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Capire gennaio

Il 2012 è iniziato da appena tre settimane e già sta picchiando giù duro. Uscite discografiche su uscite discografiche appare già difficile orientarsi e capire cosa c’è di buono da ascoltare. Ecco, io vi propongo la mia personale selezione, partendo proprio dall’Italia, ché da queste parti l’aria pare frizzantina ultimamente.


I primi della lista sono i torinesi Farmer Sea usciti proprio all’inizio del mese con il loro secondo album, A Safe Place, sostanzialmente autoprodotto, visto che uno dei membri della band è anche co-fondatore (e quindi proprietario) della Dead End Record, etichetta discografica che ha dato alla luce il suddetto disco. Per la prima settimana l’album è stato in free download sulla pagina bandcamp della band, una formula che ormai si sta diffondendo sempre più a macchia d’olio e di cui noi (non parlo solo a nome mio ma per tutta la redazione della webzine) siamo assoluti fautori, viste anche le nostre compilation. La musica dei Farmer Sea è, nomen omen, un posto sicuro, un porto sicuro a cui affidarsi quando fuori piove e tira vento e decidi che non hai le carte in tavola, né la voglia per decifrare ciò che gira intorno a te. E allora ti abbandoni, metti play e ti senti a casa, quello che stai ascoltando è il classico indie rock fatto con tutti i crismi del caso, scevro da ambizioni modaiole e hipsterismi vari, che affonda le radici nei sanguinosi anni novanta. E suona così dall’inizio alla fine, dalla traccia d’apertura, The Fear, (march is here and we will march against our fear – quasi un’incitazione programmatica), fino a quella finale, For too long. Vecchia scuola insomma, melodie cristalline dal sapore agrodolce proprio come, per citare il blurb che lancia il disco, quando fuori piove con il sole. Un album che prima coccola e poi, ascolto dopo ascolto,  conquista. Higlights: The Fear, To The Sun, Lights, Nothing Ever Happened e Disappearing Season.

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Il romano trapiantato a Londra prima e a New York adesso Mauro Remiddi, mente e braccia dietro il progetto one man band Porcelain Raft è il secondo di questa lista. Avendolo visto l’anno scorso aprire molto positivamente gli Yuck e avendo ascoltato in giro qualche pezzo convincente mi sono avvicinato con curiosità al suo primo album, Strange Weekend, uscito da poco con la Secretly Canadian. Già questo doveva convincermi della bontà del progetto visto che la casa discografica annovera Jens Lekman  e The War On Drugs fra i suoi talenti. Ebbene, ho rotto gli indugi e mi sono ritrovato in un universo onirico, fatto di musica stratificata, piena di riverberi e melodie sussurrate in punta di piedi, come in una bolla di sapone. Le canzoni, che hanno una struttura che più pop non si può (tanto da farmi pensare addirittura – udite, udite –  a George Micheal e Sinead O’Connor), sono arricchite da una produzione sì casalinga ma estremamente curata in ogni minimo dettaglio. Pezzi da ascoltare di notte, in silenzio, uno dopo l’altro, quando in casa sei solo e di andare a letto proprio non ne vuoi sapere. I brani di Porcelain Raft ti spingono a stare alzato ancora un po’, almeno il tempo di un’altra canzone, in cerca del perfetto commiato dal giorno che muore. Romanticherie. Highlights: Shapless & Gone, Put me to sleep, Unless you speak from your heart, The end of silence, Picture e The Way In. Un bel po’ insomma.

[vimeo http://www.vimeo.com/35435881 w=400&h=225]

Unless You Speak From Your Heart from Porcelain Raft on Vimeo.


Poi una domenica sera accade che quei tipacci di Triste, senza avvisare, senza dire a o b o c, insieme ai diretti interessati, ossia i Fine Before You Came, decidano di dare via in free download (come è abitudine dell’etichetta e della band) Ormai, nuova fatica del suddetto gruppo. E meraviglia delle meraviglie, in poche ore i download sono già più di duemila, con mezza rete subito giù a scriverne. Ad oggi, stando alle ultime dichiarazioni dell’etichetta, ossia quelle rilasciate sulla loro pagina Facebook, siamo arrivati, in una settimana agli ottomila e rotti scaricamenti. Niente male. Ma tutta questa attenzione che ruota attorno a un gruppo come i FBYC si può dire giustificata? Be’ sì, intanto perché il modus operandi, la decisione conscia e precisa di condividere una propria creatura con il free download perenne, è temeraria e innovativa; e poi perché la qualità delle canzoni, decisamente più pop – se mi si concede il termine  – rispetto ai vecchi lavori, è sotto le orecchie di tutti. Il genere può piacere o non piacere ma quello che colpisce, quello che colpisce me in primis, è la bellezza dei testi, dal primo –urlato – verso (in tutti questi anni abbiamo detto così tante cose / ne abbiam fatte così poche), all’ultimo (io non me ne andrei / se non fosse che è arrivato il tempo in cui il tempo non c’è più / ormai il tempo non c’è più.), che si intrecciano con grande armonia (sì, armonia) col tessuto musicale fatto di sferzanti chitarre elettriche, basso e batteria. E in queste liriche, concrete, tangibili, non solo mi ritrovo, oggi come ieri, ma ci rivedo anche le esperienze, i progetti infranti, il senso di inadeguatezza, il magone che ti colpisce così, senza un apparente motivo, che sono elementi sensibili della nostra quotidianità. Il mondo descritto dai Fine Before You Came è reale e vero e porta a galla un cosmo fatto di piccole e private delusioni, senza guardare al passato con troppa nostalgia ma allo stesso tempo non serrandosi in un universo chiuso e senza speranza. Ormai è composto di sette tracce incazzate, sette racconti a tinte cupe, sette quadretti di umana solitudine tenendo sempre a mente, però, che dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3099768476/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

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