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Musiche per una fuga – I dischi di Chromatics, Lower Dens e Beach House

Il concetto di evasione è legato in modo stretto alla musica. La capacità che hanno note e parole insieme di creare un mondo altro, diverso da quello della nostra vita di tutti i giorni, il potere che questi due elementi combinati hanno di trasportarti in posti fuori dal tempo è indubbiamente accertato. Anche le altre arti hanno questa capacità, la capacità di astrazione. Non importa dove sei e quando, ciò che leggi, ascolti, vedi, ti proietta in un mondo altro che può più o meno mescolarsi con quello che hai intorno. Ma ci sono musiche più o meno evocative, più o meno evasive così come ci sono libri, film, opere d’arte e chi più ne ha più ne metta con queste caratteristiche. Ecco io oggi vorrei parlarvi di musiche che aiutano a fuggire, a liquidarsi dal contingente per proiettarsi verso un indefinito e magari pacifico altrove. Venite, entriamo nel mondo di Chromatics, Lower Dens e Beach House. E se non siete d’accordo con me, pazienza, siete comunque i benvenuti.

Mi contraddico subito: Kill for love (Italians do it better, 2012), il disco della consacrazione dei Chromatics e dell’Italo disco (in seguito anche al successo di film come Drive e dell’ascesa di Ryan Gosling a eroe del nostro tempo) non ti permette di fuggire più di tanto. In diciassette brani, in cui a canzoni vere e proprie si alternano pezzi strumentali, la band di Portland ci disegna un paesaggio ben definito e concentrato, un notturno metropolitano cupo e sporco, fatto di luci fioche e angoli lerci. Ci immaginiamo al volante di una macchina mentre solchiamo i paesaggi urbani degradati, fatti di edifici sbreccati e giovani radunati in gruppi sparuti agli angoli delle strade. La sensazione di solitudine è forte, non sembra ci sia spazio per la compagnia, e tutto questo insieme di prove sinestetiche abbraccia interamente la composizione (più un concept che una raccolta di canzoni) fin dal primo pezzo, la magnifica cover in chiave claustrofobica di Hey Hey, My My (Into The Black) di Neil Young (qui ribattezzata  programmaticamente soltanto Into The Black) passando per il singolone Kill For Love, l’oscura Lady e la dilatata These Streets Will Never Look The Same, il cui tema sembra la sigla di Supercar corrosa dalla ruggine. I pezzi strumentali come Broken Mirrors o The Eleventh Hour sono inseriti a mo’di pausa all’interno del racconto e accrescono, come dire, la scenografia: ecco la struggente Dust to Dust per esempio, o l’onirica There’s A Light On The Horizon. Non c’è tempo e spazio per poter raccontare ogni singolo pezzo anche se si dovrebbe perché questo disco, lungo come una notte insonne, vale ogni singolo secondo d’ascolto, e va fruito nella sua interezza continuativa, senza pause, per entrare a piedi uniti nel noir metropolitano scritto per noi dai Chromatics. Buon viaggio.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41262720 CHROMATICS / KILL FOR LOVE (Complete Album) by JOHNNY JEWEL

Facciamo un passo un po’ più in là e iniziamo ad allontanarci dalla staccionata che divide il mondo reale, da quello onirico. A darci una mano questa volta intervengono i Lower Dens con il loro secondo avvolgente disco, Nootropics (Ribbon Music, 2012). Li avevamo lasciati che ancora schitarravano (Twin Hand Movement, Gnomosong 2010) e ora invece li troviamo tutti assorti negli intrecci di sintetizzatori e tastiere, a comporre, diciamo così, il loro disco “berlinese”. A fare da collante la magnifica voce di Jana Hunter il cui timbro caldo e avvolgente proietta le composizioni su un livello, come già anticipato, altro rispetto a quello concreto fatto di umori e carne. Si parte con Alphabet Song, soffice ballad crepuscolare, per poi cambiare subito ritmo con la doppietta di Brains e Stem, i brani più movimentati del disco: il primo incalzante nel suo crescendo; il secondo invece una sorta di reprise strumentale del primo in toni più morbidi. Le atmosfere oniriche riprendono immediatamente dopo, con Propagation, che apre l’album alla sua vera essenza: i suoni si fanno più dilatati, i cantati si allungano, le atmosfere più chiuse. Ed ecco dunque Lamb, Candy e le eteree Lion In Winter Pt 1 e Lion In Winter Pt 2, più concentrata, quest’ultima su suoni dream pop, fino ad arrivare alla lunghissima In The End Is The Begininnig nella quale perdersi è un gioco da ragazzi.

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Escapismo è la parola perfetta invece per descrivere l’universo dei Beach House. Chi scrive aspettava questo album da quando aveva finito di consumare la sua copia di Teen Dream (Subpop, 2010), capolavoro della band di Baltimora di qualche anno fa. La presenza scenica di Victoria Legrand, la sua voce, le sue melodie, e gli abili intrecci chitarristici di Alex Scally avevano trasportato me e altre migliaia (non esagero, vero?) di ascoltatori in una dimensione parallela, struggente e languida come solo la gioventù sa essere. E questo Bloom (SubPop, 2012) non tradisce le aspettative nonostante la band non riesca ad andare più in là come ci si sarebbe aspettato, preferendo consolidare un suono piuttosto che battere nuove strade. L’attacco è da sincope: Myth, il primo singolo estratto, ci riporta esattamente dove eravamo due anni fa. La canzone è sontuosa, evocativa, la voce di Victoria è come sempre mistica, quasi da sacerdotessa e il mix di songwriting europeo e d’oltreoceano che il pezzo presenta è come al solito perfetto. Wild ci riporta su dimensioni più umane mentre Lazuli con il suo intro à la Oneothrix Point Never rialza nuovamente il tiro. Ma è la seconda parte del disco che lo rende, a mio avviso, grande. Dall’ariosa The Hours all’oscura Troublemaker; dalla cangiante New Year alla soffice Whishes. Per poi arrivare alla chiusa, perfetta grazie a On the Sea, la mia canzone preferita, struggente e malinconicamente speranzosa, dall’andamento ondulatorio, capace di cullarti come solo i flutti del mare sanno fare, un inno alla fuga, al lasciarsi tutto alle spalle per poi finire al largo, dove finalmente saremo perdonati; e a Irene che invece i marosi li addomestica e restituisce il trambusto di sentimenti appena passati ad una pacifica stasi, un’agognata tranquillità.

Ce l’hai fatta dunque, sei riuscito a scendere, ora ti trovi altrove e puoi dire di stare quasi bene, di essere a posto. E sono bastate giusto un paio di buone canzoni. A volte basta poco.

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