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Across the Vision Film Festival 2012 – Sardegna terra di confine

La Sardegna è un continente al centro del Mediterraneo. Una terra che è stata a lungo crocevia di popoli senza scalfire mai la sua identità profonda. «La Sardegna non assomiglia a nessun’altro luogo», scriveva negli anni venti D. H. Lawrence. Sembra quasi superfluo rimarcare l’attrazione che tali scenari possono esercitare sulle arti visive. Da queste suggestioni prende le mosse la prima edizione del festival Across the vision, che si è svolto dal sei all’undici marzo tra Iglesias, Carbonia e Cagliari. Le radici del festival si ritrovano nelle parole di Maria Paola Zedda, coreografa  e regista, che ne ha curato la direzione artistica: «Conoscevo il Sulcis da quando ero bambina, adolescente, e per me da sempre significava Cinema. Era il set ideale per qualsiasi film che avrei voluto vedere o girare. Era una terra dell’immaginario, densa di fantasmi, di luoghi inabitati, di tensioni drammatiche. Era il confine (in senso epistemologico), il margine, la frontiera. Una terra da attraversare, ma impenetrabile al tempo stesso. Il progetto di Across the vision ha la sua genesi in questo territorio, nei suoi scenari e nelle visioni di confine. Potremmo definirlo un festival site specific». Il territorio, va detto, ha risposto con un crescente afflusso di pubblico e con il sostegno fornito dalla Regione Sardegna, dal Parco Geominerario e dalle Amministrazioni di Carbonia e Iglesias, che hanno integrato la produzione di Videoinflussi con la collaborazione di ZEIT. Il festival era suddiviso in tre macrosezioni, Sguardi di confine, Attraversamenti e Visioni di Sardegna, ma comprendeva anche tre masterclass sulla regia e il rapporto tra produzione/distribuzione audiovisiva e i nuovi media. Da segnalare inoltre l’esposizione fotografica di Adriano Mauri, Minatori, Minersos, che raccontava i volti dei minatori della Carbosulcis, l’ultima miniera di carbone ancora attiva in Italia. Il nostro inviato di AtlantideZine, orientandosi nell’ampia offerta della rassegna, ha visto e commentato per voi cinque lungometraggi.

Le quattro volte, di Michelangelo Frammartino, deve il suo titolo alla scuola pitagorica e affonda le radici nella Magna Grecia. L’uomo, per il filosofo di Samo, può spiegare l’armonia del cosmo attraverso la scienza (aritmetica e geometria), e così facendo avvicinarsi a Dio. Erano necessarie quattro fasi per fare luce sull’essere umano, che si riteneva dotato di «quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra»: minerale, vegetale, animale e razionale. Nel trasferire queste idee in immagini la narrazione assume un andamento lineare: un vecchio pastore malato crede che la polvere raccolta in chiesa possa curarlo; dopo che muore, una delle sue caprette, nata da pochi giorni, si distacca dal gregge e finisce per accucciarsi sotto un grande abete; passano le stagioni e lo stesso albero viene portato in un paese montano per usarlo nella Festa della Pita, seguendo rituali che attingono a  consuetudini precristiane; infine, il tronco viene venduto ai carbonai delle Serre che ne ricaveranno carbone vegetale per riscaldare le case dei pastori (il carbone diventa calore e fumo che si spande nell’ultima scena). Sono stati necessari tre anni di riprese per selezionare il materiale girato, raccolto fra le location naturali dell’Appennino calabro. In questo modo si ha la sensazione che la storia si componga quasi da sola, con pochi stacchi di montaggio e molte inquadrature fisse, niente dialoghi e solo suoni naturali, in modo da registrare le situazioni quando succedono e non predisporre che accadano, invece, tramite le usuali convenzioni filmiche. Il milanese Michelangelo Frammartino, dopo Il dono del 2003, è ritornato nella terra dei suoi padri per realizzare un’opera sospesa tra documentario e fiction, che rimanda al cinema di Franco Piavoli e si rivolge a un pubblico attivo, disponibile a colmare, con la riflessione, lo spazio mancante tra l’immagine e il fuori campo, tra quello che si sente e quello non ha parole per essere detto. Le quattro volte è stato presentato con successo alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes nel 2010.  Attraversamenti Prod. Italia, Germania, Svizzera (2010) Dur. 88’

«Come il Vesuvio cova la lava, Napoli cova la violenza. Anche quando non esplode» racconta Roberto Paolo, caporedattore del Quotidiano Roma, di fronte all’obiettivo di Abel Ferrara. Il regista italoamericano (un nonno originario di Sarno), nato e cresciuto nel Bronx in una famiglia cattolica, ossessionato dalle idee di peccato, violenza e redenzione (King of New York, Il cattivo tenente, The addiction), non poteva che essere attratto dal corpo urbano dolente della capitale partenopea. Torna a girare in Italia dopo il flop di Go Go Tales (2007), e mette insieme una docufiction intitolata Napoli Napoli Napoli, presentata al Festival di Venezia nel 2009. Docufiction: questo termine composito racchiude in sé i pregi e i difetti della pellicola. La parte documentaristica tiene bene, ha ritmo, nel suo apparente disordine offre uno spaccato efficace di volti e situazioni che compongono la città. Oltre alle donne del carcere di Pozzuoli, il regista intervista  la gente comune, politici, magistrati, giornalisti, si addentra nei vicoli dei Quartieri Spagnoli e tra i casermoni di Scampia e Secondigliano, dove si abita ma non si vive, dove l’architettura stessa è propedeutica ad un possibile futuro dietro le sbarre. In parallelo, i due episodi narrativi che si sviluppano alternati – un regolamento di conti tra gruppi criminali; una storia di povertà e violenza domestica – calcano la mano sui toni esasperati ma non sembrano davvero necessari nell’economia dell’opera. In compenso, i ragazzi delle scuole medie di Iglesias, presenti alla proiezione del sabato mattina, hanno vissuto con piacere la lezione a base di cinema. Sguardi di confine: Europa – Prod. Italia (2009) Dur. 102’

Notre jour viendra (inedito in Italia) è il primo lungometraggio di Romain Gavras, regista e produttore francese, famoso in precedenza per il contestato video di Born free di M.I.A., che anticipava buona parte dei temi del film di debutto. Già… di cosa parla Notre jour viendra? Rispondere non è facile, meglio affidarsi alle parole del regista: «Il nichilista Patrick [un terapeuta n.d.r] ha superato la fase della ribellione e ha visto ogni ideale decomporsi. La scintilla della sua rabbia si riaccende nell’incontro con Remy, ben più giovane di lui, pronto a bruciare tutto senza comprendere l’origine del suo disagio. Ciascuno dei due trova un senso e un obiettivo nell’altro». Patrick ha la bellezza sgualcita di Vincent Cassel (reduce da Black Swann), mentre Remy nutre il sogno di andare in Irlanda, dove tutti hanno i capelli rossi e dunque non sarebbe discriminato. Capelli rossi, avete letto bene – ma essendo sinceri, voi sapreste trovare basi teoriche più sensate dietro i fenomeni di razzismo? Intanto che ci pensate la nostra coppia si lancia in un road movie notturno nel Nord della Francia, tra vestigia di industrie in disuso e il piano infinito dell’oceano Atlantico. Incontreranno lungo la strada, se possibile, personaggi ancora più strambi e disadattati di loro. Nella Francia reazionaria di Sarkozy non c’è posto per Remy e Patrick: non appartengono a nessun popolo, nazione o esercito. L’impossibilità di esprimersi si traduce in un’ansia di movimento e distruzione. In un crescendo adrenalinico fino al termine della notte. D’altra parte. Era necessario un intero film per dirlo? Al pubblico l’ardua sentenza.  Sguardi di confine: Derive – Prod. France, 2010. Dur. 90’

L’Amore vincitore – conversazioni con Derek Jarman, di Roberto Nanni, introduce il film in programma la penultima sera, Sebastiane, che fu girato in gran parte a Cala Domestica – spiaggia racchiusa tra alte falesie vicino a Buggerru – ma non era mai stato proiettato in Sardegna. Si tratta del primo lungometraggio di Derek Jarman (1942-1994), eclettico autore inglese capace  di spaziare tra le scenografie de I diavoli di Ken Russell, i video musicali dei Sex Pistols e degli Smiths e la rilettura per immagini della vita di Caravaggio. La storia si basa su una versione apocrifa della vita di San Sebastiano e sul Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D’Annunzio. Nel 303 d.C., sotto l’impero di Diocleziano, un manipolo di soldati romani presidia un avamposto in riva al mare, in mezzo a una natura senza tempo e senza tracce del passaggio degli uomini. I soldati si allenano, mangiano e dormono a stretto contatto, e sarà presto la pulsione sessuale a far crollare le residue distanze. Il rapporto omosessuale è vissuto in modo spontaneo, nella luce satura del pieno giorno, senza i sensi di colpa indotti dalle religioni a venire. Non fosse per Sebastiane, appunto, che si è convertito al cristianesimo e quindi non cede alle proposte del centurione, Adriano Severo, scatenando così la sua collera. Il corpo di Sebastiane resisterà impassibile alle torture (anzi, quasi godendone, a tratti, in una chiave di lettura sadomaso), fino a essere più volte trafitto dalle frecce e divenire così un’icona universale del martirio, ritratta in seguito da artisti come Durer, Mantegna e Dalì. Quando uscì Sebastiane, nel 1976, la rivoluzione sessuale era al culmine, l’aids era sconosciuto ed erano da poco stati girati The Rocky Horror Picture Show di Sharman e Je t’aime moi non plus di Gainsbourg. Il New York Times definì il film di Jarman un «softcore gay porn epic», ma va detto, tra le altre cose, che è anche l’unico film inglese interamente recitato in latino. Per quanto con un marcato accento anglosassone. Visioni di Sardegna – Prod. UK (1976) Dur. 90’

Il festival si è chiuso sulle immagini tridimensionali di Cave of fotgotten dreams di Werner Herzog, un settantenne che non si è ancora stancato di sperimentare. Il vecchio leone del cinema tedesco, l’autore Aguirre, furore di Dio e di Fitzcarraldo, ebbe a dire una volta che «per girare un film serve più l’atletica dell’estetica», e di certo è servita una buona forma fisica per calarsi nei cinquecento metri di cunicoli della grotta di Chauvet, nel sud ovest della Francia, che fu scoperta per caso, nel 1994, dallo speleologo Jean-Marie Chauvet e due suoi amici. Una volta dentro, si resero subito conto di “non essere soli”. Oltre ai quattromila frammenti ossei di animali preistorici, furono presto rinvenute pitture parietali risalenti a circa trentaduemila anni prima. Le realizzò l’uomo di Cro-Magnon nell’altro Paleolitico; sono di gran lunga le manifestazioni artistiche più remote che si conoscano. Ma non è tutto: queste pitture e incisioni rupestri, cinquecento in totale per tredici specie raffigurate, sono indubitabilmente belle, ancora oggi, in riferimento agli attuali canoni estetici. Mentre sistemavo gli occhialetti per il 3D non pensavo alla caverna di Platone, mi venivano invece in mente le serigrafie di Picasso, i suoi studi sui tori. Herzog ha scelto il 3D per poter «rendere al meglio le intenzioni degli artisti», che avevano sfruttato i giochi di luce e la curvatura delle pareti per accentuare il dinamismo delle figure. Quasi uno storyboard primordiale, sottolinea il regista nel commento. L’accesso alla grotta di Chauvet è consentito solo ad un numero ristretto di studiosi. Herzog ha ricevuto un permesso speciale dal Ministero della cultura francese. D’ora in poi Chauvet sarà aperta anche ai fortunati spettatori di questo documentario. Attraversamenti – Prod. Canada, USA, France, Germany, UK (2010) Dur. 90’