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Non l’ho letto, ma mi piace – Ep. 5

A questo giro, un po’ di nomi grossi e un po’ di nomi piccoli. E se i nomi grossi sono veramente grossi, anche i nomi piccoli se la giocano. Comunque scegliate, sarà un’ottima scelta. Garantisco io, no? Al massimo poi prendetevela con me.

La controvita è un romanzo di Philip Roth del 1986, pubblicato da Bompiani per la prima volta nel 1988 e ora di nuovo in libreria grazie a Einaudi; è uno dei tasselli (il quarto, per l’esattezza) di quel raffinato puzzle letterario che, snodandosi per più episodi, affida il racconto alla voce di Nathan Zuckerman, alter ego letterario di Roth; ed è con tutta probabilità un capolavoro. Un romanzo di tessitura corale, ma unificata in prospettiva unica dallo sguardo scettico e implacabile dello spettatore-narratore Zuckerman. Sul palcoscenico, una sfilata di personaggi di diversa estrazione e contesto, uniti dalla volontà cambiamento, di ribellione a se stessi, e impegnati nel tentativo di sviluppare contro-esistenze alternative a quella ufficiale. A leggere la scheda senza guardare la data dell’edizione originale si soffre quasi inevitabilmente di una lieve forma di anacronismo letterario: nel senso che i temi della fuga da se stessi e dell’autoinsoddisfazione più o meno rimediabile (ma in genere meno) sono cari a Roth/Zuckerman soprattutto nella produzione post-11 settembre (chi ha detto Exit Ghost?). Se invece ci ricordiamo che siamo nel 1986, allora la bilancia sembrerebbe pendere di più verso il problema dell’identità e delle relazioni interpersonali, che a Zuckerman in quel periodo davano un po’ di problemi. Ma forse sto delirando. Del resto dice anche Roth, proprio qui: “Possibile che un essere umano dotato di intelligenza non sia molto di più che un produttore di incomprensioni su larga scala?”. Insomma, facciamo così: scioglietevi ogni dubbio leggendolo. È Philip Roth, perdiana!
Philip Roth
La controvita
Einaudi, pp. 393, € 21,00
Di Ipazia di Alessandria quest’anno si è parlato tanto e con tanta veemenza che l’impressione generale è che, ora che il polverone, calando, ha lasciato vuota la scena e confusi gli attori (perlomeno quelli che se ne ricordano ancora; si sa, la memoria è breve), anche stavolta, come 15 secoli fa, in fondo ne abbiamo capito pochino, di cosa sia stata davvero la figlia di Teone nel quadro caotico della storia occidentale. Martire della scienza? Vittima di complotti? Cospiratrice? Forse Andreotti direbbe che è stata solo una che se l’è andata a cercare. A ricostruire la sua storia come si sarebbe dovuto fare fin dal principio (cioè con l’attenzione filologica, e non ideologica, che richiede l’interpretazione dei documenti) ci pensa, adesso che siamo tutti più calmi, la bizantinista Silvia Ronchey con il suo Ipazia. La vera storia. La Ronchey non ha bisogno di presentazioni. Nella più classica tradizione dei saggi Rizzoli, rigore specialistico e narrazione romanzesca si affiancano con una naturalezza che (cosa più unica che rara) non sminuisce l’uno né appesantisce l’altra. Un libro che si può leggere in molti modi. Io spero lo facciate in quello giusto: cioè, lasciandovi trasportare dal racconto senza farvi guidare dai preconcetti. Ipazia ne ha passate talmente tante che forse è arrivato il momento di lasciarla raccontare a lei, la sua storia.
Silvia Ronchey
Ipazia. La vera storia
Rizzoli, pp. 324, € 19,00
La merla è il secondo romanzo di Caterina Cavina, scrittrice che fino a dieci minuti fa non avevo mai sentito nominare (sorry) e di cui non ho letto il primo libro (Le ciccione lo fanno meglio). E quindi cosa ci fa qui in mezzo? Ci fa, perché la scheda di questo è francamente irresistibile con la “I” maiuscola. La trama, che all’inizio pare quella di un tritissimo noir de noantri (delitti misteriosi di un paesino della Bassa emiliana in cui si ha la lieta abitudine di uccidere le donne e buttarle nel lago), si tinge immediatamente di un’atmosfera surreal-picaresco-straniante di cui al momento non mi viene in mente l’equivalente, nel panorama narrativo nostrano. A occhio (ma è un’opinione del tutto arbitraria) mi verrebbe anche da dire che l’idea di base recepisca suggestioni provenienti dal serial ABC Pushing Daisies, nell’uso che la protagonista Leonìda, assassinata proprio durante i giorni della Merla, fa della sua qualità (si può dire così?) di “ragazza risorta” per risolvere i delitti del suo paesello come cronista di nera. E comunque se così fosse sarebbero altri punti segnati a suo favore. Insomma, io mi fido.
Caterina Cavina
La merla
Baldini Castoldi Dalai, pp. 144, € 16,50
Viaggi e altri viaggi è l’ultimo titolo della chilometrica e complessissima bibliografia di Antonio Tabucchi: una raccolta di resoconti dei suoi viaggi – insieme reali e poetici – sui luoghi della letteratura, dell’arte e dello spirito. Sostiene Tabucchi di essere “un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta”. Sostiene Tabucchi che “sarebbe come se uno volesse innamorarsi per scrivere un libro sull’amore”. Del resto, Tabucchi sostiene, il luogo in cui si va “siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”. Un viaggiatore contro, Tabucchi, ché, muovendosi per i luoghi del mondo, chiude gli occhi agli agguati dei pregiudizi e delle smanie di identificazione, omologazione, appiattimento. Tutt’altro è lo scopo: isolare l’individualità del singolo luogo, mostrare che ogni meta è una scatola cinese che tante altre ne contiene, un viaggio che ne racchiude centinaia. Sfido io: potrebbe essere noioso viaggiare, come fa Tabucchi, insieme al suo Pessoa in un caffè letterario di Lisbona, o a Mougins, in Provenza, con Picasso, o a Buenos Aires con Borges? Il gioco è pericoloso: variare sul tema del viaggio oscillando arditamente tra gli estremi concettuali della pura scoperta degli spazi e dei luoghi e quella, parallela, dell’intimo, del sé del viaggiatore. Una strada (scusate il gioco) già percorsa da molti, prima di lui. Ma Tabucchi è un viaggiatore d’eccezione. E non è, in fondo, ogni viaggio un punto di vista diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto? Personalmente, io con Tabucchi partirei domani mattina. Se poi in tutti questi viaggi vi doveste perdere, l’autore è stato previdente: al libro ha aggiunto anche una cartina.
Antonio Tabucchi
Viaggi e altri viaggi
Feltrinelli, pp. 26, € 17,50

Un uomo a pezzi di Michael Thomas (esordiente di Boston che con questo romanzo scritto in diciassette giorni ha bagnato il naso a Philip Roth, Doris Lessing e Joyce Carol Oates all’Impac Dublin Literary Award 2009; e hai detto niente) è la storia di quattro giorni nella vita di “un trentacinquenne nero di cui non sapremo mai il nome, ma che a un certo punto si farà chiamare Ismaele”. Quattro giorni in cui dovrà cercare di diventare uno scrittore di successo, racimolare dodicimila dollari per l’affitto della nuova casa e la retta scolastica dei figli, sfuggire – di nuovo – all’alcolismo ereditato dal padre, ricostruire la sua vita disastrata. Insomma, poco da ridere. Non c’è da stupirsi che a un certo punto gli venga da chiedersi “Cosa c’è di sbagliato in me?”. Facile: di sbagliato c’è che è nero. E che vive in America. L’America multietnica e multiculturale di Martin Luther King e del Presidente Obama (un uomo abbronzato, se ricordate: meno male che almeno noi qui il problema del razzismo non ce l’abbiamo…); l’America di un sogno che ancora oggi può venire sognato davvero soltanto da pochi privilegiati, mentre tutti gli altri vivono alla giornata dibattendosi in una crisi che ha lasciato tracce troppo profonde per potersi rimarginare in fretta. Sempre che sia già, come alcuni dicono, davvero finita. Io non ci credo mica tanto. E Michael Thomas probabilmente nemmeno. Nel suo romanzo (a parte la trovata secondo me infelice dello pseudonimo Ismaele), attraverso gli occhi del protagonista vediamo dilagare senza pietà ipocrisia, diffidenza, cattiveria, razzismo, abbandono. Una correzione allo specchio distorto attraverso cui ci ostiniamo a guardare all’America come al paese che, scopriamo, è ancora molto lontano dall’essere realtà. Su questo non sto nemmeno a esprimere un parere: potete farlo direttamente voi, leggendo un estratto del primo capitolo.

Michael Thomas
Un uomo a pezzi
Nutrimenti, pp. 496, € 18,00