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The Unwritten, o Del potere delle Storie

Da quando Wilson Taylor, acclamato creatore del maghetto Tommy Taylor, è sparito nel nulla, milioni di lettori sono disperati. Tom, unico figlio di Wilson, cerca di placarne gli animi sottoponendosi a lunghe conferenze stampa e a interminabili sessioni di autografi. Ma proprio durante un incontro con il pubblico la situazione precipita. Dapprima, un’apparentemente innocua studentessa gli chiede di chiarire alcuni punti oscuri della sua infanzia; poi, un misterioso nemico che sembra uscito da un romanzo del padre lo rapisce e cerca di ucciderlo in diretta web. La successiva, rocambolesca, liberazione di Tom divide il pubblico in due fazioni: da una parte quelli che considerano il giovane un truffatore che ha fatto sparire lo scrittore solo per goderne l’eredità. Dall’altra, quelli che credono che Tom e Tommy siano in realtà la stessa persona e che il loro beniamino letterario abbia preso magicamente vita nel momento della scomparsa del suo creatore. Le macchinazioni di un gruppo di nemici tanto misteriosi quanto violenti e le peripezie che attendono Tom nel suo tentativo di risolvere i misteri che lo circondano ci suggeriscono che le cose sono ancora più complesse di quanto non appaiano.

La nuova serie di Mike Carey e Peter Gross (di nuovo insieme dopo il successo di Lucifer) – di cui questo volume raccoglie il primo arco narrativo – rinverdisce innanzitutto i fasti di quel filone fantastico della Vertigo del quale avevamo un po’ perso le tracce negli ultimi anni. Tra noir e pulp, fantascienza e storie di guerra, l’etichetta per lettori adulti della DC Comics sembrava aver trovato una certa confidenza con il lato più squallido della realtà, dedicando a killer senza scrupoli e spietati poliziotti più spazio di quanto non ne riservasse agli esseri fatati e alle creature leggendarie. Per fortuna, la loro riscossa è oggi affidata a serie di successo come Fables, Madame Xanadu, House of Secrets e, per l’appunto, The Unwritten.

Tom Taylor è il tipico antieroe di molti racconti di formazione. Giovane, ricco, capriccioso e sostanzialmente incapace (anche se di buon cuore), malsopporta l’eredità di fama e di successo lasciatagli dall’illustre genitore, e soprattutto la “convivenza” forzata con la sua celebre creatura. Quando i fan più sfegatati lo trattano come l’alter ego nel mondo reale del loro beniamino, la sua reazione istintiva sarebbe quella di mettersi a gridare: Io non sono lui, e non voglio esserlo! E, del resto, chi lo conosce e lo frequenta da vicino sa che in fatto di impegno e responsabilità Tom avrebbe molto da imparare da Tommy: la sua carriera di attore stenta a decollare (eufemismo!), e tutto il denaro che maneggia – persino quello che gli serve per sbronzarsi – viene dalle tasche di Swope. Costui, agente letterario, lo accompagna in ogni convention e placa i suoi furori ricordandogli che il rispetto della memoria del padre è fondamentale per continuare a vivere una vita economicamente agiata.

Il rapporto tra Tom e Wilson, del resto, non era dei più idilliaci nemmeno prima che lo scrittore sparisse nel nulla. Nei flashback che di tanto in tanto affiorano dalla memoria di Tom, incontriamo un uomo totalmente assorbito dal proprio lavoro, rigido, violento e litigioso forse perché consapevole dell’esistenza di nemici che non perdonano. L’unica passione che Wilson sembra aver trasmesso al figlio – il quale però l’ha assorbita controvoglia – è quella per i luoghi letterari, di cui Londra e l’Europa sono pieni zeppi. Nel suo girovagare per la città Tom ha modo di mettere alla prova le sue conoscenze di “geografia letteraria”, passando dalla Kensington di Barrie e Peter Pan alla Baker Street di Conan Doyle e Sherlock Homes; dai luoghi di Dickens a quelli di Orwell al Globe di Shakespeare. E poi, ancora, in un viaggio attraverso l’Europa per sfuggire alle attenzioni del pubblico e dipanare i misteri del padre, ecco le cascate di Reichenbach – dove Sherlock Holmes apparentemente morì lottando contro Moriarty -, Villa Diodati (dove nacquero Frankenstein e il Lucifero di Milton) e la Pianosa raccontata da Joseph Heller in Comma 22. I luoghi letterari sembrano sprigionare un potere molto forte, nel mondo di The Unwritten.

Ma Carey non si accontenta di raccontare una storia popolata da personaggi di fantasia. Così, dopo aver accennato a temi e luoghi cari alla letteratura fantastica, l’autore compie un vertiginoso balzo all’indietro ed elegge ad assoluti protagonisi del racconto Mark Twain, Oscar Wilde e Rudyard Kipling. Quest’ultimo, in particolare, con la sua parabola di scrittore di successo, di vate dell’Impero britannico e di disperato padre di famiglia, si inserisce nel complesso disegno che Carey sembra avere in mente, e che promette di coinvolgere, a breve, la Chanson de geste, Moby Dick e chi più ne ha più ne metta. Ma già ora gli interrogativi sui piani dei misteriosi nemici che si muovono nell’ombra e sembrano decidere i destini del mondo ricorrendo al potere delle Storie sono molti.

E forse sta proprio qui, nella riflessione sul potere delle Storie, la più intima ragion d’essere di questa serie. I personaggi, buoni e cattivi (tutti tranne il riluttante Tom), sembrano mossi dalla consapevolezza che, attingendo alla forza delle parole, si possono plasmare e distruggere vite, luoghi, mondi, universi; è seguendo la grammatica del racconto e le convenzioni di genere che si architettano i piani più ambiziosi, si risolvono le situazioni più intricate, si svelano gli interrogativi e si costruiscono gli enigmi. Perché “niente è più importante delle storie che ci raccontiamo per spiegarci il mondo” e “le storie sono l’unica cosa per cui morire”; certezze, soprattutto quest’ultima, che non chiediamo vengano prese alla lettera da un “semplice” scrittore di fumetti. Ma se le troviamo sulla bocca dei personaggi che animano le sue storie, allora crediamo che ci sarà davvero di che divertirsi e appassionarsi per ciò che verrà.

Nell’ideare la storia di The Unwritten, Carey ha affermato più volte di essersi ispirato alla vicenda di Christopher Milne, figlio del creatore di Winnie the Pooh, che visse una “seconda esistenza” come modello del padre nella creazione del personaggio di Christopher Robin, il bambino “proprietario” dei pupazzi che popolano il favoloso “Bosco dei cento acri”. Rielaborando simili suggestioni in chiave Vertigo, la saga di Carey promette di essere molto più cupa delle avventure dell’orsetto goloso di miele, e già questo primo volume sembra confermarcelo. Il successo americano di pubblico e di critica risolleva il morale di Carey, reduce dalla chiusura anticipata dell’ottimo Crossing Midnight – serie in 19 episodi che consigliamo assolutamente di recuperare. E se anche Tommy Taylor non raggiungerà mai il successo mondiale di Harry Potter, il suo peregrinare tra i libri e le storie promette di riservargli un posto d’onore nel pantheon di una casa editrice che, tra alti e bassi inevitabili, rappresenta ancora oggi in America quanto di meglio offra l’intrattenimento di qualità a fumetti.


Il sito di Carey & Gross


The Unwritten n. 1
Mike Carey, Peter Gross, Yuko Shimizu
Planeta DeAgostini, 2010
144 pp.
€ 14,95