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Vittorio Giacopini e B. Traven: l’inganno del mistero

“La cosa importante di uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita”. Parole di B. Traven, scrittore-fantasma maestro di una generazione di reclusi – da Salinger a Pynchon –, di cui non sappiamo nulla di certo, nemmeno il significato di quella B. Ne L’arte dell’inganno (Fandango 2011), Vittorio Giacopini prova a penetrare il “mistero Traven”. Il risultato? Una macchietta noir ipersatura fatta di parole e la sensazione dell’ennesimo testamento tradito.

B. Traven – qualunque sia il significato di quella B. – è un nome che oggi nessuno più ha a portata di mano sugli scaffali della propria biblioteca: eppure, tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso, a quel nome (e a molti altri) rispondeva uno dei più grandi casi letterari del Novecento. Autore di romanzi tradotti e diffusi nelle principali lingue del mondo (da uno di essi John Huston trasse un film con Humphrey Bogart), di Traven non si conosce nulla di certo se non, per ironia, la data della morte, avvenuta il 26 marzo del 1969 a Città del Messico. Là, tra indios, foreste, ribelli e puttane Traven aveva deciso di seppellirsi almeno quarant’anni prima, sbattendo la porta in faccia al mondo e chiudendola per sempre a chiave alle proprie spalle. Che a farsi conoscere fossero i suoi libri, non la sua faccia.

Fu il pioniere del rifiuto di sé. Personalità immateriali come Salinger, Pynchon, Pessoa, con la loro individualità rinnegata e il riquadro vuoto con cui decisero di sostituire la propria concreta esistenza, proprio in lui hanno trovato un maestro di ineguagliabili e quasi soprannaturali capacità di autoannullamento, trasformismo ed evanescenza. Editore, a Monaco di Baviera, della rivista anarchica Der Ziegelbrenner, attore di cabaret satirico-politico, forse marinaio, certamente esule, esploratore, interprete e, su tutto, scrittore. Negli anni alcuni videro in lui persino Jack London redivivo, o Esperanza Lopez Mateos, traduttrice, agente letteraria e sorella del presidente messicano Adolfo. Una maestria nel confondere le acque, costruire sempre nuove finzioni intorno a sé (a tutti quei molteplici sé), che quasi sconfina nell’arte: un’arte, a sua volta, parallela e inesorabilmente contigua a quella di creatore di finzioni letterarie. Ad ogni nuova manovra intesa a scassinare il segreto della sua esistenza, Traven risponde come un’Idra, facendosi crescere una nuova identità. L’elenco dei nomi di cui si serve per depistare i giornalisti sembra il curriculum di un agente segreto: Ret Marut e Hal Croves prima di tutti, ma anche Otto Feige, Anton Raderscheidt, Jacob Torice, Traven Torsvan, Bruno Traven… Senza contare le infinite variazioni su ognuno (Red, Rex o Fred Marut, per dirne uno).

venus rising from the sea - a deceptionProtetto dal mantello delle sue infinite falsificazioni, per tutta la vita Traven riesce a sottrarsi all’invadenza di pubblico e giornalisti che non si accontentano di leggerlo, ma ambiscono a trascinarlo al centro di quell’arena (oggi la definiremmo mediatica) a cui lui ha deciso di dire no. Del resto, perché il pubblico dovrebbe interessarsi più a vivisezionare il privato di uno scrittore che non a comprenderne la produzione letteraria? In Messico Traven – come già, con altri mezzi, Marut a Monaco – aveva deciso di raccontare con asprezza, senza concessioni retoriche l’esistenza degli oppressi, dei proletari, di chi si ribellava per migliorare le proprie condizioni di vita contro lo schiacciante predominio del sistema. Su di loro voleva che il mondo aprisse gli occhi; per tutta risposta, il mondo voleva invece sapere di lui. “Non c’è nessun mistero in Traven” – dichiarò lo scrittore al giornalista Luis Suarez – “Dozzine di giornalisti tedeschi hanno costruito le loro carriere intorno all’uomo del mistero, al mistero di Traven. Sono loro gli unici ad aver creato il mistero, lasciando che esso nutrisse le loro carriere giornalistiche. Io non contribuirò mai né ad accrescerlo né a diminuirlo, questo mistero. La cosa importante riguardo a uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita”.

A penetrare questo repulsivo schermo di nebbia e simulazione ci prova Vittorio Giacopini con L’arte dell’inganno: ricostruzione – per quanto possibile – della biografia di Traven sulla base degli scarsi dati disponibili, ma soprattutto indagine sullo spazio mentale di uno scrittore in fuga dal mondo e da se stesso, lungo la strada di battaglie, ideologie e disillusioni che dalla Monaco rivoluzionaria di Ret Marut conduce alla Città del Messico dei ribelli e di Hal Croves. Per uno che già aveva affrontato di petto la storia di un altro “latitante dell’esistenza”, lo scacchista Bobby Fischer, la sfida si presentava senz’altro affascinante, difficile, certo, ma ricca e suggestiva. Il risultato però delude. Ripercorrendo la ridda di identità di cui già si era fornito Traven, Giacopini – miscelando e rimodulando materiali e indizi – finisce per plasmarne un’ennesima, che vorrebbe comprenderle tutte in un’unica visione sintetica, ma che riesce invece soltanto a porsi come una sorta di macchietta dell’esule dannato con la faccia di Humphrey Bogart e i trucchi illusionistici di Houdini.

Il tutto condito da una scrittura da racconto noir-hard boiled, intessuta e sorretta da un carosello a volte frastornante, più spesso cantilenante di aggettivi (tantissimi, interminabili aggettivi), frasi nominali, brevi e sincopate, dal ritmo spezzato e teso, ammiccante, affettatamente enigmatico. Ma se avessimo voluto Marlowe, avremmo letto Chandler. Giacopini fa a braccio di ferro con il suo protagonista per fargli indossare, in mancanza di un volto concreto, una sorta di maschera di scena fatta – si ha l’impressione – non di ipotesi (che è inevitabile), ma di parole. E quando lo stile di una narrazione rischia di predominare sulla storia del protagonista, allora l’obiettivo è mancato. Anche quando il racconto non si propone di essere un saggio, ma una miscela di “immaginazione e ricostruzione storica, arbitraria”.

L’arte dell’inganno finisce insomma per ingannare soprattutto B. Traven: e gli assesta il colpo di grazia, a tradimento, proprio in ciò a cui lo scrittore più teneva, la diffusione delle sue opere. Nel cantuccio riparato dell’Appendice, Giacopini liquida la conoscenza dei romanzi di Traven come non essenziale per leggere il proprio; tanto più che si tratta di “libri introvabili, comunque piuttosto difficili da reperire”. In realtà basta fare un giro su eBay, o su qualunque motore di ricerca specializzato in antiquariato librario, per trovarli quasi tutti, anche nelle prime edizioni Longanesi, a cifre che vanno dai due ai dieci euro. Perciò, fate un favore a Traven: lasciate perdere la sua vita e leggete i suoi romanzi. Almeno La nave morta e Il tesoro della Sierra Madre. Non è quello che avrebbe voluto lui?

Titolo: L’arte dell’inganno
Autore: Vittorio Giacopini
Editore: Fandango
Dati: 2011, pp. 281, € 16,00

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