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Quali sono le serie tv in onda in quest’inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


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Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

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Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

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True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

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The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

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House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

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Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)