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Saluti e baci da Roma. Firmato: Sigmund

“Peccato che non si possa vivere sempre qui. Da queste brevi visite non si ha altro che nostalgia inappagata e la sensazione dell’insufficienza su tutta la linea”. Languide cartoline da Roma di un turista come tanti, (specialissimo per noi postumi), che visita i luoghi del Grand Tour poi diventati soste obbligate del turismo di massa. Da turista non se ne perde una di queste tappe con tanto di prevedibile ritualità comportamentale, propria dei comuni mortali: i Fori, Il Colosseo, il Vaticano, la Cappella Sistina, Castel Sant’Angelo “da dove si vede il panorama più incantevole della città che abbia mai visto”, la Bocca della Verità dove infila la mano e la ritrova intatta, Fontana di Trevi dove lancia la monetina, il Vittoriano, Villa Borghese, il Palatino, il Pincio, Il Gianicolo, l’Appia antica, i musei. Ma c’è anche la gita a Tivoli in treno e quella ai Castelli con mezzi di fortuna: “i ragazzi  si sarebbero divertiti a vedere noi due a cavallo di un asino per h 3 e ½”.

Le vacanze romane dell’ebreo austriaco Sigmund Freud, già assurto a maestro del sospetto, celebrato o vilipeso a seconda dei casi dopo la pubblicazione de L’interpretazione dei sogni nel 1900, sono raccontate nelle sintetiche ma sentite e dettagliate cronache che sono le Lettere da Roma scritte ai familiari in più fasi dal 1901 al ’23  durante i ripetuti soggiorni a Roma (1901, 1907, 1910, 1912, 1913, 1923). Le ha pubblicate Lozzi Publishing  (maggio 2012, € 9,90), casa editrice da 70 anni attiva in pubblicazioni turistiche e cartografiche, nella sfiziosa collezione Emozioni a Roma parte della collana Remo: l’altro modo di raccontare Roma, che contiene anche le lettere romane di Leopardi e suggestioni capitoline più o meno celebri. Il volume ha avuto il benestare della Società psicoanalitica italiana e delle sue due sezioni romane (il Centro di psicoanalisi e il Centro psicoanalitico). Non solo: la Spi ha partecipato attivamente all’iniziativa editoriale (la cura del testo è di Fabio Castriota, Gianluigi Monniello, Maria Grazia Vassallo; contiene anche un articolo di Arnaldo Novelletto) con l’intento di far conosce non solo ai cultori della materia ma a un ampio numero di lettori lo speciale legame del padre della psicoanalisi con Roma. Sorprendente, persino banale a tratti, il Freud turista entusiasta che si firma , che scrive in stile telegrafico ai familiari limitandosi per lo più a osservazioni concernenti l’organizzazione materiale del soggiorno (albergo, spese), lo stato di salute (“poiché mi sento benissimo e dormo profondamente mi rallegra in fondo l’idea di tornare a casa e al lavoro”; “solo del mio stomaco voglio riferire che si comporta molto bene e non mi dà per niente noia”), che racconta di esperienze di vita quotidiana (passeggio, vita sociale, cinematografo all’aperto, teatro), degli acquisti per la sua collezione di antichità, o che si sente in colpa per essersi assentato e cerca di sgravarsi  promettendo regali e souvenir a tutti, “cocci” ai figli e collane alla moglie Martha: “purtroppo delle cose migliori di qui, uva e fichi, non vi posso portare nulla”.  Non manca per l’appunto, il luogo comune tra i luoghi comuni turistici ovvero magnificare il mangiare: “Il cibo per cui mi sono interrotto, ha odore e sapori ottimi, tutto ha il suo carattere distintivo”. C’è persino l’attimo di esaltazione narcisista da dandy: “Porto tutti i giorni una gardenia e gioco a fare il ricco signore che vive secondo le sue passioni. La serietà seguirà ben presto”. O l’euforia di chi, superata l’estraneità, si sente a proprio agio in città: “Io ormai cammino per le strade come uno del luogo”.

Il primo nel 1901, l’ultimo nel 1923 quando cominciava a manifestarsi il cancro al palato: sei soggiorni a Roma lontano dal grande clan familiare, ogni volta un ‘corpo a corpo’ con la città eterna da solo, (“vita difficile e stupenda, solitudine completa”, scrive ad esempio nel 1907), eccetto un viaggio con l’allievo Ferenczi e nell’ultima data, il 1923 con l’amata figlia Anna a cui volle trasmettere l’eredità di un forte legame simbolico con Roma,  anche se nel frattempo eventi drammatici erano accaduti: la Prima Guerra Mondiale, la perdita di un figlio al fronte, poi della figlia Sophie  nel ‘20 e di un nipotino. Il viaggio era per Freud di solito  un rituale, tra agosto e settembre, di fuga dai ruoli (padre, marito, medico) per abbracciare uno stato di libertà e ‘disinibizione’. Intricata e misteriosa, la storia del faticoso itinerario interiore del neurologo, costellato di tappe oniriche e fantasmi per concedersi l’approdo a Roma fino a diventarne un “appassionato pellegrino” secondo la sua stessa definizione. Ci arriverà nel 1901, simbolicamente dopo la morte del padre e la fine della propria autoanalisi, dopo aver già fatto diversi viaggi in Italia tra il 1895 e il 1900 sulla scia di Goethe, senza però riuscire prima di quella data  a spingersi oltre il lago Trasimeno, come accadde “all’eroe semita” Annibale (con cui si era identificato dai tempi dell’infanzia). Rispetto al fantasma paterno Roma era un coacervo di simboli. “Da quando mi sono messo a studiare l’inconscio ho incominciato a trovarmi interessante. Peccato che si taccia sempre riguardo alle cose più intime”, scrive in una lettera a Fliess del 1897.

Il suo immaginario doveva contenere tre città: la Roma antica, quella cattolica-cristiana incompatibile con  la visione di un medico di famiglia ebrea nutrito di laico positivismo, infine quella moderna, assurta a capitale della giovane Italia intraprendente. Impresa eroica ed erotica, dunque, spingersi a Roma per sperimentare le folgorazioni di certi incontri: il bassorilievo della Gradiva ai Musei Vaticani, il Mosè di Michelangelo in San Pietro in Vincoli. Roma, o meglio una sua parte, l’ha ripagato intitolando a Freud dal maggio 2011 un giardino a due passi dalla sede storica della Società psicoanalitica di via Panama. Fatta salva l’accezione metaforica che Roma e le sue rovine ebbero per Freud, essere umano e scienziato della psiche, sorge il dubbio che oggi non la riconoscerebbe. Avrebbe ancora lo stesso “ardente desiderio” di visitarla?  Scriverebbe ancora, come nell’ultimo soggiorno del ’23, “Roma è più cara e più rumorosa, ma tutte le belle cose sono rimaste belle”? O preferirebbe a questo punto guardarla solo in cartolina?

Titolo: Lettere da Roma. «Peccato che non si possa vivere sempre qui»
Autore: Sigmund Freud
Curatore: Castriota F., Monniello G., Vassallo M. G.
Editore: Lozzi Publishing (collana Emozioni a Roma)
Dati: 2012, 128 pp., 9,90 €

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