Crea sito

Contatti ravvicinati del terzo tipo – la storia e la musica di Jim Sullivan

La storia di Jim Sullivan, cantautore originario del Nebraska, vale la pena di essere raccontata a prescindere delle valenze artistiche della sua opera, che pure ci sono, e sono molte;  la storia di Jim Sullivan va raccontata anche perché è una bella storia, piena di avventura e mistero, iniziata come un sogno e terminata nel deserto del New Mexico con un punto interrogativo. La macchina aperta, la chitarra abbandonata nel motel insieme agli effetti personali. E lui? Dove si era cacciato Jim? Dove era finito? Niente, nessuna traccia. Di lui non si è saputo più nulla.

Jim era un ragazzone alto e robusto, settimo figlio di un fattore del Nebraska trasferitosi a San Diego a causa del Dust Bowl, un insieme di tempeste di sabbia che in quegli anni spazzavano gli Stati Uniti centrali, rendendo la vita difficile ad agricoltori e allevatori. Jim, grazie alla sua prestanza fisica, durante l’high school, si mise subito in mostra come quarterback,  attirandosi le attenzioni di Barbara, la reginetta del ballo, che poco dopo sposò e da cui ebbe un figlio, Chris.
Fin qui tutto normale, Jim si arrabattava con qualche lavoretto, suonicchiava, così, in giro, mentre Barbara aveva un buon impiego presso il giornale locale. Ma tutto questo al nostro eroe stava stretto, la sua passione era la musica e prima di diventare troppo vecchio aveva deciso di provarci seriamente. Insieme alla moglie e al figlio si trasferì a Los Angeles, per provare a inseguire il suo personalissimo sogno americano.
Nel 1969 ecco che U.F.O., disco d’esordio, esce per i tipi della Century City. I pezzi ruotano tutti intorno a un folk psichedelico carico di misticismo, un album al contempo delicato e caldo. Ma ci torneremo dopo, ora continuiamo con la storia.

Sembrava andare tutto per il verso giusto  insomma.  Jim suonava in giro, il suo talento e le sue canzoni iniziavano a circolare ma la scarsa capacità del nostro di autopromuoversi o di seguire i canonici percorsi dello show biz lo portarono poco lontano: il successo che sperava di raggiungere e che credeva di meritare, spinto anche da chi gli voleva bene, non arrivò mai. Ecco che allora comparve la bottiglia.
Barbara e Chris, insieme alla nuova figlioletta Jamie ritornarono a San Diego. Jim raccattò i pochi spiccioli rimasti e decise di intraprendere un lungo viaggio verso Nashville: Los Angeles non aveva funzionato, era tempo di provare una nuova città.
Ma durante la traversata qualcosa andò storto. Intorno a metà Marzo del 1975 la polizia chiamò il fratello di Jim e gli comunicò di aver trovato la sua macchina abbandonata nel deserto, vicino Santa Rosa, nel New Mexico. Di lui nessuna traccia. Che l’avessero rapito quegli U.F.O a cui aveva intitolato il suo primo disco?

Le cose per un certo verso potrebbero stare proprio così, anzi sarebbe stato bello fossero andate così. Barbara ricordava la fascinazione che Jim subiva nei confronti dell’ignoto e con chiarezza raccontava di come alcune notti scendessero in spiaggia con l’unico intento di stare a guardare, per ore, le stelle. Sarebbe stato bello, rapito dagli alieni.
Ma la dura realtà spingeva verso un’altra direzione: il fatto che avesse abbandonato la sua amata chitarra nella camera di motel nella quale alloggiava non faceva sperare in nulla di buono. E quello che probabilmente successe, stando alla confessione dello sceriffo della zona che in seguito a questa dovette rassegnare le proprie dimissioni, fu quanto segue.

Jim quella sera aveva comprato al liquor store una bottiglia di vodka e, salito sulla macchina, si era allontanato nel deserto, finendo nella proprietà privata della famiglia Genetti, imparentata, a quanto si dice, con la mafia di Chicago. Questi accortesi dell’intruso si precipitarono a “chiarire” la situazione e probabilmente Jim era troppo sbronzo per rispondere tranquillamente o rendersi conto in che pasticci si fosse cacciato. Fatto sta che il suo corpo non è stato mai più trovato e i Genetti, un mese dopo l’accaduto, chiusero baracca e burattini per trasferirsi alle Hawaii.

Nel 2010 la meravigliosa etichetta Light In The Attic, attraverso un certosino lavoro di recupero dovuto all’introvabilità del master, ristampa U.F.O e dona al mondo questo piccolo gioiello di cui si erano perse le tracce. Il disco, come già accennato, è fatto di 10 ottime canzoni folk, tutte scritte con la chitarra acustica, in cui la voce calda e pastosa di Jim Sullivan viene ben messa in evidenza dagli arrangiamenti della produzione.  Le atmosfere si alternano tra l’euforia di alcuni pezzi e l’intimità di altri, ma tutte sono ugualmente pervase da un certo misticismo, o senso di mistero, proprio come l’artwork sta a sottolineare (sul retro un uomo avvolto in un mantello – Jim – attraversa a piedi il deserto: profezia?). Canzoni come Jerome, Whistel Stop, U.F.O (coverizzata recentemente dagli Okkervil River) e So Natural difficilmente potranno restare indifferenti per la bellezza delle melodie e il trasporto emotivo che sono capaci di suscitare.
Jim pensava di non esserci riuscito, che aveva fatto troppo poco perché il suo nome venisse ricordato, e invece no, per fortuna non è così. Per fortuna, quella notte di marzo, oltre a macchina, chitarra e qualche effetto personale, Jim si era lasciato alle spalle anche un disco, U.F.O., che da queste parti ascolteremo ancora per lungo tempo.

http://grooveshark.com/widget.swf