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Storie del design: Ibiza 1971, Barcellona 2012

Questa settimana, a conclusione di un festival dedicato al disegno industriale durato tutta l’estate, Barcellona ospita l’omonima design week. Tra i temi al centro degli incontri di questa edizione dell’evento ci sono l’ecodesign – si parla, ad esempio, del rapporto tra il disegno industriale e un bene fondamentale come l’acqua – la user experience, le smart cities e l’innovazione sociale – la settimana è iniziata con un dibattito sulle soluzioni offerte dal design al problema della qualità di vita delle sempre più numerose persone anziane che risiedono in città. La Barcelona design week si concluderà venerdì, con una giornata in cui i numerosi studi di architettura e design della città apriranno le loro porte a chiunque voglia curiosare nei luoghi di lavoro di questi professionisti dell’utile-e-bello che ultimamente sembrano esser stati ammessi nell’olimpo dello star system – basti pensare a Philippe Starck, Norman Foster, o all’italiano Renzo Piano.
A Barcellona, in fin dei conti, non accade niente di nuovo, e il mondo del design si accontenta di confermare l’immagine di sé costruita negli anni passati: il designer è un creatore di oggetti non solo utili e belli, ma anche ecologicamente sostenibile e socialmente responsabile, e abita una realtà aperta a tutti e trasparente.

Contemporaneamente, all’interno del MACBA (Museu d’Art Contemporani de Barcelona), è stata raccolta un’ampia documentazione su un evento che in passato ha almeno in parte rivoluzionato il concetto di design: il settimo congresso internazionale dell’ICSID (International Council of Societies of Industrial Design) tenutosi a Ibiza nell’ottobre del 1971. La mostra “La utopía es posible. Icsid. Eivissa, 1971” tenta di ricostruire l’avvenimento e l’atmosfera particolare che l’ha pervaso attraverso foto, video, musica a tutto volume, indicazioni colorate e diverso materiale documentario dell’epoca – ritagli di giornale, relazioni stilate dai congressisti, progetti dei partecipanti esterni, ecc. In una delle sale sono inoltre stati messi a disposizione del visitante sofà multicolori, auricolari e schermi che permettono di visionare in tutta comodità quindici interviste realizzate appositamente per l’esposizione, che hanno come protagonisti architetti designer e intellettuali che parteciparono allo storico evento.

Nel 1971, nella baia di San Miquel, lontano dalla penisola iberica in cui la dittatura franchista stava finalmente giungendo alla fine non senza tardive recrudescenze, in un intorno ancora rurale ma frequentato da tempo da intellettuale sovversivi, quello che avrebbe potuto essere un normale meeting riservato ai pochi, incravattati addetti ai lavori si trasformò, grazie a una peculiare sinergia, in un evento senza precedenti.

Da un lato, gli organizzatori dell’ADI/FAD (l’associazione di design industriale di Barcellona) tentarono di ridurre la struttura istituzionale al minimo indispensabile, offrendo ai partecipanti non un cartellone predefinito di meeting e conferenze ma aule attrezzate di tutto punto che potevano essere utilizzate per organizzare relazioni e dibattiti su un tema a scelta. La documentazione del congresso consisteva nei rapporti stesi dai diversi gruppi di lavoro, quotidianamente stampati e distribuiti, e nella proiezione continua, in un ambiente audiovisuale assai innovativo per l’epoca, dei risultati di un’indagine previamente svolta sulla situazione del design nel mondo. La struttura multidisciplinare dell’ADI, inoltre, si rifletteva coerentemente sui partecipanti al convegno, cui erano stati invitati non solo designer ma anche architetti, intellettuali delle più diverse discipline e artisti.

D’altra parte, un progetto sviluppato autonomamente da tre studenti di architettura di Barcellona attirò un’enorme massa di giovani da tutto il mondo. Ottenuto dall’ADI il permesso di occuparsi della sistemazione degli studenti, cui gli organizzatori avevano riservato unicamente un terreno in cui piantare delle tende, i tre giovani architetti decisero di creare una città effimera – battezzata poi Instant city – di plastica gonfiabile, facile da costruire e da smantellare, che permettesse di sperimentare un nuovi modi di costruire, abitare e convivere.

Il progetto della città venne messo a punto con l’aiuto di un esperto in architetture gonfiabili, mentre un manifesto per la città istantanea venne inviato a numerosi istituti di architettura e design, invitando gli studenti a partecipare alla costruzione di questo spazio di vita alternativo. L’Instant city ebbe un successo enorme: da tutto il mondo arrivarono persone – non solo studenti, e molti membri della controcultura hippie – desiderose di realizzare questa città utopica in cui la creatività diventava il fondamento di una forma diversa di lavoro e convivenza, e i nuovi materiali offerti dal progresso tecnologico uno strumento che poteva essere usato per costruire una società migliore.

I due gruppi, quello degli esperti e quello degli abitanti della Instant city, finirono per mescolarsi, soprattutto grazie alle opere/happening degli artisti invitati dal ADI: la cena inaugurale del congresso, in realtà un rituale multicolore che obbligava i partecipanti a portare una maschera e un mantello dello stesso colore del cibo che avrebbero mangiato; l’opera Vacuflex-3, un tubo di plastica di 150 metri di lunghezza che richiedeva di essere spostato a mano e che, potendo assumere diverse forme, divenne immediatamente un oggetto ludico; una scultura gonfiabile che per essere montata richiese la collaborazione di entrambe le parti, e si trasformò quindi a pieno titolo in un’opera collettiva.

L’Icsid di Eivissa contribuì a dare forma a una nuova concezione del disegno industriale, una concezione che si è conservata fino ad oggi, secondo la quale il design non è mera produzione industriale di oggetti, ma vera e propria creazione, che non può fare a meno di collaborare con l’arte, l’architettura e le discipline umanistiche. Nessun altro convegno dell’ICSID, però, si trasformò in un’opera d’arte collettiva, né torno più a ripetersi la coesistenza e collaborazione tra establishment del design e controcultura, la cui idea di arte, creazione e società – ludica, spontanea, cooperativa – sembra essere rimasta inascoltata, e non solo nel mondo del disegno industriale.

Fino al 20 gennaio 2013
MACBA (Museu d’Art Contemporani de Barcelona)
Plaça dels Àngels 1, 08001 Barcelona