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Playground & Dope – l’adolescenza sfrenata di Jim Carroll

jim e patti

Di Jim entra nel campo di basket ho memoria precisa. Erano i miei primi anni d’università, a cavallo del secolo nuovo, e ricordo di aver visto questo libro, nella sua vecchia edizione (Frassinelli credo), sul comodino di uno dei miei coinquilini, quello, non me ne vorranno gli altri, più appassionato di basket. Della pallacanestro all’epoca non sapevo nulla, ero un calciofilo convinto e mi sembrava l’inferno essere capitato in una casa in cui il calcio era solo un remoto interesse per disadattati. Ho fatto resistenza, non volevo cedere alle lusinghe di un sport che si giocava con le mani, non ne volevo sapere assolutamente nulla e, seppur attratto da quella storia newyorkese di gioventù e dipendenza, ho cercato di dimenticare quel libro con tutte le mie forze. Poi ho ceduto, il feeling col mio coinquilino è cresciuto tanto da riuscire a convincermi ad andare a giocare con lui ogni pomeriggio, da maggio a luglio per quasi due anni. Mi ha insegnato i fondamentali e io, molto male e pazientemente, ho provato a impararli; mi ha introdotto alle storie folli che un campionato come la NBA può regalare; mi ha raccontato dei miti dei playground, gente che pur non essendo diventata professionista, per un motivo o per un altro (ma quasi tutti per, diciamo così, problemi con droga, giustizia, incostanza) godeva del rispetto assoluto di rinomatissimi campioni, che insomma il basket era una fucina di storie esattamente come il calcio, e come tutti gli altri sport.
E in questo pertugio, in questo interesse scavato nei pomeriggi estivi passati a cazzeggiare si insinua la mia personale lettura di Jim entra nel campo di basket, tornato in libreria grazie a minimum fax e alla precisa curatela, nonché ottima nuova traduzione di Tiziana Lo Porto.

Tutti questi discorsi seri, tutte queste facce severe e via dicendo sono una rottura. Quasi tutti quelli che protestano lo fanno solo per rimorchiare, e nessuno in quello schifo di Pentagono ci darà retta, per cui tanto vale lanciare qualche mattone invece che fare discorsi noiosi, abbiamo bisogno di più strade in rivolta che di gente che marcia. È arrivato il momento di cambiare il modo di far girare il messaggio, che resta comunque una palla.

Jim entra nel campo di basket (titolo orginale: The Basketball Diaries) non è altro che la raccolta dei diari di Jim Carroll, poeta e musicista tra i più attivi della scena newyorkese tra i ’70 e gli ’80, quando, ancora tredicenne (il periodo di riferimento è quello che va dal ’63 al ’66), talento assoluto di basket, frequentava la scuola e iniziava la sua, pesante, dipendenza dall’eroina.  Sullo sfondo New York, splendida e deprimente, capace di affascinare intensamente per il suo essere crogiuolo ma anche piena di contraddizioni, quelle contraddizioni che sono insite nella cultura americana metropolitana. Jim si muove con nonchalance in questo gigante di cemento, il suo caracollare da figo, le sue scorribande in cerca di droga o divertimento, la sua dichiarata vanità e strafottenza, i suoi racconti di scene urbane grottesche e di scopate improbabili,  ne fanno un simbolo indiscusso di cosa significhi essere giovani e ribelli, fottersene delle regole e pensare solo a sé stessi e agli amici.

Poi, Il fatto che quello che stai leggendo sia stato scritto da un ragazzo nella sua piena adolescenza, quella che va, appunto, dai tredici ai sedici anni, ti ritorna alla mente a ondate e ti colpisce, perché tutto quello che ti scorre sotto gli occhi non è frutto di una rielaborazione mediata e meditata dalla memoria, no, quello che leggi è stato scritto allora. Il libro quindi si colora di due elementi molto importanti, di cui è impossibile non tener conto: 1) assume il ruolo di testimonianza dell’epoca, 2) mostra al mondo il talento cristallino di un ragazzo che, sì, è vero, ne ha viste di cotte e di crude, ma, allo stesso tempo, è riuscito ad essere straordinariamente poetico e diretto nelle sue analisi, analisi che, ricordo, sono state partorite in presa diretta, in quel momento.

Insieme a Jim cresciamo anche noi, prendiamo consapevolezza dei suoi mezzi espressivi, notiamo i suoi progressi col linguaggio. Ma non solo, siamo sempre noi che cadiamo, assieme a lui, nel tunnel dell’eroina, in una vita in cui l’unico orizzonte possibile e concreto è la prossima pera, in cui tutto il resto diventa contorno. E alle cronache di partite leggendarie (giocate assieme a gente come Lew Alcindor, aka Kareem Abdul Jabbar, ed Earl Manigault) piano piano si sostituiscono le difficoltà di accaparrarsi i soldi per una dose, i furti da quattro soldi, le descrizioni di fisici emaciati e privi di cura, le marchette desolanti e la profonda, profonda, profonda sensazione di vuoto e inutilità in cui la dipendenza ti getta. Tutto questo raccontato con un talento che pochi possiedono: la capacità di trasformare in poesia esperienze di vita degradanti (un nome su tutti: Bukowski).

Quant’è bello usare una calza di seta da donna per legarsi il braccio sopra la vena, bucarsi e starsene a guardare il sangue che sale nella siringa come un giglio del deserto che mi ricordo di aver visto una volta sull’enciclopedia dei ragazzi, rossissimo… sì, mi sparo in vena gigli del deserto.
Ultimamente ho fatto fatica a scrivere. Le immagini m’arrivano in magnifici frammenti che sembrano viaggi… sono fattissimo… mi sa che farei meglio a dormire per sempre e dimenticare… ma ci sono i moscerini che continuano a ronzarmi nell’orecchio e il caldo e i sogni…
[…]
C’è Bob Dylan alla radio. Splende nel buio e ho le dita come piume leggere che cadono e si spengono.

Il libro non ha conclusione vera e propria, semplicemente si interrompe, in quello che forse è il momento più buio dell’adolescenza di Jim. Ma, nonostante tutto, un certo vitalismo sopravvive in lui, che è ben consapevole del guaio in cui si è cacciato, e non lo fa demordere, in qualche modo prova a portarlo avanti. E qui intervengono i dettagli biografici che ci sono dopo il libro a illuminarci: Jim, più o meno, ce l’ha fatta (più o meno perché ha dovuto rinunciare a una promettente carriera cestistica), è diventato poeta e musicista e le sue idee sono state di ispirazione per gente come Patti Smith e Andy Warhol. La città e l’inquietudine dell’adolescenza non lo hanno sopraffatto, forse perché Jim è rimasto sempre sospeso in quell’età in bilico tra giovinezza e maturità, vivendo ogni giorno su quel limite, proprio come aveva imparato da ragazzo, per strada e sui campetti, alla ricerca spasmodica di un’improbabile purezza, la purezza dell’innocenza.

jimTitolo: Jim entra nel campo di basket
Autore: Jim Carroll
Editore: Minimum fax
Dati: 2013 (1963), 208 pp., prezzo € 10

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10 thoughts on “Playground & Dope – l’adolescenza sfrenata di Jim Carroll

  • maggio 21, 2013 at 2:43 pm
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    Bell’articolo, Cat.
    Anche se sei stato scorretto, hai giocato la carta della nostalgia… Dopo aver ricordato “gli interminabili pomeriggi da maggio a luglio” avresti potuto scrivere praticamente qualsiasi cosa, e per me sarebbe stato comunque un bell’articolo 🙂
    Ora sono completamente overwhelmed dal ricordo di quei pomeriggi passati a parlare di Scientific Mapp e di suo fratello Majestic, o del sistema folle di coach Arsenault, o delle incredibili avventure di Manute Bol contro i leoni. Oltre alle infinite discussioni tra Massimo e Vincenzo, of course.
    And give yourself some credit, alla fine avevi messo su un semigancio che non era niente male!

    • maggio 21, 2013 at 3:58 pm
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      Cataldo Bevilacqua e la capacità di finire sotto canestro con entrambe le mani degna del migliore Chris Kaman.

      Coach Arsenault e IL Sistema. Wow.

      • maggio 21, 2013 at 4:15 pm
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        Ahaha Massimo, il gancio sinistro non c’è più, perché non c’è più il braccio: lussato quattro volte=fuori uso per sempre. Ma poi vogliamo parlare delle mie incredibili doti nel salto? Se mi alzavo 3 centimetri da terra era giorno di festa.

    • maggio 21, 2013 at 4:11 pm
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      Grazie Filo, lo so che è un colpo basso giocare con la memoria e la nostalgia ma m’è venuto, che devo fare. Quei pomeriggi sono scolpiti dentro la mia testa, impossibili cancellarli. Purtroppo le braccia mi hanno tradito e a basket non ho più giocato. In realtà non gioco più a nulla. Tutti i racconti che citi sono tratti dal libro di Buffa chi abbiamo tutti letto e riletto, vero?

      • maggio 22, 2013 at 10:32 am
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        eh già, Federico Buffa, inarrivabile aedo cantore di gesta epiche di (anti)eroi improbabili. Sarebbe anche ora che scrivesse qualcosa di nuovo, sono ormai passati quasi 15 anni dal primo BJ (questo è per farci sentire tutti un po’ più vecchi. Effetti collaterali della nostalgia).
        [ps. sul giocare a qualche cosa, qualsiasi cosa, c’è sempre tempo per riprovare. se l’ho fatto io, superpigro da antologia con un fisico da rottamare, ce la possono fare tutti.]

        • maggio 27, 2013 at 6:34 pm
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          Non avevo mica visto tutta questa coda nostalgica, masochismo puro! Quando volete fare un 3 on 3, sappiate che io da fermo me la cavo ancora

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