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Wanderful Asia #6 – Considerazioni iraniane

Mario e Thomas sono partiti per un’avventura che definiscono semplicemente “un lungo viaggio in moto”. Noi ne siamo affascinati, li seguiremo quindi passo passo rimandando al loro blog, accostando alle loro tappe di volta in volta un libro, un film, un disco affinché il loro “semplice” viaggio in moto possa essere per noi esperienza diretta. Hanno già percorso 10650 chilometri; attraversato Albania, Grecia, Turchia e Iran; arriveranno in Mongolia per poi tornare indietro toccando Laos e Vietnam.


 

Grazie a Thomas e Mario abbiamo ricordato e meglio immaginato i ragazzi di Teheran  protagonisti del film di Ghobadi I gatti persiani che indossano magliette degli Strokes e che stravedono per i Sigur Ros.  Simili ai ragazzi di mezzo mondo ricordano più di altri la loro connazionale Satrapi di Persepolis: tutto ciò che amano viaggia per vie clandestine;  questi ragazzi sono costretti a industriarsi e a nascondersi per sfuggire alle regole; per sfuggire alla legge. In coda alle impressioni dei nostri due viaggiatori la nostra recensione al film.


L’argomento più discusso in Iran (dopo il calcio) è senza dubbio la politica. All’inizio ci aspettavamo un po’ di riluttanza nell’affrontare questi argomenti, ma ci siamo accorti quasi subito che avevamo torto: non solo gli iraniani sono più che disposti a esprimere le loro opinoni, ma sono anche interessatissimi alle nostre.

Quello che di solito accade è che se un regime non riesce a piegarti ti rende più acuto.

Molte sono le persone brillanti con cui abbiamo avuto occasione di parlare, tutte con la propria idea del futuro, tutte con la propria interpretazione del presente, tutte drammaticamente ancorate al proprio passato.

“Rivoluzione” è un termine molto comune in Iran. Viene usato per riferirsi ai fatti del 1979, a quello che stava succedendo nel 2009 e agli eventi che si verificheranno prima o poi nel futuro. Ma più la parola viene utilizzata, più i suoi contorni sfumano e il suo significato si perde.
Se qualcosa è mancato nella rivoluzione del ’79 non è stata certo la violenza della rivolta o il numero di morti che l’ha preceduta e seguita, né i cambiamenti politici che furono ottenuti: è stata piuttosto la qualità di questi cambiamenti. Non fu la pressione delle nuove idee o il bisogno di un cambiamento a causare la reazione popolare ma, al contrario, il loro rifiuto. Era il passato che cercava di resistere, così che i fatti del ’79 furono probabilmente più vicini a una restaurazione che a una rivoluzione, un enorme passo indietro che lasciò l’Iran più simile allo stato Safavita che era nel 16mo secolo, che a una moderna repubblica.

Il 1979 è passato da poco e quelli che fecero la rivoluzione sono gli stessi che ora sentono i loro figli usare la medesima parola in un modo ha un suono completamente diverso. Non per conservare ma per cambiare, un’arma della modernità invece che uno strumento al servizio della tradizione.

Non sorprende dunque che tra le due generazioni la comunicazione sia difficile ma data la grande importanza che i legami familiari rivestono in Iran, il vecchio se la cava abbastanza. A pensarci bene la natura stessa della famiglia iraniana, con la struttura e le sue dinamiche interne, è un’accurata rappresentazione in scala della società: un ampio e intricato complesso di individui e relazioni governato con fermezza da un’autorità centrale, un luogo in cui le azioni e le opinioni possono esistere e muoversi in libertà fintanto che ciascuno accetti il proprio ruolo e sappia stare al proprio posto (sì, nel caso delle donne, la cucina).

Gli stessi giovani che si dicono pronti a rovesciare uno dei regimi più oppressivi del mondo non sono capaci di recidere il più elementare dei legami sociali, lottano costantemente per ottenere l’approvazione della famiglia, sono pronti a fare la rivoluzione ma vogliono farla solo in accordo con i propri genitori. E’ facile per loro diprezzare la religione, le tradizioni, il governo e tutto ciò che soffoca il loro paese e reprime le loro speranze, ma quando l’obiettivo della loro rabbia assume i volti dei loro padri e delle loro madri, non possono che fermarsi. Anche se sanno che sono proprio i loro genitori ad aver prima creato e poi supportato il regime che odiano con tanta forza.

E così non si rassegnano, discutono le loro idee in famiglia, forti dell’illusione che siano così semplici, chiare e giuste da convincere chiunque. Ma nessuno all’interno della famiglia può capirle e nessuno può prenderle in considerazione. Nessuno vuole neppure provarci. La distanza tra le generazioni è troppo grande perché possa essere riempita dalle parole, e questo è causa ed effetto di ciò che si vede oggi in Iran: giovani che, stancamente, passano più tempo a combattere il loro passato che a costruire il proprio futuro.

Molti pensano che le sommosse e le rivolte del 2009 siano state un primo passo nella giusta direzione, che il cambiamento alla fine arriverà, che la rivoluzione abbia solo bisogno di tempo. Ma ha bisogno anche di impegno e le lancette corrono ormai da trenta anni.

Ci sono state altre scintille di speranza l’anno scorso, ma poi sono arrivati i morti e gli arresti. Ma  forse la sconfitta peggiore per quei ragazzi e quelle ragazze che cercavano di cambiare il mondo, si sono battuti e hanno perso, è stata tornare a casa e dover sentire i loro padri dire “te l’avevo detto”.

[il blog di Mario e Thomas]


Neo-neorealismo persiano

Spesso è tra le difficoltà e gli ostacoli che  si trovano le risorse per dar vita a dei capolavori. È il caso occorso a Bahman Ghobadi, regista iraniano di origine curda, durante la lavorazione del suo ultimo film, I gatti persiani, girato di nascosto per le strade di Teheran con attori non professionisti.

In Iran non si può filmare senza l’autorizzazione del governo che possiede legalmente il materiale a 35 mm e vieta la distribuzione di pellicole senza il suo consenso. Sistematicamente Ghobadi questo consenso non lo ottiene ed è costretto a ingegnarsi, come i personaggi del suo film.

I protagonisti sono una coppia di ragazzi poco più che adolescenti che suonano musica indie-rock e che sono stati invitati a partecipare a un festival in Inghilterra. L’occasione è eccellente per lasciare il paese e per poter finalmente suonare la propria musica senza doversi nascondere. Per riuscirci, però, devono mettere su un gruppo che rispetti i canoni richiesti dal governo iraniano e procurarsi (al mercato nero) passaporti e visti per tutti. E allora cominciano a girare per la città in cerca di batterista, bassista, chitarrista, coriste (gradite al regime), in cerca di un posto dove provare (e magari esibirsi) e in cerca dei, costosi, documenti falsi. [continua a leggere l’articolo]