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Tutta colpa dello spread! Che fine hanno fatto i peccati?

L’ultimo sul banco degli imputati perché colpevole di tutti i nostri mali, il più amato perché il più funzionale alle epocali logiche deresponsabilizzanti, è lo spread. Che non è il bread e neanche il bed. Spread, proposta in antitesi allo spritz, è parola che non conoscevamo e di cui stiamo facendo scorpacciate obbligatorie, senza peraltro arrivare a una qualche bolla di senso. Chi non naviga nella finanza ma al limite nelle acque della precarietà o nelle strade d’Italia allagate alla prima intemperie con conseguenze anche tragiche, chi a una banca non osa chiedere neanche il proprio estratto conto per non gareggiare in rossore, difficilmente aggiungerà d’ora in poi il signor spread tra i propri contatti facebook. Siamo giunti al massimo grado di annebbiamento psichico collettivo mentre come non mai nella storia umana disponiamo di una possibilità di accesso trasversale e capillare a ogni genere d’informazione; siamo al naufragar antropologico mentre è anche massimo il grado di impersonalità dei fatti. Se niente va, non è quasi neanche più colpa di un governo ladro come da adagio d’altri tempi: sono certi tassi mercuriali che si impennano, sono le banche, i mercati. Questioni impersonali, eventi remoti, subìti come invasioni di alieni ad altre alture. Entità impersonali, quasi metafisiche capaci di disarcionare persino un premier che niente e nessuno era mai riuscito a fermare per anni, e a sostituirlo all’improvviso con un manipolo di savi, savi perché tecnici col valore aggiunto d’essere cattolici. Bruscamente siamo passati dal Carnevale di mascherate, spogliarelli e risate grasse, alla Quaresima d’espiazione cattolica da Controriforma.

Viene da sé interrogarsi su cosa sia peccato in questa psicolabile società. Non c’è che la letteratura a cui chiedere lumi. O la psicoanalisi: quella che spinge lo sguardo oltre lo spazio del setting, dialoga con sociologia, antropologia, filosofia e nei sintomi dei pazienti rintraccia epocali cesure, smottamenti in superficie e fratture di faglie in profondità. Il bastone letterario cui appoggiarsi è Franz Kafka, lo scarafaggio di famiglia che ha troppo sentire e vede oltre il visibile. Per la sua sensibilità il peccato è qualcosa che riguarda la caduta nell’incoscienza, la perdita di unione dell’individuo con se stesso, con il grande albero della vita, l’essere incatenati per seduzione passiva a catene conformi. “Egli è un cittadino libero e sicuro della terra, poiché è legato a una catena che è lunga quanto basta per dargli libero accesso a tutti gli spazi della terra, però è di una lunghezza tale per cui nulla può trascinarlo oltre i confini della terra. Ma al tempo stesso egli è anche un cittadino libero e sicuro del cielo, poiché è legato anche a una catena celeste, regolata in modo simile. Così, se vuole scendere sulla terra lo strozza il collare del cielo, se vuole salire in cielo quello della terra. E ciò nonostante egli ha tutte le possibilità e lo sente, anzi si rifiuta di ricondurre il tutto a un errore commesso all’inizio nell’incatenarlo”. Negli Aforismi di Zurau, pubblicati per la prima volta nel 1953 dall’amico Max Brod con il titolo di “Considerazioni sul peccato il dolore, la vera via”, Franz Kafka delinea tra il 1917 e il 1918 un discorso su una umanità prigioniera tra terra e cielo che dimentica la linfa vitale in sé e pecca dandosi la morte a ogni istante. Nel “Libro rosso” Jung scrive qualcosa di simile: “Se poniamo un Dio fuori di noi, ci strapperà al nostro Sé, perché il Dio è più forte di noi. Allora il nostro Sé si troverà in grave difficoltà. Se invece il Dio si insedia nel Sé, ci sottrarrà alla sfera di ciò che è fuori di noi […]. Nessuno ha il mio Dio, ma il mio Dio ha tutti quanti, me compreso”. E oggi tra una dose fast di junk food e lo spread cosa ne è del peccato?

Accorre in nostro aiuto un altro bastone: il “Giornale storico” del Centro studi di Psicologia e Letteratura (fondato dallo psicoanalista junghiano Aldo Carotenuto), rivista in forma di libro che si pubblica due volte l’anno con numeri monotematici (Fioriti editore, Roma, www.fioriti.it. Si può anche consultare il sito www.centrostudipsicologiaeletteratura.org). Il volume 11 (ottobre 2010) è dedicato ai peccati. Contiene un articolo ad alta densità concettuale scritto dall’analista Simonetta Putti con Roberto Cantatrione che suggeriamo di leggere in questi giorni di impropria “liberazione”. Il titolo è: ‘Quale attualità per il peccato’?  Ricorda Simonetta Putti che agli inizi degli anni ’90 il filosofo francese André Glucksmann invocava un Undicesimo Comandamento:  “che nulla di ciò che è inumano ti sia estraneo; ovvero il richiamo alla ineludibile necessità di guardare in faccia il male e divenirne consapevoli”. Da allora i peccati “tradizionali” (gola, lussuria, superbia, accidia, avarizia, invidia, ira) e i nuovi (evasione fiscale, uso pubblico delle istituzioni per fini privati, arricchimento a spese degli altri ecc.) paradossalmente godono, annota l’analista, di “una sorta di derubricazione della gravità”. L’Italia primeggia in questa tendenza ‘grazie’ anche alla sua storia pesantemente intrecciata con quella della Chiesa per cui la sfera del peccato (che attiene la morale) e quella del reato (che attiene l’ambito delle regole e della legalità) sono spesso coincise e ancora coincidono nell’accezione comune. Con la conseguenza ancor più paradossale che, per una distorta interpretazione della religione, basta un accenno di pentimento (anche non sincero) per far scattare il perdono e quindi l’azzeramento delle responsabilità. L’autrice vede nel ‘perdonismo’ alternato, sovrapposto e miscelato all’indifferenza e all’accidia, il peccato endemico del nostro tempo. Nell’accelerazione imposta dalla globalizzazione, tutto è travolto e stravolto: pensiero forte, tradizionale idea di famiglia, società, senso delle regole, identità. “L’Io è andato man mano mostrandosi come un’istanza sempre meno unitaria,   mentre il Super Io è parso talvolta eclissarsi, come ha evidenziato il progressivo aumento delle patologie border line”. Se la liquidità d’accezione baumaniana è nota ricorrente delle attuali società, la nostra, sottoposta dagli anni ’80 al “trattamento” televisivo e al verbo dell’apparire, ha risposto sviluppando “una indifferenza morale e una superficialità percettiva”. Nel passaggio dalla società di Edipo a quella di Narciso, nell’accentuazione dell’elemento visivo e superficiale, si determina “un conformismo che di fatto comporta la rinuncia alla ricerca di una coscienza individuale. Così, taluni peccati e taluni reati vengono considerati ormai solo trasgressioni veniali, a causa di una assuefazione, non di rado sconfinante con la rassegnazione, che ha fatto perdere la capacità di indignarsi”.

La nostra  recente parabola politica fino agli ultimi esiti  sta a segnalare questo iter. Il risultato è l’opacità dell’individuo nella relazione con se stesso, con l’altro uomo, con il grande Altro in senso lacaniano “inteso come regola non scritta che governa la società”. L’indifferenza nei confronti della norma molto accentuata nel nostro paese “tende a depotenziare la gravità della trasgressione ed è concausa del menzionato perdonismo”. Che colpa ne ha l’individuo se lo spread si impenna, la Bce ci punisce e il capitale finanziario specula ai danni del bel paese? Forse nessuna. Ma ha di sicuro la responsabilità di perdersi nella propria opacità indifferente per amore di conformismo. Se ognuno si sforzasse di fare un po’ d’ordine in casa propria ricomponendo le fratture scisse, ora che il vero “perturbante” per dirla con Freud non è l’inconscio ma “la società edonista e sregolata” (parola del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Zizek), potrebbe frequentare il dio interiore invocato da Jung, riscoprendo “quei valori che paiono diventati desueti come il pudore e la vergogna”. Ritroverebbe un salutare senso del limite e il vigore che dà sentirsi responsabili  della propria vita quale opera in fieri originale. Certo occorre un continuo esercizio di distanza  dall’apparenza mediatica, dagli altri, persino dall’inganno di noi stessi. Così da allargare la percezione “fino a poter scorgere – oltre la scena in cui si svolge la recita quotidiana –  anche il retroscena, i magazzini e gli oggetti di scena. Con lo sguardo e la percezione allargata, ricostruire le trame, soffermarsi sul senso del copione e riscriverlo,  quando occorre e quando è nelle nostre possibilità”, sostiene Putti. Allora, nell’orrore anche lessicale di un mondo estraneo e straniante si apre uno spiraglio di luce. Scriveva Jung nel saggio ‘La struttura dell’inconscio’: “Chiunque si identifichi con la psiche collettiva o, in termini mitologici, si lasci divorare dal mostro e si annichilisca in esso, arriva al tesoro vigilato dal drago, ma vi arriva contro la sua volontà e con tutto danno per se stesso”. Infine nel saggio ‘L’inconscio’: “Il nostro atteggiamento razionalistico ci porta a credere di poter operare meraviglie con organizzazioni internazionali, legislazioni e altri sistemi ben congegnati. Ma in realtà solo un cambiamento dell’atteggiamento individuale potrà portare con sé un rinnovamento dello spirito delle nazioni. Tutto comincia con l’individuo”.

N° 11 – Ottobre – 2010
Argomento: Dalla maieutica al transfert. Psicoterapia e consulenza filosofica a confronto
Articolo
Quale attualità per il peccato?
Simonetta Putti – Roberto Cantatrione

http://www.fioriti.it/