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Guerre d’inchiostro: una battaglia a colpi di penna noir all’ombra di Cervantes e Lope de Vega

Mentre il re Filippo III prega per le sorti del suo regno al Monastero di Atocha, per le strade di Madrid scorrono in egual misura sangue, urina e corruzione. Alla Puerta del Sol, di notte, i cani si affrettano a divorare i residui putridi del mercato prima che, all’alba, ci pensino i porci che scorrazzano per le vie della città a farne piazza pulita. Dagli atri dei postriboli si diffonde l’odore acre dell’acquavite e quello, più sottile, della sifilide, che promettono a nobili di sangue, hidalgos e mercenari oziosi un piacere immediato e una morte lenta. Ma solo ai più fortunati. Gli altri spargono l’anima sulla polvere del selciato, all’uscita delle bische clandestine, con la schiena pugnalata e le tasche svuotate, oppure salutano il cielo dalla forca, per aver commesso l’imprudenza di svaligiare la casa sbagliata, o di finire nel letto sbagliato. La corruzione è generale; le lotte di potere, trasversali. L’oro passa sotto gli occhi del re e finisce nelle tasche di nobili di corte, funzionari, camerieri, portinai… Per inserirsi in questa interminabile filiera di usurpatori, e aver parte nella distribuzione di denaro generale (che tutti coinvolge, tranne il re e il popolo), tutto è falso e tutto è falsificabile: patenti di nobiltà, genealogie, persino la verginità.

Nulla da stupirsi, dunque, se nel clima generale di falsificazione, immoralità, ozio e ansie di successione, un’opera come la Seconda parte dell’Ingegnoso cavaliere Don Chisciotte della Mancia, del misterioso (ancora oggi, malgrado le più varie ipotesi) Alonso Fernandez de Avellaneda, con la sua improvvisa comparsa dopo dieci anni dalla pubblicazione della prima parte del Chisciotte di Cervantes, catalizzi su di sé le attenzioni del mondo non soltanto letterario. Mostrandoci come la guerra e la politica, a volte, possano farsi più efficacemente con la penna che con la spada, e che le corde che la pagina scritta arriva a toccare vibrano, nell’animo degli avversari, molto più ferocemente di qualsiasi ferita.

Intorno alla figura di Isidoro Montemayor, incaricato di risolvere il mistero di Avellaneda da Don Francisco Robles (infuriato editore del Chisciotte originale, e proprietario della bisca di cui Montemayor è il gestore), Alfonso Mateo-Sagasta imbastisce una storia dalle caratteristiche singolari. Strutturalmente classificabile, dagli appassionati di etichette letterarie, come romanzo storico (e anche di buona fattura; non per niente Mateo-Sagasta è un addetto ai lavori), Ladri di inchiostro è in realtà molto di più: una sorta di inchiesta letteraria mascherata da noir. L’antieroe Montemayor, aspirante hidalgo fallito, che vive in una baracca, lavora in una bisca, scrive gazzette, fa colazione con l’acquavite e inguaia ragazze da cui poi viene truffato, non stonerebbe se vestisse il trench e il cappello sulle 23, con un mozzicone all’angolo della bocca; ma per il resto, il nostro Marlowe in pizzi e farsetto si muove in un mondo assolutamente coerente con l’epoca in cui la storia si svolge, e che da lui ci viene raccontata (in perfetto stile noir) in prima persona.

Un palcoscenico vastissimo in cui si aggirano, più o meno ammiccanti, tutti i nomi che noi oggi automaticamente identifichiamo con la Spagna del Siglo de Oro: oltre a un malandato Cervantes, c’è il lubrico Lope de Vega e il sornione Francisco de Quevedo, Tirso de Molina, Luis de Gόngora e, venerabile convitato di pietra, Garcilaso de la Vega. Tutti alla ricerca di un protettore al cui nome legare le proprie opere, di un posto a Corte, di un modo, essenzialmente, per vivere di rendita. E tutti interpellati per dire la loro non soltanto (anzi, in alcuni casi per nulla) sull’identità di Avellaneda, quanto per dipingere,ognuno dalla sua personale prospettiva, come tante monadi, un quadro prismatico di un inizio secolo complessissimo e sfuggente, decadente e nauseabondo come soltanto possono gli imperi al tramonto.

Mateo-Sagasta ha il privilegio di una scrittura carnosa e sensoriale (abilmente rispettata dalla traduttrice Roberta Bovaia), gonfia di colori e odori, che si rende adattissima a trasportare sulla pagina le atmosfere, diverse per livello ma tutte ugualmente lussureggianti, di una Spagna corrotta nell’intimo. Non sono (lo ammetto) abbastanza competente per giudicare se, come hanno scritto alcuni, si possa ora definire risolto il mistero di Avellaneda: certo l’autore ci mostra che, a volte, la narrativa può ancora essere continuazione della critica letteraria con altri mezzi. E pazienza se questo non manca di avere qua e là ricadute narrativamente ingombranti (come l’eccessivo didascalismo, che lo stesso Montemayor si sente di dover giustificare di fronte al suo ignoto interlocutore): il romanzo (che non cessa mai di essere tale) è divertente, efficace e coinvolgente. Narrandoci le avventure di pochi giorni di un’estate bollente, Alfonso Mateo-Sagasta restituisce a un’intera epoca le tinte ora vivide, ora fosche, che alcuni ladri d’inchiostro hanno cercato di rubarle.

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© 2004 Alfonso Mateo-Sagasta; © 2010 Marco Tropea Editore

Per gentile concessione della Marco Tropea Editore


Titolo: Ladri di inchiostro
Autore: Alfonso Mateo-Sagasta
Editore: Tropea
Dati: 2010, 560 pp., 20,00 €

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