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I panni sporchi si lavano in pubblico

Il solo nome di Silvio Orlando basta a scatenare la corsa alla visione di questo spettacolo. Tuttavia, chi è convinto di andare a vedere un classico format teatrale,  che non richiede partecipazione attiva, se non dal punto di vista emotivo, si sbaglia. Il linguaggio è fresco e immediato. I dialoghi veloci e, spesso, volutamente caustici. Non per nulla, il regista è Paolo Virzì, che è diventato noto al grande pubblico per le sue opere cinematografiche.

Lo spettacolo si basa su canoni innovativi (ma forse ormai nemmeno troppo) che ripropongono, in chiave tragicomica e sul palcoscenico di un teatro storico di Roma, gli schemi tipici della televisione d’oggi: quella onnivora, che ricicla (lei si!) spazzatura e la traduce in soldi e in modelli da ascrivere (ahinoi!) alla “cultura”. Quella, per intenderci, che prende un emerito sconosciuto, privo di talento e di qualsiasi tipo di fascino, e lo trasforma in VIP. Grazie alla spettacolarizzazione di una vita in cui ciascuno di noi possa ritrovarsi, e alla morbosa necessità di conoscere e giudicare le pulsioni più abiette dell’essere umano, ma anche quelle che, nel bene e nel male, non sono degne di alcuna nota.
Così, siamo tutti spiati nella nostra quotidianità: dall’onnipresenza dei social network all’intrusività della rete, dalle telecamere poste ovunque a scopi di “sicurezza” alle carte fedeltà dei supermercati. Viviamo in un Grande Fratello collettivo, dove l’informazione viene manipolata, usata e riutilizzata, copiata e incollata a proprio uso e consumo.

Ecco che, con angoscia e incredulità, il nostro protagonista viene catapultato in una serata da incubo: atmosfera patinata, pseudo-giornalismo e opinionismo da strapazzo. Tutti conoscono vita, vizi, scheletri nell’armadio del povero Michele Cozzolino. Uomo dalla vita normale, quasi banale, che si trascina in un’esistenza insulsa, fatta di piccoli e grandi drammi comuni.

Michele Cozzolino rivive tutta la sua vita, dalla morte dei genitori all’arrivo nella grande città dal primo amore al matrimonio. Incalzato, stuzzicato, pungolato dai presentatori dello “show”, di cui si ritrova recalcitrante e inconsapevole eroe.

Anche gli astanti, pubblico e altri attori, sanno tutto di Michele. Conoscono i suoi hobby, i volti che hanno attraversato la sua esistenza, le cose che gli piacciono. E sono lì, giudici parzialissimi di una vita convenzionale resa eccezionale.

Bravissimo Silvio Orlando, che fa vedere, anche senza parole, lo sgomento per quanto sta accadendo e l’orrore di sé per quello che è già accaduto.

E, in parallelo al racconto per flashback della vita di un “uomo qualunque”, la narrazione sposta il suo fuoco sull’epopea contemporanea, fatta di grandi errori e di banalizzazione degli stessi, tramite una retorica ridanciana, che trasforma l’ingiustizia in goliardia: l’anomia di una vita metropolitana in cui l’individualismo sempre più spinto si è impossessato dell’anima. L’aggressività, il clientelismo, la disoccupazione, la precarietà. Tutto diventa farsesco. L’importante è ottenere, alla fine, il commiato musicale. Pacche sulle spalle e un grande applauso per tutti. Che ce lo siamo meritati.

Se non ci sono altre domande
di Paolo Virzì
con Silvio Orlando

Roma, Teatro Eliseo
Fino al 15 maggio 2011