione romantica che, al di là di letture riduttive, solo può portare a una vera crescita interiore e a un’evoluzione spirituale. Doveroso per sommi capi, un cenno alla fiaba di Andersen: alla Sirenetta, principessa del regno del Mare, è concesso visitare la superficie del mare compiuti 15 anni.  Appena li compie, sale a galla,  si innamora di un principe al comando di una nave che poi affonda per una tempesta. Lo salva dai flutti e lo porta a riva. Tormentata dal desiderio di diventare umana per stare accanto a lui e acquisire un’anima immortale (non concessa alla sua specie, destinata con la morte a trasformarsi in spuma di mare), si fa preparare dalla Strega del Mare una pozione per avere gambe anziché coda e in cambio rinuncia alla propria voce. Le viene tagliata la lingua, e ogni passo sulla terra sarà per lei come camminare sulla lama di un coltello. Solo se conquisterà l’amore del principe, potrà avere un’anima immortale, altrimenti si dissolverà in schiuma. Seppure accolta alla corte del principe, è da lui considerata una sorella minore. Il principe sceglie di sposare la principessa che lo ha ritrovato sulla spiaggia il giorno del naufragio. Le sorelle allora vengono in suo aiuto con un pugnale magico per uccidere il principe e tornare a essere sirena, ma lei rifiuta, muore, si dissolve in schiuma. La schiuma evapora e la trasforma in brezza, figlia dell’aria, forma nella quale le è permesso piangere.

La fiaba di Andersen risente certo delle influenze culturali del suo tempo, ma soprattutto della travagliata storia personale dell’ autore: “figlio di un calzolaio malato di mente e di una lavandaia, egli è uomo dalla personalità problematica, sofferente” che ricorre alla sirenetta per raccontare “la storia di un outsider della sessualità”. È una fiaba, quindi, che  ha avvio a partire dall’impossibilità a dire e dirsi chi si è. La sirenetta è personaggio che manca di un centro ed è portatrice, si direbbe oggi, di un disturbo narcisistico di personalità. L’autrice individua più chiavi interpretative (collettiva, personale, inerente il sé) da scoprire nella lettura diretta del saggio. La sirenetta vorrebbe far parte del mondo degli uomini perché questo significherebbe affrancarsi dagli abissi, dalla prepotenza inconscia del femminile, dar “voce” alla tensione evolutiva, raggiungere l’anima e l’immortalità. Nel contempo agiscono in lei tendenze masochistiche regressive: forte è il richiamo della strega del mare, la “madre negativa” che la chiama alla dolorosa alternativa gambe/voce e le permette, infine d’essere umana a cominciare da un’amputazione d’origine: la mancanza della voce. Potrà mai una donna realizzare il proprio Sé (la pienezza della propria identità, l’essere integrale che contempla e integra gli opposti) privata di voce e dovendo sperare nell’amore di un uomo per stare al mondo e avere un’anima immortale? Se proietterà il suo Animus all’esterno e l’affiderà a un uomo, come potrà mai portare fuori, nel mondo, alla coscienza, la sua identità e integrare gli opposti? Che vita è  una vita che si regga solo sull’amore di un uomo? Tra l’altro lei salva il principe, ma costui non sa chi l’ha salvata, non coglie il valore del salvamento, e, una volta che la sirenetta non è più tale e ha perso il potere di seduzione, la ama come una sorella. E qui entra in gioco la novità. La morte della sirena non è il fallimento di una ricerca d’identità, né una tragica fine, ma il faticoso processo per trovare davvero la propria soggettività. Novità a un tempo realizzata da Andersen nella sua versione diversa di una sirena che dà nella fiaba, e dall’interpretazione psicoanalitica di Mariagrazia Crema. La sirenetta è portatrice del bisogno di porre fine a una disarmonia tra conscio e inconscio e di un bisogno evolutivo dello spirito. Le forze in azione nella personalità si devono prima differenziare, quindi integrare: il Sé ha bisogno di umanizzarsi perché è tramite l’io che può entrare nella vita reale, così come l’io e la coscienza nati “dall’esperienza della separazione e della sofferenza umana” hanno bisogno del Sé.

Questa ricerca di unità non può portare fuori di sé, le istanze non possono essere proiettare all’esterno, pena la sconfitta. La sirenetta fallisce quando resta ancorata alle proiezioni e cerca di approdare alla conquista della sua anima, riducendosi a poca cosa, appoggiandosi all’amore di un uomo. Non potrà diventare donna se non riconosce nella psiche le zone limacciose della regressione. La strada, non è il sacrificio di sé ma “il sacrificio per sé”. Il vero riscatto, il vero inizio è nel rifiuto di tornare al mondo marino (regno delle sorelle, della femminilità primigenia, dell’inconscio torbido) ma anche nel non cercare la “scorciatoia” attraverso l’amore subalterno. La svolta sta nel non voler uccidere il principe come chiesto dalle sorelle “emissarie” della madre negativa, nel lasciarlo andare alla sua storia senza più attaccamenti, invidie e proiezioni, nell’accettare la propria sorte, a cominciare dalla solitudine. Solitudine di un’anima che sconta un destino innocente e sofferto, ma sceglie  di lasciarsi alle spalle difese e fallimenti, riconosciuti e visti,  mettersi in viaggio senza più punti di riferimento. Potentissima immagine: la sirenetta accetta la propria morte, ma torna in mare da donna completa, in contatto con il proprio centro. Nella morte si fa schiuma perché si infrange la difesa narcisistica, l’io è morto, s’innalza il sé, s’innalzano al cielo le parti vive, si fa figlia dell’aria, “messaggero di speranza e libertà, luce e calore indipendentemente dalle aspettative maschili”. La sirenetta, trasporta così dalla metafora al simbolo unificatore dell’essere, la storia, non già di una drammatica fine, ma di un processo d’individuazione autentico. Un salto abissale dal meschino regno dell’io all’inesauribile Sé.

Titolo: Il riscatto della sirenetta. Da metafora a simbolo:
il sacrificio al servizio del processo di crescita
Autore: Mariagrazia Crema
Editore: Ma. Gi.
Dati: 2010, 97 pp., 12,00 €

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One thought on “La Sirenetta: storia simbolica di una piena evoluzione interiore

  • giugno 14, 2014 at 10:30 pm
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    Quanto può essere bella, mistica la vita… anche se si sta passando un periodo turbolento, meglio ancora se lungo, tanto lungo. Per farla breve racconto a cosa mi riferisco.. : ho letto, proprio minuti fa, di sfuggita, un testo inerente alla possibilità che possa essere esistita e che esista ancora qualche forma di sirenetta (visto che l’uomo in effetti conosce solo il 5/10 % di questo pianeta)… e l’idea mi ha stravolto tanto da googlare la figura della sirenetta in sezione “immagini”.. questo perchè.. in quegli attimi ho associato la sua figura con l’evoluzione, la mia evoluzione, il mio arduo cammino verso una rinascita e quindi volevo semplicemente inserirla come simbolo nel mio desktop… E pensare che un tempo non mi è mai piaciuta l’idea di un essere mezzo pesce e mezzo uomo, da piccolo non sopportavo proprio l’idea, la vista di questa figura… adesso la mia visione della cosa sta cambiando..
    Comunque sia.. continuando.. in seguito al mio stupore nel significato, in seguito a questa piccola scoperta… ho googlato “sirenetta simbolo” perchè volevo saperne qualcosa a livello mistico, storico.. ed eventualmente poi un domani simboleggiare questa mia fase della mia vita con un altro tatuaggio (ne ho un altro che a mia insaputa aveva un altro significato oltre a quello per cui l’avevo scelto, oltre ovviamente anche ai fini estetici.. anch’esso un simbolo di forte rinascita e pensare che ci sono stati momenti in cui l’ho odiato, ho odiato me stesso per essermi tatuato senza pensarci due volte.. ma adesso sto abbandonando, accettando questa cosa vista l’abissale differenza che c’è tra questo, che problema non è, ed il mio periodo difficile) e cosa succede? Approdo nel suo articolo…. E’ proprio vero.. NIENTE ACCADE PER CASO, nulla è male… e mi riferisco.. un esempio banale, al fatto che oggi ho passato troppo tempo al pc..
    Ultimamente molte cose stanno cambiando in meglio, persone, eventi che mi stanno dando forza di continuare per la mia strada (vista la mia giovane età) di continuare a vivere questa vita e combattere per non dover allungare troppo le cose nelle prossime vite.. Cosi, comincia a prendere sempre piu piede la mia credenza nella reincarnazione..

    Semplicemente.. scrivendo quest’articolo, la ringrazio di aver fatto parte della mia vita : ) .. come sto ringraziando ogni cosa, anche se negativa.. Tutto è necessario alla propria crescita.

    Un abbraccio a tutti

    Francesco

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