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Non l’ho letto, ma mi piace – Ep. 1

Prima puntata (conservatela bene, fra un centinaio d’anni varrà dei soldi) di questa nuova rubrica di segnalazioni: per darci un’occhiata in giro, curiosare tra le uscite imminenti o imminentissime di un mercato editoriale sempre più prolifico e… Ma sì, insomma, per parlare un po’ a vanvera di libri che non abbiamo ancora letto.

Strano che si sia dovuto aspettare tre anni per l’arrivo in Italia di un’antologia fantasy che ospita contributi di gente come Neil Gaiman o Eoin Colfer, ma tant’è. La raccolta Wizards, curata da Jack Dann e Gardner Dozois per Penguin USA nel 2007, sbarca da noi soltanto adesso, con il titolo (inglese, ma non originale; chissà perché?) Dark Alchemy: un calderone fumante in cui i due autori-editori di sci-fi/fantasy/horror hanno versato alcuni tra i migliori autori anglosassoni di fantasy contemporaneo (oltre ai due già citati carichi da novanta, ci sono Garth Nix, Terry Dowling, Mary Rosenblum, Peter S. Beagle…), assegnando ad ognuno il compito di scrivere un racconto su un mago. Il risultato? Una sorta di Decamerone di racconti magici i cui protagonisti sono di volta in volta “bambini che sanno parlare con gli animali e animali che sono pronti a dare la vita per combattere la magia nera; ragazzi che risorgono dal regno dei morti e fanciulle che fanno amicizia con i fantasmi di case stregate; giovani che sorprendono il diavolo a rovistare tra i giornali del garage… galli parlanti e mostruose manticore…” e altre amenità di questo genere. Un’alchimia che certo ci incuriosisce (e di cui riparleremo meglio presto). E poi, non so se avete sentito, ma prima ho detto Neil Gaiman.
Jack Dann – Gardner Dozois (edd.)
Dark Alchemy
Aliberti, pp. 457, € 17,00
Avventura n. 8 per Hap Collins e Leonard Pine, che gli amici del vecchio Joe R. Lansdale (Io! Io!) conosceranno più semplicemente come Hap e Leonard. Devil Red, appena uscito per Fanucci (che l’anno scorso aveva già pubblicato l’ultimo episodio del ciclo, Sotto un cielo cremisi), si lascia alle spalle i trafficanti di droga e il misterioso assassino Vanilla Ride con cui i più sboccati, squinternati e stranianti bad boys della letteratura contemporanea hanno avuto a che fare l’ultima volta e li fa inciampare in una serie di spiacevoli circostanze che comprendono, tra l’altro, sette vampiriche, killer mercenari ed esaurimenti nervosi a go-go. Un elenco stimolante (anche se nell’ultimo libro di Lansdale che ho letto io, c’era una cometa coi denti, dinosauri, pellicole cinematografiche che ti avvolgevano per succhiarti il sangue e un uomo con un televisore al posto della testa; e sono cose); del resto, il ciclo di Hap e Leonard (che tra l’altro quest’anno festeggia i suoi primi vent’anni: Una stagione selvaggia è del 1990) resta pur sempre il prodotto più lansdaliano di Lansdale, e senz’altro una delle narrazioni più rappresentativamente americane della nostra epoca. Poi certo, una produzione così prolifica come quello dello scrittore texano non può non perdere a tratti lo smalto: ogni tanto dormicchia anche Lansdale, specialmente in questo ciclo. Vedremo.
Joe R. Lansdale
Devil Red
Fanucci, pp. 288, € 17,00
Predrag Matvejević è, per chi ancora non lo conoscesse, il nome di uno di quei rari autori di saggistica le cui opere, anche le più ponderose, si leggono come un romanzo, se non come una poesia, senza perdere un grammo della propria forza argomentativa, e che lasciano nel lettore semi che difficilmente si dimenticano. In Pane nostro ritroviamo quell’erudizione così splendida e maestosa, indifferente a ogni limite di tempo, spazio o culture, a cui Matvejević ci aveva già abituato con il suo geniale Breviario mediterraneo, e che ci accompagna attraverso la storia del nostro principale alimento rendendola il fulcro, o meglio il simbolo dell’intera evoluzione umana. Su un argomento del genere altri avrebbero scritto un saggio accademico: quella che Matvejević ci mette sotto gli occhi è invece una storia epica, che passa attraverso guerre, conquiste, viaggi per mare e per terra, ricchezze e carestie, meraviglia e decadenza, per finire ogni giorno, ancora oggi, sulla nostra tavola.
Predrag Matvejević
Pane nostro
Garzanti, pp. 238, € 19,60
Semiotica, pub e altri piaceri (fantasiosa versione italiana dell’originale Espresso Tales) è la seconda puntata (edita nel 2005 e sbarcata qui dopo cinque anni: lunga la strada dalla Scozia) del ciclo 44 Scotland Street di Alexander McCall Smith. Anche se il titolo ci suggerisce inevitabilmente (perlomeno a me) l’immagine di Umberto Eco e David Lodge che discutono di linguistica e letteratura mentre si sbronzano al Titty Twister, il libro parrebbe non aver nulla a che fare con le atmosfere ironicamente accademiche di certa narrativa anglosassone di genere. Piuttosto, protagonisti di questa raccolta di racconti sono le paranoie e le idiosincrasie degli abitanti della palazzina di Edimburgo eponima del ciclo, seguiti (un racconto per uno) nello svolgersi della loro bizzarra e sclerotizzata esistenza quotidiana. Gli ingredienti per conquistarci sembrano esserci tutti: vita di condominio con annessi e connessi, intrecci deliriocentrici tra personaggi al di qua (o già al di là) di una crisi di nervi, monologhi e confessioni semi-psicotiche da torcibudella. Per quanto mi riguarda, io ci sto, e voi?
Alexander McCall Smith
Semiotica, pub e altri piaceri
Guanda, pp. 360, € 18,00
Nella narrativa fantastica, ormai lo sappiamo tutti, lo stratagemma del ritrovamento di un manoscritto perduto è diventato un trucco stantìo per tentare di dar vita a narrazioni di cui faremmo volentieri a meno. Ma nella realtà le soffitte e le cassettiere a volte ci regalano ancora sorprese inaspettate. È il caso del romanzo finora inedito, ma di prossima uscita per Archinto, Il film della mia vita, ritrovato tra le carte di casa Pasolini sotto forma di quaderni chiusi in un involucro di cartone sigillato con lo spago, che ci racconta dall’interno la storia della famiglia Pasolini per parte materna. Senz’altro Pier Paolo Pasolini nemmeno sapeva che la madre Susanna Colussi Pasolini un giorno decise di chiudersi in camera sua per ripercorrere la storia della propria famiglia a partire dal periodo napoleonico fino al Ventesimo secolo, in uno di quegli affreschi personalissimi e compositi in cui la storia del singolo si intreccia con quella di un’Italia dai mille volti, spesso drammatici ma sempre fieri, che solo le donne sanno scrivere (se avete pensato alla Fallaci di Un cappello pieno di ciliege, be’, l’ho fatto anch’io). E si rassegni il senatore Dell’Utri: questa volta il testo non è incompiuto.
Susanna Colussi Pasolini
Il film della mia vita (Con poesie di Pier Paolo Pasolini in friulano)
Archinto, pp. 288, € 18,00
Peccato che Dedalo (specializzata in saggistica di livello decisamente raffinato) non pubblichi più spesso anche narrativa. Perché Spelix. Storia di gatti, di stranieri e di un delitto, dell’archeologa Annamaria Rivera, il romanzo fuori collana in uscita in questi giorni, si annuncia come un prodotto davvero notevole quanto a impianto narrativo, idea di base e concezione complessiva. Ambientato in un quartiere romano e popolato da alcuni personaggi piuttosto curiosi (dalla scheda: “delle persone immigrate, due gattare, un veterinario polacco, un carabiniere atipico, un piccolo speculatore, una cricca di criminali prestigiosi e potenti, quattro cani e la colonia felina del quartiere”), Spelix è la storia dell’omonimo gatto e del suo padrone, un vecchio erudito eccentrico, improvvisati detective per caso alle prese con un omicidio la cui soluzione spetterà proprio al gatto e al suo particolare fiuto. Presentato come un apologo sulle derive intolleranti che negli ultimi tempi investono il nostro Paese con la forza di uno tsunami (ma tanto poi nessuno in Italia è razzista, no?), il romanzo (illustrato a colori) vuole essere uno sguardo sull’ostilità che sempre di più colpisce l’altro, il diverso. E insegnarci che se arriva a colpire anche i gatti, allora vuol dire che siamo messi proprio male.
Annamaria Rivera
Spelix. Storia di gatti, di stranieri e di un delitto
Dedalo, pp. 208 (ill. a colori), € 16,00