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Chi crede ancora nella favola del calcio?

Tempi duri sono questi per un tifoso della Juventus come me. Lontano dai fasti dell’era pre-calciopoli la mia squadra, con la soddisfazione di gran parte dei tifosi italiani, sembra aver smarrito la formula del successo. Ogni anno pare ingranare le vecchie marce poi però, inevitabilmente, iniziano a spuntare fuori problemi e un mercato che, a prima vista, sembrava sontuoso e di tutto rispetto finisce per essere sempre disastroso. Il Milan, l’Inter e il Napoli sono le dominatrici di questo campionato. Alla compagine bianconera, da qualche anno a questa parte, giusto il ruolo di attore non protagonista. Ah, la vie! Tutte riflessioni interessanti, direte voi, nevvero?

Parlar di calcio su una rivista di cultura per quanto popolare essa sia (nel senso di pop chiaramente e non di famosa) fa storcere sempre il naso, anche ai più aperti e meno schizzinosi. Soprattutto se a farlo è un libro di narrativa: quale interesse di fronte allo scanno prezioso della Cultura, quella con la C maiuscola, può, infatti avere? Eppure ricredetevi, o stolti, perché Leroe dei due mari, il romanzo d’esordio di Giuliano Pavone presso i tipi di Marsilio (e più specificatamente della collana Marsilio X) è un libro divertente, ben orchestrato e per nulla banale. Un libro che allo stesso tempo, proprio come Taranto, città in cui per la maggior parte è ambientato, riesce a convivere con due “mari”: quello del calcio delle kermesse, moderno, tutto lustrini e spettacolo, il calcio cattivo e malvagio dei Moggi, Galliani, Matarrese e Moratti (me lo dovete concedere diamine, sono un gobbo!), il calcio dei soldi e dei calciatori che sposano le veline, il calcio che a noi, amanti della cultura, dovrebbe fare schifo, ma proprio tanto; e quello genuino del tifo, della provinciale maledetta dalla sfortuna, con i suoi piccoli grandi eroi e i personaggi epici di cui, rigorosamente a voce, si tramandano le imprese da padre in figlio, il calcio della passione primordiale, il calcio come rappresentazione “sacra” ( lo diceva Pasolini in una sua famosa esternazione), il calcio popolare insomma, quello che ha caratterizzato la storia del nostro Paese nel bene e nel male.

Ci siamo cresciuti col calcio, tutti quanti, è inutile negarlo. Certo ci si divideva in due fazioni, gli amanti (tanti, tantissimi) e i detrattori (pochi ma vista la loro esiguità destinati a convivere per sempre con questo loro essere minoranza) eppure i romanzi sul mondo del pallone sono sempre stati pochi. In Italia, per esempio, cosa ricordiamo? Quando diciamo letteratura e calcio cosa ci viene in mente? Poca roba, davvero. Bar sport? Oppure i recenti La persecuzione del rigorista di Luca Ricci e l’antologia Ogni maledetta domenica?

Maggior credito sembra abbiano ottenuto scrittori stranieri, più illustri, come Hornby o Soriano; il primo descrivendo la passione calcistica tipica del tifoso d’oltremanica (in particolare Febbre a 90 e la raccolta di racconti da lui curata, La mia stagione migliore) e il secondo che con i racconti di Futbol restituiva al calcio quella dimensione epica da mito fondativo della società occidentale. Ma comunque si tratta di meteore, di mosche bianche. Il calcio e la letteratura non sembrano andare a braccetto, non da noi almeno.

E allora Pavone, forte della sua esperienza nel campo, si butta nell’impresa con coraggio e verve. Luis Cristaldi, attaccante fuoriclasse dell’Inter, per tener fede a un voto fatto con un santone televisivo, tale Fratello Egidio, decide di non rinnovare il contratto con la blasonata squadra milanese e di giocare per un anno nel Taranto, ripescato in serie B per la mancata iscrizione di alcune squadre al campionato cadetto, praticamente a titolo gratuito. Intorno all’insolita decisione del campione brasiliano si muoverà una galleria di personaggi tutti abilmente orchestrati dal giovane autore pugliese: dal sindaco Panìco, esponente del nuovo corso di una Taranto disastrata dalla precedente gestione comunale (quella del fallimento, per intenderci) a Santino, il suo folkloristico “segretario particolare”; da Pirro, rampante e ambizioso giornalista sportivo di scuola milanese, a Pierangelo Giummo, insicuro cronista regionale; da Carla, inossidabile tifosa del Taranto alle porte del matrimonio, ad Armando, tipico esempio di ignavo-depresso del Sud Italia, ex tifoso, ex amico, ex da tutto insomma che ritrova la passione persa grazie a una donna incontrata per caso per strada.

Ma non solo, la galleria dei personaggi è lunga davvero. Con perizia di particolari e un montaggio quasi cinematografico Pavone ci porta a esplorare, con un ritmo sempre sostenuto e mai superficiale, il misero mondo del calcio, fatto di scalatori, veline e personaggi dalla bassissima caratura morale, nonché di poveracci e tifosi per cui un gol del proprio beniamino vale più, ma molto di più, di una ricorrenza, che so, familiare.

Un romanzo corale insomma, che restituisce perfettamente la dimensione che anima questo sport: la squadra. Infatti, mi azzardo a dire, se il calcio ha trovato sempre difficoltà a entrare tra le trame della letteratura è forse dovuto al fatto che non inscena l’epico scontro individualista che possono offrire sport ben più “letteraturizzati” come il pugilato (Thom Jones, Jack London e Craig Davidson solo per citare i primi che mi vengono a mente) o il tennis (David Foster Wallace e Clerici per esempio). La difficoltà a inscenare lo sport di squadra probabilmente sta proprio in questo, nella difficile descrizioni di una complessa sfaccettatura. Lontano dalle azioni da gioco, inevitabilmente, quando uno scrittore decide di trattare uno sport di squadra, si finisce per descrivere la componente sociale come il tifo appunto (si pensi ad Appunti di un tifoso di Exley, uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana o all’ossessione per l’hockey del buon Barney Panofsky ne La Versione di Barney) o, come in Sportswriter di Richard Ford, per poter analizzare l’umanità da un punto di vista differente.

Pavone, seppur in tono minore, si inserisce bene in questa dimensione tentando anche di recuperare la purezza dello sport giocato, la dimensione ludica, quella del campetto di periferia o, per meglio dire, della piazzetta di quartiere che, ribattezzata come gli stadi, teatri di epiche partite, vedeva e forse vede ancora inscenare le sfide tra le più blasonate compagini del mondo, interpretate da ragazzini più e meno grandi, più e meno agiati tutti però accomunati, probabilmente, dallo stesso medesimo sogno: vestire un giorno quella maglia per cui tante ginocchia si sono sbucciate e tanto sudore è stato sprecato.

Con il passo della commedia L’eroe dei due mari pur facendoci capire che, alla fine, il marcio è davvero ovunque ci lascia con il sorriso dolceamaro dell’impressione che la purezza di uno sport salito a emblema del male, in fondo, sia ancora possibile. Può sembrare consolatorio ma in periodi come questo, consentitemelo, non può che far bene.

Titolo: L’eroe dei due mari
Autore: Pavone Giuliano
Editore: Marsilio
Dati: 298 pp., 17,00 €

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