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Nell’inconscio della band – I Am Very Far degli Okkervil River

[Una premessa mi pare d’obbligo. Chi mi conosce nella vita reale sa quanta stima io provi nei confronti degli Okkervil River e del suo deus ex machina Will Sheff. Quindi se cercate l’obiettività quella probabilmente non la troverete per quanto possa ostinarmi a inseguirla. Vi prometto però profondità e impegno quelli, lo giuro, a più che posso. In poche parole se siete ancora lì state per leggere un’imperitura dichiarazione d’amore all’opera di Will Sheff e dei suoi Okkervil River]

1. Invito al viaggio – nel quale l’autore prova a conservare un po’ di obbiettività

Okkervil River - Will SheffE così ci siamo arrivati. 10 maggio 2011 data di uscita del nuovo disco degli Okkervil River. Aspettavo questo giorno da tre anni, da quando la band di Austin aveva dato alle stampe The Stand Ins (Jagjaguar, 2008) conclusione ideale di un dittico sui mestieri del palco iniziato l’anno prima con The Stage Names (Jagjaguar, 2007). Due album che ho consumato, passati attraverso due lettori mp3 e altrettanti computer, comprati su tutti i supporti possibili e che mi hanno spinto a ritornare indietro nel tempo per ascoltare tutto ciò che gli Okkervil River avessero suonato sulla faccia del mondo conosciuto. Per arrivare alla conclusione, poco affrettata ma sicuramente istintiva, che loro sono la mia band preferita sotto tutti gli aspetti: melodie, testi, approccio coi fan, attitudine live, tutto insomma. Più li ascoltavo, più s’accresceva la mia passione. Ed eccoci dunque alla prova del fuoco. Un album nuovo di zecca, con intorno un discreto hype e, a sentire le parole di Will, una nuova direzione intrapresa dal gruppo.

I Am Very Far (Jagjaguar, 2011) è stato ampiamente annunciato dall’uscita prima di Mermaid, un 12” con dentro due canzoni escluse dalla tracklist del disco (appunto Mermaid e Walk Out on a Line) e poi dalla performance del singolo Wake and be fine al Late Night with Jimmy Fallon eseguita insieme a Weave Room Blues, b-side del singolo stesso. Insomma un sacco di materiale che sembrava indirizzare l’attenzione verso la strada intrapresa fino ad ora dagli OR: un rock fatto di ballad da cantare a squarciagola, melodie dirette ma mai banali che, specie negli ultimi due album, finivano per entrarti in testa con estrema facilità. Ma non solo, oltre al lato più squisitamente pop vi è sempre stata un’attitudine folk (soprattutto agli inizi) che ha permesso alla band di sfornare delicate meraviglie che spesso si concludevano in un crescendo magnetico e coinvolgente. Tutto questo sembrava doversi aspettare dalla nuova fatica. Una conferma, detto in una parola sola.

Okkervil River - Will SheffE invece no, niente di più sbagliato. Will Sheff cambia rotta (e cambia stile) in maniera decisa tirando fuori dal cilindro un album, lo dico subito per fugare ogni dubbio, meraviglioso ma allo stesso tempo complesso. Se non vi siete ancora approcciati al disco (il leak è ormai in giro da un mesetto) dimenticatevi le melodie semplici e i la, la, la, la: non ne troverete. E non troverete, escluso forse Piratess (che è una vecchia canzone – si chiamava Murderess –  con un vestito tutto nuovo), nemmeno un ritornello, nessuna concessione all’easy-listening. Eppure il buon Will aveva detto che si sarebbe ispirato ai suoi dischi preferiti, al soul di Otis Redding e Sam Cooke, al rockeggiare di Neil Young e ovviamente all’approccio old-school di Roky Erickson con cui gli Okkervil River hanno registrato (e co-scritto) il di lui ultimo disco. E così è infatti ma la produzione dell’ album, registrato in diversi studi e in differenti session, evidenzia un lavoro profondo sui suoni, sugli strumenti e gli arrangiamenti, un elemento a cui gli Okkervill River non ci avevano abituato. La ricerca, da questo punto di vista, è profonda e accurata e un primo ascolto non riesce a smascherare tutte le sfaccettature musicali dell’album. Bisogna insistere, tornare sulle tracce, alzare il volume e lasciarsi piano piano conquistare, assaporando i pezzi e i loro cambi, nota dopo nota, drizzando l’orecchio sui vari livelli che si intersecano e si abbracciano per poi distanziarsi. E accorgersi, per esempio, che le backing vocals sono tra le cose più belle del disco: le canzoni crescono in contemporanea all’utilizzo dei cori o delle doppie voci (l’ingrossarsi di Lay of the Last Survivor oppure l’esplosione soffusa di Show Yourself , o il coro montante di Hanging from a Hit sono dei magnifici esempi); ma anche l’orchestrazione fa la sua parte in pezzi come Rider, o White Shadow Waltz o nella splendida cavalcata di We Need a Myth in cui l’arrangiamento conferisce spessore ai secondi che passano e l’alternarsi degli strumenti dona maggiore enfasi alla struttura del pezzo; ma c’è anche un terzo filone in questo disco, costituito dalle canzoni più ritmate, quelle con un certo groove: The Valley e Wake and be fine da un lato, e Piratess and Your Past Life As Blast dall’altro, dalle atmosfere più tipicamente soul. E poi, a conclusione di tutto, a cappello, messa lì a summa di tutto l’album la splendida The Rise che richiude in sé tutti gli approcci del disco, i tre filoni di cui sopra.

2. Mollar gli ormeggi – nel quale l’autore perde la bussola ma ugualmente parOkkervil River - I am very far (cover)te e arriva molto lontano

La copertina, disegnata dal sempre bravo Will Schaff, raffigura due cani antropomorfi uno di fronte all’altro, quasi perfettamente speculari se non fosse per la posizione delle mani  e per una leggera inclinazione nella postura. Il loro aspetto è quello di due guardiani che sono lì a protezione di un fiore, due guardiani se non proprio gemelli, almeno fratelli, si assomigliano. Questa specularità, questo riflettersi in maniera imperfetta sembra appartenere anche all’architettura della tracklist: ai toni rock di The Valley corrispondono i medesimi di Wake And Be Fine, al soul di Piratess risponde il soul di Your Past Life as Blast, negli sbalzi di Rider si riflettono quelli di Show Yourself ; Lay of the Last Survivor si lega ad Hanging From a Hit, le due ballate del disco, mentre ne sono il cuore pulsante White Shadow Waltz e We Need a Myth, forse gli episodi più lontani dalla precedente produzione degli Okkervil River. Solo The Rise, lì, in fondo, numero undici della lista si allontana da queste corrispondenze come sembra confermare il testo dell’iniziale The Valley:

We were piled in the river with the rock and roll skinned. Times Ten.

e poi ancora in chiusura

We were fallen on the border with the rock and roll singed. Times ten. Times
ten. Times ten. Times ten. Times ten. Times ten. Times ten. Times ten. Times ten. Times ten.

Quel “Times Ten” dunque, starebbe proprio ad enumerare il numero di canzoni “speculari” presenti nel disco. Ma non finisce qui: i testi, criptici e oscuri, anch’essi lontani dalle storie che Will ci aveva abituato ad ascoltare rimandano tutti a una dimensione onirica, quel luogo dove si mescolano realtà e immaginazione, in cui viene fuori l’inconscio sotto forma di ricordi sfocati, di memorie opache a cui si associano sentimenti primordiali. E l’interpretazione, finalmente, si mostra chiara agli occhi dell’ascoltatore: I Am Very Far come viaggio intimo, come discesa nel subconscio; una ricerca interiore che culmina dopo affanni, gioie e ricordi nella ritrovato risveglio di Wake an be fine e poi nella realizzazione finale di The Rise, pezzo unico del disco, summa di tutti quelli precedenti ma a sua volta brillante nella sua solitudine in cui il risvegliato soggetto si riaffaccia al mondo con una mutata e precisa consapevolezza:

Waves on the graves of the saints.
Dull grey as the sea pushes land away.
Dull ache when you wake.
Grey smoke shows the way you walk
down by when it’s time.
I don’t want to be there
when it’s time to go
down, or I don’t want to go
down there alone.

Tutto si tiene dunque, ecco anche il titolo prendere significato e senso in una rete di richiami che a un primo ascolto sembrava inconcepibile: la musica, i testi, la copertina e la tracklist stessa acquistano consapevolezza mano a mano che il viaggio dell’ascoltatore procede, che le rotte diventano familiari e dai marosi qualcosa di noto appare come fossero ideali appigli per una salvezza insperata.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F14723349 Okkervile River – The Rise by ciaciod

3. L’approdo – nel quale l’autore, accortosi del suo intorno girar, s’appressa a ritirar i remi

I Am Very Far è un disco personalissimo dunque nel quale Will Sheff ha voluto prendere distanza da ciò che erano gli Okkervil River per riplasmarli e donargli una forma diversa. Se sia un nuovo corso o solamente un momento di passaggio non so dirlo però quello che posso affermare in tutta tranquillità è che gli OR mi hanno regalato l’album che volevo, dalle sonorità pressoché nuove nonostante l’inconfondibile firma: una sfida insomma, un disco che mi costringesse alla sedia per lunghi ascolti, per poterlo sviscerare innamorandomi nota dopo nota di ogni singola canzone, permettendo di poter legare indissolubilmente l’esperienza dell’ascolto alla mia vita quotidiana, riuscendo così a creare un filo diretto tra il sentire dell’autore e quello dell’ascoltatore che è poi quello a cui tutti i fan, di robe più o meno belle, neanche tanto segretamente aspirano. Con questo non voglio affermare che I Am Very Far sia il disco migliore nella carriera degli Okkervil River ma semplicemente che si tratta di un oggetto talmente unico da farmi sospendere un giudizio che possa essere universale o tranchant. A me è piaciuto, molto, moltissimo, non saprei nemmeno come dirvi quanto: ora sta a voi però dirmi cosa ne pensate.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F760987 Okkervil River – ‘I Am Very Far’ by rebecca_schiller

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