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Le fiabe di Andersen a teatro per svegliare i dormienti

«Le mie fiabe sono più per gli adulti che per i bambini, che possono solo comprendere le cornici, gli ornamenti. Soltanto un adulto maturo può vedere e percepire i contenuti. La semplicità è solo una parte delle mie fiabe, il resto ha un sapore piccante». (Hans Christian Andersen).

“Andersen 2011: Fiabe che non sono favole”. Se cercate un luogo dove partecipare a una lettura non convenzionale della realtà, fate un atto di coraggio, a costo di scoprirvi più ombrosi della vostra ombra ma in piena sintonia con l’opacità del fuori: spingetevi a teatro. Andate a vedere Fiabe che non sono favole: non vivrete momenti lieti, anzi sarete infastiditi e scossi, proverete disgusto per la vostra esistenza, spesso tramata di automatismi, assopimenti continui, convenzioni, disprezzo per il “diverso” ma anche per il “simile”,  sadismo gratuito. Ma questa è la miglior cosa che possa accadervi: una presa d’arte e coscienza di sé assieme.

Si sa,  il teatro è il luogo per eccellenza dello svelamento, dalla tragedia greca in poi (e qui non si svela niente di nuovo), il luogo che accoglie il mondo non per legittimarlo; è lo spazio drammaturgico che contiene le patologie del mondo, ma non è funzionale a niente che non sia rivelare guasti, brutture, ipocrisie individuali e collettive. Con questi presupposti, c’è chi ha il coraggio di osare, fino a immergersi nell’orrido. E quell’orrido siamo noi.

Figurarsi che binomio incandescente, fiabe di Andersen (di cui oggi si celebra celebra il 205° anniversario della nascita) e teatro militante, e che summa di inquietudini si scatena se queste fiabe sono proposte in una rilettura attuale. Regista e attrice, Emanuela Ponzano lo ha fatto, infischiandosene di leggi dell’audience e tecniche per strappare facile gradimento impiantate anche a teatro: sue l’ideazione e la regia di queste “Fiabe che non sono favole” (i testi tratti dalle fiabe di Andersen sono di Serena Grandicelli e Matteo Festa, la linea drammaturgica è della stessa Emanuela Ponzano). E con lei, compatta e ben collaudata, la compagnia Kaos nella messinscena nella sala studio del teatro Vascello di Roma, sala che è un antro buio, simbolo tra i simboli evocati, custode e specchio buio delle paure declinate in varie forme. Lo spazio teatrale è un guscio, contiene le paure e intanto le rimanda al mittente nella non separatezza, fisica e non, tra attori e spettatori, che piaccia o no, prossimi ai personaggi e alle loro epifanie, compresi i picchi di delirio. Non a caso, il sapiente gioco di luci e ombre, tra zolfanelli della piccola fiammiferaia, accensioni cupe e mortali a scapito del soldatino di piombo, effimeri trionfi di luce dell’imperatore, velleità fiammeggianti di scarpette rosse, volontà incendiare dell’autore-alter ego di Andersen, scandisce tutta la rappresentazione.

Audacia di scelte non convenzionali: i racconti di Hans Christian Andersen, impropriamente chiamati fiabe e relegati nel genere della letteratura edificante o pedagogia per l’infanzia, sono tutt’altra cosa, sono tutt’altro che consolatori, rassicuranti, volti a sedare le paure e scioglierle nel lieto fine. Al contrario, a volte suonano come atti d’accusa contro il genere umano; oppure sono resoconti di sacrifici inauditi a scapito di anime che restano solo abbozzate, schiacciate da destini avversi. Che li si leggano o meno alla luce psicoanalitica, come ci ha insegnato a fare Bruno Bettelheim nel suo libro, un classico del genere, “Il mondo incantato”, o indossando la lente antroposofica secondo la lezione di Rudolf Steiner nel saggio “La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito”, è chiaro che questi potenti simboli ideati da Andersen stanno a raccontare processi di iniziazione, talvolta non riusciti, anzi mancati; l’impatto con la propria ombra, con il male e la morte a cui a volte si soccombe da vivi. Non c’è epilogo in rosa, né contraffazione edulcorata della realtà perché non si dà iniziazione senza prove calate spesso nei regni più brutali della materia. Su questa base, si innesta la trasposizione teatrale che radicalizza la tensione, accettare o scappare, non smorza le nostre paure, casomai le amplifica portando al grado zero la pretesa dello spettatore di essere trastullato e distratto, di essere legittimato a compiere evasioni tutt’altro che innocenti. Sgradevole è la realtà, sgradevole la situazione italiana cui talvolta si allude in scena, e proprio perché si celebra la finzione teatrale nessun camuffamento è permesso. L’antro buio racconta la realtà, altro che favole! Curioso e stridente riconoscere le “fiabe” della nostra infanzia, gli archetipi del nostro percorso umano, persi e ritrovati tante volte o lasciati ai rovi dell’incoscienza, (Il brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, Le scarpette rosse, Il vestito nuovo dell’imperatore, L’intrepido soldatino di stagno, La sirenetta, Il marionettista, L’ombra), tornare in forma di personaggi teatrali, più cruenti ancora di quanto non li abbia plasmati Andersen; portatori, di volta in volta, di rovelli e menomazioni interiori, nevrosi, brandelli di mondo scorticato.

Si recita senza rete. La tecnica unita ai molteplici talenti e all’uso sapiente e generoso della fisicità, sorregge gli eccessi e anche i passaggi troppo diluiti e meno riusciti. Intorno all’autore, interpretato da Fabio Sartor, in continuo alterco con il suo doppio, l’ ombra in fuga, si radunano secondo modalità pirandelliana i personaggi scaturiti dalla sua fantasia. L’autore pentito di avergli dato la vita, vorrebbe bruciarli, ma non può:  i personaggi rivendicano il diritto all’immortalità nell’ impermanenza di ogni cosa e nella trama cangiante delle generazioni umane. Ciascuno ha il suo assolo in cui far vivere la propria vicenda in versione aggiornata. La piccola fiammiferaia, Cristina Manni, è una bambina trovata morta di freddo, al termine di una straziante agonia fisica e di un delirio, con in pancia ovuli di cocaina. Questo anatroccolo altro interpretato da Alioscia Viccaro, è uno psicotico che odia il diverso, perché cresciuto in cattività nella paura dell’altro e dell’ignoto, personaggio troppo spesso presente negli scenari metropolitani.  Di sirenette, che poi non sono creazioni disneyane (leggere l’originale per capire), non se ne vedono quaggiù, oggi.  Il corrispettivo della sirenetta è un ragazzo africano sbarcato a Lampedusa, personificazione di un’umanità integra, innocente. Un puro di cuore, nell’interpretazione di Michel Diatta che racconta, come fosse un testimone pescato in un reportage televisivo, delle “sirene” che affiorano sulle coste italiane; centinaia di migliaia di uomini in fuga dall’Africa (è cronaca di questi giorni), ammassati su barconi guidati da stregoni, buttati in mare,  ripescati a volte morti; oppure scampati, la sera appaiono come anomale sirene dirette alla riva in cerca di approdi civili e umani. Un canto africano intonato con dolcezza e malinconia racconta di una dignità spesso perduta sulle nostre rive mediterranee. Il soldatino di stagno, ancora Alioscia Viccaro, è un milite ignoto in missione in Afghanistan, ligio agli ordini, trova la morte senza un perché. Scarpette Rosse,  Emanuela Ponzano, è una fatua e sciapa ragazzetta del presente, mossa da ambizioni di diventare velina, starlette televisiva. Quando porta a compimento il suo sogno strappando il titolo di “miss stagno”, e riuscendo a indossare le scarpe rosse, il suo destino di burattino disarticolato, bambola priva di vita interiore, corpo senza soffio vitale, si compie.

L’imperatore che in scena indossa il nuovo abito è nella interpretazione caricaturale ed esasperata di Riccardo Serventi Longhi, la  personificazione del potere. Se l’invenzione letteraria spesso è profetica e gioca d’anticipo sulla realtà, la storia poi s’incarica di superare  qualsiasi immaginazione. In quest’imperatore tronfio di vanità, maschera distorta di un ego ipertrofico, infantile e narcisista, accecato dal potere di chi può comprare tutto, anche il silenzio, si scorge la nostra realtà ridotta a meschina sceneggiata. L’imperatore ormai è nudo, ma il vero scandalo sta nel fatto che la sua nudità fisica lascia affiorare il vuoto dell’essere che relega al non essere i sudditi; eppure l’imperatore continua a fingere di non essere nudo grazie alla deferenza di chi si incarica di stare al suo gioco. Troverete poi, anatroccoli, una ballerina, marionette, strane figure in abiti militari che munite di fari in testa come fossero minatori o scavatori dell’anima altrui, portano luce o scompiglio, nelle tenebre. Qualche volta tutto si risolve, per modo di dire, in un processo d’individuazione mancato che accomuna i viventi in ogni scala di grandezza  e in cui individuo e società si corrispondono nella corsa al nulla. Le fiabe non cambiano la realtà, rammenta in scena l’autore; al limite cambiano i propri connotati e si aggiornano come in quest’impresa teatrale. Non cambiano la realtà, certo,  ma sempre riescono a strapparci al sonno della coscienza.

 

Emanuela Ponzano – Produzione Kaos
Andersen 2011 – Fiabe che non sono favole

Teatro Vascello sala Studio
Dal 24/03/2011