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Vita segreta di una fanciulla senza mani

Possono nuocere gravemente a chi le fraintenda o ne minimizzi la forza d’urto. Sono racconti per adulti “svezzati”, le fiabe. Cartine di tornasole, rivelatori dell’inconscio, “metaldetector” dell’anima, delle sue deviazioni e dei conflitti che la trascinano in gorghi e derive dolorose. Sono cruente, le fiabe. Aggiungono peso al peso della vita. Tra le altre che hanno avuto maggior fama, “La fanciulla senza mani” dei fratelli Grimm si distingue per crudezza e brutalità insuperate. C’è di più che la semplice trascrizione di una tradizione popolare orale. L’impatto poi, è doppiamente forte se la fiaba, che è la storia di una mutilazione, è interpretata da un personaggio “scomodo”: Eugen Drewermann, altrimenti conosciuto come “il Galilei della Westfalia”. Oggi Drewermann, ex sacerdote, è teologo e psicoterapeuta. La sua lettura della Bibbia, della teologia e dei modelli ecclesiali basata sulla psicologia del profondo ha provocato anni fa la reazione allarmata della Chiesa (tramite l’allora cardinale Ratzinger) che lo ha tacciato di gnosticismo e sincretismo e ridotto allo stato laicale, finché si è consumata la rottura definitiva. Il teologo “super-protestante”, di una specie umana che sarebbe piaciuta a Jung, non a caso ama inoltrarsi nei miti e nella lettura dei simboli in cui rintraccia il divino: da qui la sua familiarità con le fiabe che perlustra e svela ben oltre il significato letterale. Tra esse, “La fanciulla senza mani. Un’interpretazione della fiaba dei fratelli Grimm sulla base della psicologia del profondo” nella curatissima edizioni Magi, con testo della fiaba incluso e pregevoli illustrazioni.

Alla lettera, la fanciulla senza mani è la storia della figlia di un mugnaio, di quelle figlie naturalmente “buone” e timorate che non danno problemi ai genitori. Che si vuole di più? Il mugnaio però è caduto in miseria, non ha che il suo mulino come proprietà redditizia, giacché la figlia è proprietà inerte. All’uomo si manifesta una forza soprannaturale, una a caso, il diavolo. Gli promette molte ricchezze in cambio di ricevere ciò che è dietro il mulino. Il mugnaio crede che alluda a un melo; il diavolo intende la figlia. L’equivoco dura poco:  il mugnaio sigla il patto. Nessuno vuole il male dei propri “cari” in questa fiaba, ma una ineluttabile necessità impone che qualcuno si debba sacrificare. Il padre decide, la madre è marginale. Trascorsi 3 anni, il diavolo viene a prendere la ragazza, ma per ben due volte fallisce perché lei improvvisa riti d’esorcismo che lo bloccano. Il maligno se la prende parecchio “a male”: intima al padre di tagliare le mani della figlia, perché la deve avere a forza. L’opposizione del padre è timida e di breve durata, il peso della paura è più forte;  è tanto dispiaciuto, lo dichiara pure, ciononostante obbedisce al diavolo e mutila la figlia.  Ma anche la terza volta il diavolo fallisce: la fanciulla ha pianto così tanto sui moncherini che il maligno non ha più alcun diritto su di lei. Inizia la seconda parte del racconto. La fanciulla senza mani e con i moncherini legati dietro la schiena, si stacca dalla casa e affronta il mondo. All’arrivo in un giardino di una reggia, grazie all’intervento di un angelo, al chiarore della luna, può sfamarsi cibandosi di una pera. Ma i frutti sull’albero sono contati. Scambiata inizialmente per uno spettro, viene scoperta dal re che se ne innamora subito; la porta al castello, la sposa,  fa realizzare per lei due mani d’argento. Sarà questa la felicità? Niente resta uguale, niente dura mai troppo a lungo. Il re deve partire per la guerra. La ragazza intanto partorisce un bel bambino. Il diavolo si inserisce ancora nella storia attraverso falsificazioni di messaggi che provocano l’effetto voluto: incomprensioni, allontanamenti. Il re crede che la sposa abbia dato alla luce un mostro e ordina di ucciderlo. La fanciulla è costretta a lasciare il castello, mettersi di nuovo in viaggio con il neonato che ha chiamato “Doloroso”, finché approda in una casetta con un’insegna che dice “qui si alloggia gratuitamente”. La accoglie una giovane virginea. Talmente la fanciulla si dedica nei successivi 7 anni alla cura di sé e del bambino, che per miracolo le mani le ricrescono. Il re, appresa la verità sulla moglie, la va a cercare, finché la trova. Dopo iniziali dubbi, la riconosce; la coppia si riunifica, la famiglia è salva.

Quanta sofferenza e strazio in questa fiaba per arrivare dopo lunghi anni a una ricomposizione in nome di una vita pacificata. Perché? Solo questione di fortuna o sfortuna? Destino? Sì nel senso che il destino umano è “lunare”, annota il teologo che scorge una derivazione della fiaba in questione proprio dalla mitologia della Luna. Ecate con la sua duplice natura, visibile-invisibile in cielo, è un po’ “garante metafisico della speranza umana, una prova concreta che nella vita dell’uomo esiste un elemento invisibile: il ritorno di chi si era perso, di chi era fuggito, la resurrezione dei morti, la rigenerazione di chi è stato mutilato per sempre, la salvezza grazie al potere delle lacrime, la possibilità di quello che in terra e in cielo non accade mai. Una riunione, una pace, non grazie alla scomparsa della morte, ma grazie a una nuova e immortale forma di vita”. Per resurrezione dei morti, si può intendere il risveglio alla vita di anime che vivono da morte. Ecco, trasferendo il motivo della fiaba dalla luna all’anima dell’uomo, ciò che provoca tanta sofferenza è proprio la perdita dell’anima. La “sfortuna” comincia da che il mugnaio fa il patto col diavolo. Nel bosco, luogo dell’inconscio, il mugnaio incontra la propria Ombra. Il diavolo altro non è che “il materiale psichico rimosso o indifferenziato dell’inconscio personale”, secondo la psicologia di Jung; il diavolo è quindi una forza insita in noi, una deformazione di pensieri e sentimenti, il potere dell’autoinganno che, sotto il peso di una qualche necessità, ci spinge a mutilarci, a privarci della libertà interiore, a perdere il contatto con la propria autenticità, ad abusare dei nostri cari. Attenzione dunque a non intendere la fiaba come una trovata eccentrica sopra la quale cui gli autori si son divertiti a grattugiare simboli terrifici, tanto d’effetto quanto staccati dalla realtà, avverte l’interprete; è una storia che sta parlando di noi, sta rappresentando dinamiche della nostra vita: “Questo almeno è certo: chi non è in grado di usare una fiaba come una finestra per osservare meglio una parte della realtà umana, è ancora cieco al messaggio di quel racconto: non lo sta guardando nel modo giusto”. Il diavolo “attecchisce” su chi ha le migliori intenzioni: il mugnaio è un bravo padre di famiglia, ma la necessità materiale lo rende “indiavolato”. “Il tema di questo racconto – precisa Drewermann – non è un difetto morale, ma una tragedia umana”. Il vero protagonista non è il mugnaio, “venditore di anime”, ma sua figlia e il percorso di arrivo a sé.

L’equivoco iniziale è rivelatore: in fondo per il padre la figlia è come il melo; esiste per essergli utile;  priva “di una volontà propria si lascia saccheggiare senza sosta”. Quando il padre le chiede il “permesso” di tagliarle le mani, lei dice: “Caro babbo, fate di me quel che volete, son vostra figlia”. Mai una negazione di sé fu più estrema. D’altra parte non ha scelta: soltanto se acconsente a farsi tagliare le mani, il padre resta in un orizzonte umano sia pur ambivalente e non diviene un demonio integrale. Avere le mani, poi, per una ragazza è già una colpa, un intralcio. “Ogni cosa intorno a lei è impregnata di rimproveri, accuse, sensi di colpa, cattiverie e maledizioni fatali”, annota Drewermann. La maledizione sembra legata al semplice fatto che lei esista. Se ne accorge la madre, ma a sua volta nulla può o vuole fare a difesa della figlia. La fanciulla accetta su di sé la colpa d’esistere: solo permettendo al padre di tagliarle le mani, solo con la purificazione delle lacrime, il dolore, la passività totale, la sottomissione, la rinuncia a qualsiasi desiderio personale, può sottrarsi ai sensi di colpa, alla dannazione. L’oralità frustrata dalla legge paterna si trasforma allora o in atteggiamento passivo, di chi aspetta o pretende che le sia donato senza agire in prima persona ciò che le occorre per vivere, o in rivendicazione orgogliosa di una assoluta mancanza di bisogni. È vero che la ragazza ha avuto uno scatto di coraggio lasciando la casa paterna, ma ha introiettato dentro di sé quel mondo e si relaziona ancora in modo passivo sia pure “strategico”: i moncherini diventano impropri strumenti di potere che conquisteranno la misericordia altrui per vivere. È un modo di  entrare nella vita per la porta di servizio che accomuna le fanciulle senza mani, sostiene il teologo. La realtà sembra darle ragione: approda in un giardino che è tutto un desiderio onirico, un mondo paradisiaco al contrario. Con il supporto dell’angelo che sostiene il desiderio orale, la fanciulla si permette l’effrazione delle regole: compie un furto di un frutto, lo mangia, commette “il peccato originale dell’oralità” per iniziare un processo di liberazione dal senso di colpa di una vita, dal peccato originale d’esistere. Solo macchiandosi di una colpa, prendendo l’iniziativa, può sganciarsi dal mondo paterno e collegarsi all’albero della vita. Niente di strano che l’io desiderante, avido e bulimico, prenda allora il sopravvento. Se poi, come capita alla fanciulla, incontra il proprietario dell’albero della vita che le dice: “anche se tutti ti hanno abbandonato, io non ti lascerò mai”, qui c’è da tuffarsi a capofitto nell’oralità e lasciarsi stordire. La fanciulla lo fa: non le sembra vero di poter passare dalla modalità proibitiva –  repressiva del padre alla modalità elargitiva dell’innamorato che assume l’aspetto di un signore, di un re, diventa il fondamento della sua esistenza. Peccato che sono due facce della stessa medaglia e la fanciulla “continua a vivere nel mondo paterno, solo da un’altra prospettiva”. L’ingresso al giardino è regressione all’aspettativa orale, attesa del dono altrui in assenza di qualunque sforzo proprio. Passività anche questa.

Il re le fabbrica mani d’argento, belle a vedersi, ma le impediscono di raggiungere un’autonomia, di afferrare le cose, di impattare con il mondo. Il paradiso dura poco. Sorgono incomprensioni, il diavolo è forza che divide; il re che va in guerra è emblema di una distanza dall’amata, vincono gli equivoci mentali: ognuno porta antichissime paure e diffidenze nella relazione. Forse quasi “peggiore di tutte le limitazioni dell’infanzia è l’effetto delle ferite che gli amanti possono infliggersi reciprocamente”. Non resta che allontanarsi, abbandonare un mondo che appariva paradisiaco e salvare il bambino, l’immagine del proprio Sé. “Se già era stato difficile abbandonare le premure dell’ambiente paterno, per quanto duro e oppressivo, tanto più arduo deve essere adesso voltare le spalle a un mondo in cui le erano state donate le mani d’argento”. L’ultima svolta sembra la disperazione totale. Ma nel distacco, altrove, nella casa dove l’ospita una vergine vestita di bianco, si può ricominciare e ritrovare l’innocenza. Quando la fanciulla senza mani matura la consapevolezza che se si mette a fondamento della propria esistenza un altro, che sia un padre che è un diavolo o il migliore dei re, comunque si perde la propria vita. L’angelo aiuta la fanciulla a portare il bambino al seno, e finalmente può riconoscere e vivere desideri e bisogni propri.  Allora la rassegnazione svanisce, i miracoli si compiono: le mani ricrescono, la vita si risveglia, come fosse per la prima volta la conquista della posizione eretta. Per Drewermann questa fiaba  descrive “il vero miracolo della nostra vita”, ovvero la capacità di accogliere ciò che lui definisce “la grazia divina” nell’esistenza; un fenomeno soprannaturale. Fuori di ogni prospettiva soteriologica,  il miracolo è la guarigione, e la guarigione è  sciogliere i conflitti psichici senza andare dannati o persi.  La fiaba insegna che la forza dell’ostacolo è il mezzo di cui la vita si serve perché ciascuno possa realizzare le sole nozze sacre: quelle con la propria anima.

 

 

 

Titolo: La fanciulla senza mani. Un’interpretazione della fiaba dei fratelli
Grimm sulla base della psicologia del profondo
Autore: Eugen Drewermann
Editore: Ma. Gi.
Dati: 2007, 60 pp., 16 €

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