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Le api e il pianoforte: Lisa Germano a Torino

Lisa Germano

Seguo Lisa Germano da più di dieci anni e credo che la sua massima espressività sia stata raggiunta nei primi anni 90, con i memorabili On the way down from the moon palace (1991), Happiness e Geek the girl (1994). A poco a poco, nei lavori successivi – e capita molto spesso – il numero dei pezzi davvero interessanti è forse progressivamente diminuito ma con No Elephants (2013), a parere di chi scrive, l’inversione di tendenza è evidente. È un album che trasuda ispirazione dall’inizio alla fine nelle sue cantate per pianoforte, animali e rumori elettrici, suonato quasi per intero ieri sera al BlahBlah di Torino in un’atmosfera intima per un pubblico di settanta/ottanta persone. Solo Lisa Germano e un piano elettrico per un excursus sui suoi ultimi anni di carriera, numerosi brani intervallati dai racconti delle sue ispirazioni e delle idee che hanno accompagnato la stesura di No Elephants.

Lei stessa ammette che non avrebbe mai pensato di scrivere un album sugli animali ma quest’ultimo lavoro è, di fatto, una sorta di concept sull’argomento attraverso il quale l’artista americana offre la sua lettura del corrotto rapporto fra l’uomo contemporaneo e la Terra nell’epoca della crisi economica ed ecologica. Non ci sono sentenze né la volontà di convincere ma, più semplicemente, la necessità di raccontare e di trasformare in musica riflessioni personali.

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Ad esempio, Lisa racconta che Dance of the bees si ispira al calo numerico delle api principalmente dovuto, secondo l’Istituto Federale Svizzero della Tecnologia, alle interferenze dei cellulari che ne alterano il normale comportamento e le dinamiche difensive. In Ruminants canta “I need four stomachs to deal”, in riferimento ai 4 stomaci, appunto, dei ruminanti (rumine, reticolo, omaso ed abomaso), necessari per digerire la cellulosa delle piante tramite un continuo processo di ingestione e rigurgito (“Ruminants / four stomachs / throw up / start over”). In Apathy and the Devil i riferimenti a una sorta di Paradise Lost contemporaneo sono espliciti: “The weeds beneath my bed are growing / With all this dirty waste around” e ancora “The weeds around my room eroding / And I just watch the world exploding”.

Nella title track ascoltiamo “All plugged in and tuned out / No elephants around” e quel “took my space / mine / mine” che nell’epoca della perenne interconnessione riporta a un bisogno fondamentale di spazio proprio, fil rouge dell’intero album e del concerto stesso, lungo momento di condivisione intima che Lisa sottolinea dicendo “I can’t believe you are so quiet”.

L’atmosfera generale è stata esattamente questa; un profondo senso di calma, forse la necessità condivisa di ascoltare lo storytelling di un talento immenso che a ben 55 anni ha sfoderato il suo miglior disco (parere del recensore) post 2000. Ad emergere è stata anche una personalità istrionica la cui pseudo-tragicità della musica, parole sue, nasce invece da un forte sense of humor e da una propensione allo scherzo e all’ironia che ha accompagnato l’intera serata.

In chiusura la cantante di Mishawaka chiede se abbiamo preferenze per un’ultima esecuzione e la scelta cade sulla splendida The Darkest Night of All, pezzo conclusivo di Happiness. Finito il concerto mi avvicino a Lisa e le stringo la mano dicendole che amo la sua musica, che la seguo fin dai suoi primi album e che ritengo Geek the girl uno dei dischi più belli di sempre. Facciamo due chiacchiere e mi dice che è felice di avermi conosciuto dopodiché, con un pennarello dorato, raccomandandosi di “make it dry” per evitare sbavature, firma con dedica la mia copia di No Elephants: To Andrea. I’m still a geek. Una bellissima serata di empatia, una ricca esperienza emozionale e se in “Diamonds” Lisa canta “Such a cold world / Such cold times / When man goes so low” è molto bello pensare che lei stia andando nella direzione completamente opposta.

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