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Considerazioni di un fan ovvero Optica – il quarto album degli Shout Out Louds

sol

Parlare degli Shout Out Louds, per me, fan di vecchia data, non è assolutamente facile. Soprattutto quando ti trovi nella posizione scomoda di recensore almeno intenzionalmente obiettivo e onesto. In questo caso non posso fare altro che svestire i panni della critica e abbracciare più profusamente un approccio emozionale: è necessario che io vi parli a cuore aperto. Quindi prendete queste mie parole con le pinze, come appunto una confessione, la confessione di un fan.
Work, il disco precedente a questo Optica (Merge,2013), e successivo agli splendidi Howl Howl Gaff Gaff e Our Ill Will, mi aveva lasciato un po’ con l’amaro in bocca per una certa patina che era piombata sui brani del disco. Per una band che live non si è mai risparmiata e ha spinto (e spinge) sempre su bitrate molto alti, mi sembrava strano che si fosse lasciata imbrigliare nelle reti di una produzione affettata. Eppure è stato così, perché dal vivo i brani di Work suonavano diversamente, più diretti, più cattivi, più incisivi e i pezzi riprendevano quota passando da fiacchi a sostenuti. D’altronde i SOL con le produzioni hanno sempre fatto un po’ a pugni, dall’esordio (Howl Howl Gaff Gaff) non hanno mai trovato quel suono diretto perseguito nei live, nonostante l’ottimo lavoro svolto da Bjorn Yttling (quello di Peter, Bjorn and John per intenderci) in Our Ill Wills. E quindi? E quindi a questo giro la band di Stoccolma ha deciso di fare tutto da sola,  compresa la tanto problematica produzione.
Perciò, è con tutte le buone intenzioni – e quelle del fan, si sa, sono eccessive – che mi sono preparato a questo nuovo lavoro, buone intenzione incalzate anche dall’uscita dei primi singoli: Blue Ice, Walking In Your Footsteps e Illusions, tutti pezzi che ho apprezzato, e molto, fin dal primo ascolto. Bene, all’uscita di Optica non ho aspettato oltre, ho schiacciato play pronto a saltellare o a farmi trascinare dal flusso, a gridare al capolavoro a ogni canzone, proprio come noi, fan sfegatati, siamo soliti fare. E invece è successo che sono andato avanti con il freno a mano tirato, volevo partire, lo giuro, ma non ci sono riuscito. La sensazione è stata simile a quando ho ascoltato il disco degli Shins: niente sembrava cambiato nelle composizioni di Mercer, tutte belle canzoni per carità, ma il coinvolgimento, quello, arrivava a tratti. E così pure per i SOL, purtroppo. Intendiamoci il disco mica è brutto, ma, e qui verrò picchiato, linciato, sventrato, vilipeso, insultato, bestemmiato, sa di vecchio. Le atmosfere sono a metà tra i due dischi migliori, i già stracitati Howl Howl Gaff Gaff e Our Ill Wills, e questo dovrebbe bastare ma la sensazione è che nella ricerca sonora la band sia rimasti lì, senza procedere oltre. Sugar, la canzone di apertura, sembra uscita dritta dritta da Our Ill Wills, così come la già citata Illusions. Gli episodi più interessanti sono però quelli che un po’ sembrano distanziarsi dalla produzione classica dei SOL, come l’incedere dance di 14th Of July, il passo dark di Destroy, i riverberi e i suoni toy di Circles, oltre ai già citati singoli.
Intendiamoci, se riascoltate singolarmente le canzoni di questo disco non fanno una piega, non ne trovi nemmeno una veramente da buttare, ma manca lo slancio, manca la freschezza, manca l’entusiasmo. È grave da dire per un fan, lo so. Per questo farò i compiti a casa e cercherò di rimediare, ascoltare questo disco ancora e ancora – e lo consiglio anche a voi –  e poi soprattutto andare a vederli dal vivo perché lì sono sicuro gli Shout Out Louds riaccenderanno quella fiamma che in fondo, nascosta, ancora c’è e che non aspetta altro se non di essere ri-alimentata.

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