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Dove vai se la filosofia non ce l’hai? Parola di neuroscienziato

“Più che di naturalizzare la fenomenologia, c’è bisogno di fenomenologizzare le neuroscienze”. Tradotto in parole povere, i tempi sono pienamente maturi perché le scienze empiriche includano senza più ritrosie integraliste e riduzioniste il contributo della filosofia e delle discipline umanistiche, spesso considerate portatrici di teorie suggestive ma prive di fondamento. Dolci suoni, parole di grande portata pronunciate da Vittorio Gallese, neuroscienziato, nel suo intervento alle giornate ascolane di psichiatria. Non lasciamoci spaventare dai termini. La neuroscienza è quella disciplina che cerca di sapere tutto, ma proprio tutto, del nostro cervello e del funzionamento del sistema nervoso centrale per capire come questo ingranaggio complesso ci faccia essere ciò che siamo, dall’alzare un sopracciglio al movimento di un muscolo agli innumerevoli impulsi cinetici e oltre, molto oltre. La neuroscienza, infatti, è cognitiva quando pone questo cervello in relazione alla mente, alla coscienza, al corpo, al mondo (ambiti per eccellenza della ricerca filosofica), indaga che cosa è l’intersoggettività, come si capisce l’altro, in cosa consiste la nostra competenza sociale, per poi cercare di decifrare cosa fa dell’essere umano una miscela di fenomeni, in gran parte ancora ignoti. Intanto qualcosa di fondamentale è accaduto. I neuroni a specchio scoperti nel 1992 dal team di ricercatori dell’università di Parma, tra cui lo stesso Gallese (team coordinato da Giacomo Rizzolatti), sono neuroni che ‘risuonano’ e si attivano quando compiamo una certa azione ma soprattutto quando, restando fermi, osserviamo un nostro simile compiere un’azione. Vedere non è quindi solo registrare passivamente comportamenti, ma già da subito simularli a livello pre-conscio. Il neurone dell’osservatore “rispecchia” il comportamento dell’osservato, come se stesse compiendo a sua volta l’azione. Si potrebbe dire che il neurone è intersoggettivo di suo.

All’inizio del ‘900, il filosofo Martin Buber affermò  che ‘In principio è la relazione’: siamo o no alla quadratura del cerchio? L’intersoggettività non è più una bella teoria ma, innanzitutto, un fenomeno chimico nel nostro cervello. Tutto questo cambia e in parte sovverte i consueti paradigmi della ricerca e fa cadere rigidi steccati  tra campi del sapere che non si erano incontrati. La scoperta di tali neuroni, tra le tanti implicazioni, sta a dimostrare che i filosofi hanno dalla loro parte la ragione, quella  che intuisce ciò che poi la scienza verifica e dimostra: l’intersoggettività è ontologicamente il fondamento dell’essere; la fenomenologia può portare un contributo alle scienze empiriche. A che servono altrimenti gli esperimenti di laboratorio su scimmie e primati, sia pure riuscitissimi, se rimangono confinati a un ambito ultraspecialistico e ripiegato ermeticamente su se stesso? “L’intersoggettività è fondante per capire la soggettività e come essa si deteriori nella relazione psicotica”, spiega Gallese e aggiunge: “come affrontiamo questa tematica rispetto al sistema cervello? Se non l’affrontiamo, il cervello si riduce a una sorta di scatola di meraviglie autoreferenziale”. E anche il cervello dei neuro scienziati, sembra suggerire Gallese, si restringe se non si immette nel mondo che lo alimenta. “Quel dato cervello ha assunto quella configurazione dal punto di vista filogenetico e ontogenetico, cioè individuale, in quanto legato a doppio filo al corpo e alla carne, a sua volta legati a un mondo con precise leggi fisiche e culturali, metafore linguistiche”. Non siamo una sommatoria di organi sparsi e irrelati, né anime vaganti calate in corpi e mondi. Siamo una congerie di percezione, azioni, intelligenza. E in realtà anche parlare di neuroni a specchio è una metafora ad effetto perché non funzioniamo da specchio riflettente delle azioni altrui, ma le metabolizziamo e diamo risposte personali. Gli ultimi esperimenti raccontati da Gallese, fatti da gruppi di ricerca dell’università di Lione e di Chieti, stanno provando che la dimensione autistica della schizofrenia è dovuta proprio a un deficit neuronale di sintonizzazione col mondo. Volgarizzando, il meccanismo intersoggettivo che naturalmente possediamo in dote  nel nostro cervello non funziona bene. I ricercatori dell’università di Chieti hanno studiato 24 pazienti schizofrenici a sei mesi dal primo episodio di esordio psicotico sottoposti a farmaci antipsicotici di nuova generazione. Hanno cercato di verificare nei pazienti sensazioni sulle loro parti del corpo e hanno constatato che mancano di un senso coerente del sé corporeo e non sono spinti al movimento; in loro sembra carente il meccanismo neuronale di risonanza motoria.

“L’intersoggettività è prima di tutto intercorporeità, su questo aveva visto lungo un altro filosofo, Merleau Ponty – spiega Gallese – Il ruolo fondamentale della relazione intersoggettiva nella costruzione della soggettività è il movimento. Il contatto con gli altri”. L’altro di fronte a noi, diviene immediatamente in condizioni non psicotiche alter ego, “condivide con noi l’umana posizione di eccentricità e questo, con buona pace dei cognitivisti, non richiede per forza una dimostrazione razionale perché grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione, l’altro è vissuto come altro da sé”. E qui si scopre che i filosofi e la fenomenologia tornano utili, anzi fanno da guida, indicano la rotta: “Ciò che ci rende chi siamo non è solo il possesso di meccanismi nervosi coordinati, ma anche un percorso storico individuale, la dimensione storica dell’essere nel mondo rimasta fino ad ora inesplorata dalla ricerca neuro scientifica”. Visto che nel cervello possediamo un meccanismo neuronale di risonanza motoria che lega chi guarda a chi fa, e visto che c’è una tradizione culturale, filosofica, psicopatologica, che si è occupata dell’intersoggettività della condizione umana, allora “questa tradizione va considerata dal neuro scienziato perché gli consente di porsi le domande giuste e correlarle ai suoi esperimenti. Il mito della scienza è che debba dare risposte giuste, un po’ è vero ma a quali domande?”. Per attivare nuovi percorsi di ricerca in ambito psichiatrico e psicoterapeutico, occorre dare ascolto a discipline che vengono da molto lontano e focalizzare sempre più l’attenzione sull’unicità della dimensione individuale, anche dal punto di vista nosografico e diagnostico. L’uomo non è le sue sinapsi né i suoi neuroni, è una “unità integrata, un uomo che agendo sente emozionandosi”. Il particolarismo delle scienze empiriche può far perdere di vista che “i neuroni a specchio sono solo la punta di un iceberg ancora tutto da scoprire. Un neurone non ha emozioni, intenzioni, non ha scopi, non ha affetti, non si spaventa e ciò che del mondo conosce è una manciata di ioni, sodio, calcio, potassio, cloro. È l’individuo che prova emozioni e angoscia, lo sappiamo”. Allora cosa ci dicono le neuroscienze dopo duemila e passa anni di cultura filosofica? Probabilmente che nessuno si può più blindare dietro il proprio sapere specialistico, ma occorre dialogare. “É  auto consolatorio dire che la complessità della condizione umana è irriducibile all’attività di pochi neuroni”. Niente trincee, quindi.

“Le neuroscienze rimettono in discussione concetti psicopatologici, nosografici, filosofici che molti ritengono scontati”. La loro missione nel prossimo futuro sarà aprire la strada a “terapie farmacologiche tagliate su misura del singolo individuo che esprime un certo disagio psichico”, esito della sua attività cerebrale calata nella sua storia umana di creatura sociale e linguistica. Il riduzionismo non giova, non porta da nessuna parte, è un binario morto. La multidisciplinarietà, d’altra parte, non è una pratica per dare una patina di cultura a un’attività di laboratorio, o per “abbellire il risultato della ricerca empirica con qualche spruzzata filosofica che la renda più appetibile”, e neanche per verificare dal punto di vista empirico l’esattezza di una teoria filosofica. È solo che lo studio della condizione umana è un tantino articolato e richiede un contributo allargato delle scienze umanistiche, filosofia, antropologia, sociologia, psicologia. Voltarsi indietro, anche molto indietro, si può e si deve per costruire il futuro di un ‘uomo nuovo’, annunciato da Giordano Bruno che da epistemologo ante litteram, non a caso, ci ha lasciato nella sua ricca produzione questo monito: “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo”.

Il video integrale dell’intervento di Gallese alle giornate ascolane di psichiatria (via Psychiatry on line Italia)