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Natura e solitudini – il doppio ritorno di Mount Eerie

Anacortes è una cittadina di 20.000 anime situata ai confini dello stato di Washington, aggrappata a montagne e oceano, dove Phil Elverum, mente dietro Microphones e Mount Eerie, ha deciso di vivere per un po’, costruendosi il proprio studio all’interno di una chiesa sconsacrata. Ed è quel posto, Anacortes, che il cantautore americano ha deciso di raccontare nei due dischi targati Mount Eerie usciti quest’anno: Clear Moon (P.W. Elverum & Sun, 2012), che ha visto la luce questa estate, e il più recente Ocean Roar (P.W.Elverum & Sun, 2012), stampato e distribuito a settembre. Mi ci è voluto un po’ di tempo perché questi album entrassero, si sedimentassero e chiedessero, anch’essi, di essere raccontati. Il tempo giusto perché musica e parole attraversassero strati di vita per diventare concreti.
Scritti entrambi durante una lunga pausa dai tour, con l’intenzione di raccontare un luogo e i suoi stati d’animo,  Clear Moon e Ocean Roar sono due facce della stessa medaglia. Se il primo è più placido, dai suoni più soffici e acustici, il secondo colpisce per la vibrante potenza, per il respiro epico e naturistico delle composizioni, meno adattabili a rientrare nello schema classico della canzone pop. Ma procediamo con ordine, parliamo di Clear Moon.

La copertina del disco è già di per sé emblematica: le montagne si stagliano all’orizzonte e una foschia ammanta tutto il paesaggio, eppure la luna, lassù, è forte, luminosa, fa valere la propria presenza. La prima canzone, Through the trees pt 2, introdotta da una accordo di chitarra pizzicato, riflette alla perfezione l’immagine di copertina: le atmosfere soffuse, il cantato sussurrato, le liriche evocative (“Misunderstood and disillusioned, /I go on describing this place and the way it feels to live and die/The “natural world” and whatever else it’s called/I drive in and out of town, seeing no edge, breathing sky/And it’s hard to describe without seeming absurd/I know there’s no other world:/Mountains and websites”), tutto porta l’ascoltatore a immergersi in un luogo non solo fisico, ma anche psichico. La doppietta successiva, The Place Lives e The Place I Live, suggerisce un contrasto tra l’umano e la natura, tra il pensiero cosciente e la vita naturale, in una continua inversione di ruoli (“Watching the light change, I see the place lives/I’ve stayed here long enough” e “But I see nothing/Rocks, and water, and wood/Not speaking to me”).  (Something), il primo intermezzo strumentale, introduce un trittico che si distanzia musicalmente dai pezzi precedenti, una pausa, una cesura all’interno del disco: ci sono le dissonanze di Lone Bell, i droni di House Shape, le chitarre distorte di Over Dark Water, a ricordare quelle influenze black metal ben presenti nel lavoro precedente, Wind’s Poem . Il secondo intermezzo strumentale riporta invece i toni su una certa quiete, riaccordandoli a quelli di inizio disco: c’è il misticismo di Clear Moon, seguito dalla notturna e ovattata Yawning Sky, per poi finire con (syntethizer) che, come la nebbia, ammanta cose e colori in un caos onirico e indistinto.

Su Ocean Roar di certo non si può dire che inizi dove Clear Moon si interrompe. La forza evocativa e prorompente di Pale Lights ci porta immediatamente su altri territori: quelli del mare grosso dell’inverno, delle onde in tempesta che, smosse dal vento, si accavallano impetuose e imperterrite. Dura nove minuti la canzone e in questi nove minuti Elverum ci dispiega sotto gli occhi tutte le sfumature che la sua musica è capace di ricreare: dalla potenza elettrica, fino alla lirica sospesa degli organi. Una intro, per quanto lunga, che ti sbatte in faccia la forza della natura, della sua vita, rispetto all’atomo insignificante rappresentato  dalla singola esistenza umana. Una composizione grandiosa e magniloquente, fatta con i canoni lo fi marchio di fabbrica di Mount Eerie. E, come a voler fare da contraltare al barocchismo della prima traccia, ecco arrivare la title track, Ocean Roar, gioiello pop, una delle più belle canzoni dell’ultimo anno, capace di amalgamare romanticismo lirico (romanticismo alla Dylan Thomas, che non ha nulla a che fare con le smancerie: “Sitting in the car after the music stopped abrupt/ We arrived in the dark, lost and disoriented” oppure “Out past waves rolling /Broad deep sky”) a sonorità morbide e avvolgenti, in cui alla voce di Elverum se ne intreccia una femminile, in controcanto, e, sullo sfondo, lontano, proprio come lo sono i ricordi della giovinezza, un coro di bambini che giocano. La componente emozionale di imberbi ricordi in riva al mare gioca ancora la sua parte nella brevissima Ancient Times mentre la successiva Instrumental monta la carica esplosiva di Waves, dove le onde che si infrangono violente sulla battigia le puoi quasi respirare oltre che vedere: le liriche si fanno più essenziali e rarefatte, delle pennellate, giusto per suggerire qualche timido dettaglio, ma è il suono a comandare, a portare l’ascoltatore dove l’uomo non può nulla ed è solo natura. La stessa potenza la ritroviamo nella traccia successiva, Engel Der Luft cover dei Popol Vuh, rumorosa ed elettrica, spoglia delle suggestioni new age o ambient dell’originale (presente nella colonna sonora di Fitzcarraldo di Herzog). Una passeggiata notturna solitaria è invece oggetto di I Walked Home Beholding, ballad d’atmosfera che esplicita in maniera chiara i temi dei due dischi: la solitudine, l’insensatezza del vivere e il distacco che ne viene da questa consapevolezza (“A moment of clear air breathing, seeing the expanse/Totally at peace with the meaningless of living”).

Clear Moon e Ocean Roar parlano entrambi, anche se in maniera diversa, di immense solitudini, di contemplazioni interiori, di lunghi sguardi e passaggi sul mondo naturale. Sono due dischi diretti, senza fronzoli, che colpiscono come un pugno nello stomaco e ti lasciano bocconi. Due opere intense, da ascoltare una dietro l’altro, farsene avvolgere, introiettarle, per poi tornare, ancora una volta, nel mondo, lasciandosi indietro ogni altro pensiero.